Seguici su
Business 9 Settembre, 2019 @ 2:54

Come l’effetto “bandwagon” condiziona costantemente le nostre decisioni

di Giuseppe Luca Scaffidi

Staff

Leggi di più dell'autore
chiudi
folla a un concerto
(GettyImages)

L’illusione della libertà è un elemento comune ad ogni essere umano: in quanto individui razionali, riteniamo (in maniera un po’ egocentrica) di disporre a priori dei mezzi necessari per scegliere la migliore condotta da tenere in una determinata situazione, soppesando minuziosamente i costi e benefici che deriveranno dalle nostre azioni. Purtroppo, la realtà dei fatti è ben diversa: siamo costantemente influenzati dal nostro background culturale e da quel complesso di credenze e preconcetti che ci trasciniamo sul groppone sin dalla primissima infanzia.

Tra gli elementi in grado di condizionare le nostre decisioni, l’opinione della maggioranza occupa un posto di assoluto rilievo. La tendenza a “salire sul carro del vincitore” è insita nella natura umana: spesso e volentieri, crediamo che una cosa sia vera soltanto perché lo crede la maggior parte delle persone.

In psicologia, questo errore cognitivo è noto come bandwagon effect (“effetto carrozzone”), ed indica la propensione ad adottare un determinato comportamento, stile o atteggiamento semplicemente perché lo fanno tutti gli altri. La paternità del termine viene convenzionalmente attribuita all’attore e comico statunitense Dan Rice, uno dei primi, grandi showman americani (per intenderci, l’uomo sulle cui fattezze è stato disegnato il popolare Uncle Sam, vera e propria icona del patriottismo americano, resa immortale dal celebre manifesto pro-arruolamento “I want you!”). Durante le elezioni presidenziali del 1848, in cui sosteneva la candidatura di Zachary Taylor, Rice organizzò una campagna elettorale atipica per l’epoca, nella forma di un lungo spettacolo itinerante: girovagando per gli Stati Uniti a bordo di un carro circense, con tanto di musicisti a seguito (band-wagon, per l’appunto), il comico ottenne un successo di piazza clamoroso, catapultando l’espressione “to jump on the bandwagon” nel lessico popolare. Negli anni successivi, i candidati presero spunto dal precedente di Rice, e iniziarono a tenere i propri comizi su carri sgargianti corredati di musicanti.

Non a caso, l’ambito in cui l’effetto bandwagon dispiega più vistosamente i suoi effetti è quello elettorale. Diverse ricerche hanno tentato di comprendere se i sondaggi siano in grado di influenzare il comportamento di voto degli elettori. Come evidenziato dal professor Guido Gili nel suo libro Il problema della manipolazione: peccato originale dei media?, i sondaggi possono essere utilizzati in maniera strumentale, trasformandosi in veri e propri strumenti di marketing politico: possono assolvere a funzioni di “legittimazione”, al fine di consolidare o rilanciare l’immagine positiva di un determinato candidato o indebolire un avversario; possono contribuire alla strutturazione dell’agenda politica, enfatizzando il rilievo di determinate questioni rispetto ad altre; e, ancora, possono concorrere alla formazione del consenso, imponendo all’attenzione dell’opinione pubblica le idee di certi leader o gruppi politici a discapito di altri. Diversi elettori, nelle settimane immediatamente precedenti le elezioni, rischiano così di venire risucchiate nel vortice delle percentuali elettorali, finendo col votare il candidato o il partito che sembra avere maggiori possibilità di successo, anche quando questo non comporta l’ottenimento di benefici diretti. Ad esempio, secondo un sondaggio di Youtrend, nelle tre settimane successive al clamoroso exploit ottenuto in occasione delle elezioni europee del 26 maggio (in cui aveva ottenuto il 34%), la Lega ha visto accrescere ulteriormente i propri consensi, giungendo a sfiorare il 36%.

Nel campo della finanza comportamentale, l’effetto bandwagon rientra tra i bias cognitivi in grado di condizionare il comportamento degli investitori, ed è connesso principalmente all’esplosione delle bolle speculative. Ciò accade, ad esempio, quando un gran numero di operatori (solitamente investitori professionisti e adeguatamente informati) comincia a concentrare investimenti su un singolo titolo, al fine di ottenere un buon margine di profitto nel breve termine. Il successo istantaneo del titolo genera un circolo vizioso di investimenti “emotivi”, operati da investitori non professionisti, che finiscono col gonfiare il suo effettivo valore, provocando l’esplosione della bolla.

Per quanto riguarda l’influenza sulle preferenze dei consumatori, l’effetto bandwagon si configura come una strategia di manipolazione volta a condizionare le scelte dei clienti indecisi, che quasi sempre vireranno in favore dell’opzione più comunemente scelta in quanto ritenuta più affidabile (pensiamo all’applicazione delle classiche targhette auto-celebrative, recanti messaggi come “il più venduto” o “il più popolare”). Inoltre, piattaforme come Booking o TripAdvisor rappresentano degli osservatori privilegiati per testare l’efficacia dell’effetto bandwagon: quante volte le recensioni negative dei clienti ci inducono ad evitare un albergo o un ristorante senza troppi ripensamenti?

L’effetto carrozzone può essere considerato, quindi, come una scorciatoia che il nostro cervello intraprende per risparmiare energia: siamo naturalmente portati all’omologazione e, quando finiamo per smarrirci nella mole di informazioni a nostra disposizione, ritrovare stabilità occupando il nostro posto nel “gregge” è una sensazione piuttosto confortante. Il problema è che adeguarsi all’opinione dei più non è sempre la soluzione migliore. Anche perché, per dirla con Biante, “I più sono cattivi”.

Vuoi ricevere le notizie di Forbes direttamente nel tuo Inbox? Iscriviti alla nostra newsletter!