Salario minimo, perché la cura sarebbe peggiore del male

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(Shutterstock)
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di Roberto D’Incau, Founder&CEO Lang&Partners Younique Human Solutions

Come sa bene chi mi legge, non mi occupo attivamente di politica, anche se ovviamente da buon cittadino che crede ancora nell’importanza della partecipazione ho le mie idee, ben precise, e so perfettamente per chi votare senza tentennamenti dell’ultimo minuto, in cabina elettorale.

La mia riflessione non vuole quindi essere una riflessione politica sulle proposte di questo o di quel partito, ma più modestamente è il pensiero di chi che conosce bene le logiche del mercato del lavoro italiano, dato che me ne occupo professionalmente da parecchi anni.

In linea teorica, essere contrari al salario minimo, già presente in molti Paesi europei, è impossibile. Quando parliamo di salario minimo, ragioniamo su una forma di povertà che il reddito di cittadinanza non affronta, quello dei working poors: le persone che, pur lavorando, hanno un reddito talmente basso da essere vicini, o addirittura sotto, la soglia di povertà; parliamo oggi, dati Eurostat alla mano, del 12% degli Italiani.

L’Italia presenta, in effetti, una realtà del mercato del lavoro tutta propria: a differenza che in altri paesi, oltre l’80% dei lavoratori beneficia delle condizioni contrattuali previste dalla contrattazione collettiva, che è un vero ginepraio, con oltre 800 contratti collettivi.

Come sempre nel nostro Paese, purtroppo un conto è dichiarare le cose, un conto farle: è stato realizzato l’anno scorso uno studio che analizza quanto i minimi salariali presenti dalla contrattazione collettiva siano effettivamente corrispondenti agli stipendi dei lavoratori dipendenti. Le sorprese non sono poche. E’ stato calcolato che circa il 10% dei lavoratori italiani percepisce un salario inferiore del 20% rispetto ai minimi, con una percentuale crescente soprattutto nelle imprese più piccole e nelle regioni del Sud. La realtà italiana è fatta purtroppo, a differenza di altri paesi europei, di ore lavorate in nero, di sotto-inquadramenti, perfino di soldi restituiti ai datori di lavoro: ci sono tante forme attraverso le quali i minimi contrattuali non vengono rispettati.

Quello che potrebbe succedere col salario minimo imposto in un sistema economico come il nostro che si autoregola “all’italiana” è:

-il rischio serio di fare esplodere il lavoro nero: sta già succedendo, ci sono dei segnali di forte preoccupazione che arrivano anche dall’INPS;

-l’esplosione delle partite IVA: da gennaio a marzo più di 196 mila italiani hanno aperto nuove partite iva, con un incremento del 7.9% rispetto allo stesso periodo del 2018  (sottolineo che le nuove aperture di partite IVA di soggetti tra i 51 e i 65 anni crescono del 21,6%);

-il numero dei working poors rimarrebbe alto. La povertà è data dalle ore lavorate più che dal salario orario, e il salario minimo non andrebbe a incidere sulla situazione. Non farebbe quindi altro che aggiungere quote di lavoro irregolare al mercato del lavoro italiano aumentando il numero di contratti collettivi i cui minimi non sarebbero rispettati. Il rischio serio è che a pagarne le conseguenze siano proprio i lavoratori più deboli, che oggi lavorano meno ore;

-il mercato del lavoro italiano, già non propriamente florido, risulterebbe ingessato da costi insostenibili, soprattutto in zone in cui per rilanciare l’occupazione sarebbe probabilmente necessario l’opposto, ossia più flessibilità sui salari;

-con un salario minimo elevato le imprese potrebbero disdettare i contratti collettivi per diverse ragioni, con un peggioramento delle tutele generali dei lavoratori.

Avete presente quando si va dal medico con un mal di denti e lui ti prescrive, se è un medico ansioso, un analgesico talmente forte che ti fa venire mal di stomaco, che poi devi curare, in un circolo vizioso in cui il rimedio è peggiore del male? Molti pazienti vogliono uscire dallo studio medico con “la” medicina, che non fa loro bene ma gli fa credere che il medico sia bravo.

Il sistema economico si autoregola, ahimè, perlomeno in una società capitalistica come la nostra, e la povertà non si cancella con un decreto. Molto più utile, invece di provvedimenti cosmetici, sarebbe una seria revisione del sistema della rappresentanza, quella che regola i contratti collettivi di lavoro. Dare una medicina a caso, per diminuire l’ansia, è sempre facile purtroppo, ma se al malato dai la medicina sbagliata, non quella più adatta a lui, si corre il rischio reale, come ogni buon medico sa, di accompagnarlo più velocemente alla tomba.