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Cultura 20 Agosto, 2019 @ 10:00

La storia dei club più iconici va in mostra a Prato

di Marco Rubino

La mia grande passione è la street art.Leggi di più dell'autore
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Night Fever. Designing Club Culture 1960 – Today
Photo : Ela Bialkowska, OKNOstudio

I club e le discoteche sono stati, e in alcuni casi sono ancora, epicentro della cultura contemporanea. Luoghi in cui arte, musica, design, moda, creatività e grafica si fondono per celebrare collettivamente il tempo presente. Per rendergli il giusto riconoscimento, il Vitra Design Museum e l’ADAM – Brussels Design Museum hanno promosso una mostra poliedrica e multidisciplinare dal nome “Night Fever Designing Club culture 1960 – Today” che dopo aver fatto il suo esordio al museo di Vitra, collocato all’interno del centro produttivo di questo iconico design brand, è arrivata in Italia al Centro Pecci di Prato dove è visitabile fino al 13 ottobre 2019.

In scena viene portata la storia del clubbing, dal leggendario Studio 54 di Ian Schrager a New York (1977-80) al Les Bains Douches di Philippe Starck a Parigi (1978) al più recente Double Club di Londra (2008), ideato dall’artista tedesco Carsten Höller per Fondazione Prada. Con film, fotografie d’epoca, manifesti, abiti e opere d’arte, la mostra comprende anche una serie di installazioni luminose e sonore che accompagnano il visitatore in un affascinate viaggio nel mondo della notte e della disco music.

La mostra segue un percorso cronologico che prende avvio con le discoteche degli anni Sessanta, che per la prima volta portano il ballo in un contesto di eccessi, luci e colori. Ampio spazio anche per i luoghi della subcultura newyorchese, quali l’Electric Circus progettato dall’architetto Charles Forberg e dal famoso studio Chermayeff & Geismar, che con il suo carattere multidisciplinare influenzò anche i club europei.

Tra questi lo Space Electronic di Firenze, concepito dal collettivo Gruppo 9999, che rappresenta une delle discoteche nate dalla collaborazione con i protagonisti dell’Architettura Radicale italiana, il Piper di Torino, lo spazio multifunzionale concepito da Giorgio Ceretti, Pietro Derossi e Riccardo Rosso, Il Bamba Issa, una discoteca sulla spiaggia di Forte dei Marmi ideata dal Gruppo UFO.

Negli anni Settanta, con l’ascesa della disco music la cultura dei club ebbe nuovo impulso: il dancefloor offre un palcoscenico per performance individuali e collettive dove mettere in mostra le creazioni fashion di stilisti del calibro di Stephen Burrows o Halston. È in quegli anni che apre le porte quello che viene ricordato come il principale club a livello internazionale: lo Studio 54, aperto a New York da Ian Schrager e Steve Rubell nel 1977 con gli arredi firmati dall’architetto Scott Romley e dal designer d’interni Ron Doud.

Il club, diventato fin da subito il luogo più ambito dei VIP newyorkesi, fu anche il set di Grease. Numerosissimi furono, infatti, i personaggi famosi ospiti dello Studio 54. Tra essi spiccano i nomi di Elizabeth Taylor, Liza Minnelli, Andy Warhol, John Travolta, Paloma Picasso, Truman Capote, Michael Jackson, Elton John, Elio Fiorucci, Tom Ford e anche una allora sconosciuta Madonna. Lo studio 54 segna il passaggio del clubbing da fenomeno culturale di nicchia a fenomeno mainstream: alla sua inaugurazione fu presente anche l’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump insieme alla allora moglie Ivana.

Contemporaneamente, discoteche come il Mudd Club o l’Area di New York, fondono vita
notturna e arte: in questo scenario ebbero inizio le carriere di Keith Haring e Jean-Michel Basquiat. Nel 1979 il film Saturday Night Fever segnò il culmine della commercializzazione del movimento disco nato come fenomeno della comunità LGBTQ+ nera e latinoamericana. Passaggio fondamentale nel traghettamento verso la cultura di massa è il Paradise Garage – gay club che per primo rompe le regole della discriminazione razziale e luogo in cui nacque la garage house.

Intanto nei primi anni ‘80 nei club londinesi come il Blitz e il Taboo nasce il New Romantics, movimento musicale e fashion che ha nella stilista Vivienne Westwood, assidua frequentatrice dei club londinesi, la sua massima espressione. A Manchester, negli stessi anni, l’architetto e designer Ben Kelly progetta una cattedrale del rave post-industriale, Haçienda (1982), cofinanziato, tra l’altro, dalla band britannica New Order. Da qui l’acid house partì alla conquista della Gran Bretagna e dell’Europa. House e techno, nate nei club di Chicago e Detroit, possono essere indicati come gli ultimi due grandi movimenti della dance music, che hanno caratterizzato un’intera generazione di club e raver. Lo stesso vale anche per la scena berlinese dei primi anni Novanta, dove discoteche come Tresor diedero nuova vita a spazi abbandonati e deteriorati, scoperti dopo la caduta del muro come il Berghain, aperto nel 2004 in una vecchia centrale termoelettrica.

Dagli anni 2000 lo sviluppo della club culture si è fatto più complesso: da un lato è in forte ripresa e in continua espansione, dall’altro, molti club sono spinti fuori dai contesti urbani o sopravvivono come tristi monumenti di un passato edonistico. Nel frattempo è cresciuta una nuova generazione di architetti che si confronta nuovamente con la tipologia del locale notturno: tra questi vi è lo studio olandese OMA, sotto l’egida di Rem Koolhaas, che ha proposto un nuovo concept per una delle discoteche più famose del mondo, il Ministry of Sound II di Londra, quintessenza del club del ventunesimo secolo.

Un altro esempio è lo studio di architettura e design Akoaki, che con il suo Mothership, una consolle da DJ mobile, concentra l’attenzione sulla ricca storia del clubbing della sua Detroit. A completare la struttura cronologica della mostra, Konstantin Grcic, che ha curato l’exhibition design, e Matthias Singer, che si è occupato del lighting, hanno elaborato un’installazione musicale e luminosa: una silent disco che catapulta i visitatori nella movimentata storia della club culture. Una raccolta selezionata di copertine di dischi, tra cui i disegni di Peter Saville per Factory Records o la copertina programmatica dell’album Nightclubbing di Grace Jones, sottolinea infine le importanti relazioni tra musica e grafica nella storia delle discoteche dal 1960 a oggi. Speriamo che dopo il Pecci la mostra trovi spazio in una delle grandi città italiane perché come diceva Charles Eames, che insieme alla moglie Ray ha fatto la storia di Vitra e del design,la vita notturna va presa in seria considerazione.

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