Seguici su
BFC - 100% Business News
Business 31 maggio, 2019 @ 12:00

Il made in Italy senza artigiani: ne serviranno 200mila in 5 anni

di Anna della Rovere

Contributor

Leggi di più dell'autore
chiudi
sfilata modelli
Un momento della sfilata Gucci Cruise 2020

Ci sono 236mila figure professionali specializzate nei settori del Made in Italy da trovare sul mercato entro i prossimi cinque anni. L’allarme arriva dall’ultima ricerca di Altagamma, fondazione creata nel 1992 con la mission di contribuire alla competitività delle imprese dell’industria culturale e creativa italiana (tra i soci anche Gucci, Loro Piana, Lamborghini e Bellavista), che sottolinea in particolare come a mancare siano al momento tecnici della vinificazione, della comunicazione, del marketing e guide eno-turistiche.

“Mancherà una parte consistente della forza lavoro qualificata che serve alla loro crescita”, spiega Andrea Illy, presidente della fondazione, che ha presentato a Roma  il libro I talenti del fare con i dati di quali e quanti professionisti il settore avrà bisogno da qui al 2023. E se quindi la moda necessita di 46.400 persone, in particolare di tecnici specializzati in calzature, pelletteria, sartoria, tessuto e maglieria, l’ospitalità di lusso avrà una richiesta di 33.220 addetti e il design e il settore del mobile avrà una carenza di 18.300 artigiani e tecnici specializzati.

Il problema, in realtà, parte dalla formazione. Dopo la scuola media infatti meno di un ragazzo su 3 (30,7%) sceglie di proseguire gli studi in un istituto tecnico, e appena il 15% sceglie un istituto professionale. Dato che assume un’importanza ancora più rilevante se si pensa che in Italia gli iscritti agli istituti tecnici superiori sono appena 10mila, mentre negli istituti equivalenti tedeschi – le Fachhochschule – sono 880mila e in quelli francesi che rilasciano il Bts (brevetto di tecnico superiore) sono 240mila.

Eppure, se si guarda ai grandi conglomerati del luxury come LVMH e Kering, di percorsi formativi dedicati ai giovani talenti della manifattura ce ne sono tanti. Nel caso del gruppo di Bernard Arnault, ad esempio, l’IME (Istituto dei Mestieri d’Eccellenza) propone una serie di corsi nel settore della pelletteria, della calzatura, dell’oreficeria finanziati dalle regioni Toscana, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto con fondi provenienti dal Fondo Sociale Europeo. Per la società parigina di Pinault, invece, i diversi percorsi professionali si rivolgono a iniziative come la Scuola di Alta Sartoria di Brioni e l’Alta Scuola di Pelletteria di Gucci. Senza dimenticare iniziative come la collaborazione tra Kering e il London College of Fashion, che prevede un programma dedicato alla promozione di pratiche di moda sostenibili.

E all’interno della stessa Fondazione Altagamma, da Lamborghini a Bruno Cucinelli, da Bottega Veneta a Fendi, da Technogym a Tod’s Group, da Gucci a Illy Caffé, sono molte le aziende che hanno creato laboratori di istruzione e apprendistato per formare in house i professionisti del futuro. Ma la strada, numeri alla mano, sembra ancora molto lunga da percorrere.

Vuoi ricevere le notizie di Forbes direttamente nel tuo Inbox? Iscriviti alla nostra newsletter!