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Cultura 14 Gennaio, 2020 @ 10:09

Gufram: l’azienda che crea le icone del design italiano

di Marco Rubino

La mia grande passione è la street art.Leggi di più dell'autore
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Cactus Gufram, arredamento di design italiano
Cactus Gufram (courtesy Gufram)

Tra i marchi italiani dell’arredamento Gufram è certamente riconosciuto nel mondo per aver forzato i limiti del disegno industriale. Con lo spirito del radical design e le sperimentazioni controcorrente legate alla ricerca estetica, tecnologica e di materiale, Gufram ha realizzato, infatti, sedute e arredi che sono entrati nell’immaginario collettivo: prodotti ludici, sovversivi e dissacranti dall’anima Pop volutamente concepiti come elementi di anti-design.

Charley Vezza direttore creativo diGufram, arredamento di design italiano
Charley Vezza, direttore creativo di Gufram

L’azienda, nata a Torino come realtà artigianale dove le maestranze della tappezzeria, dell’ebanisteria e dell’imbottitura di mobili incontrano le avanguardie artistiche internazionali, produce dal 1966 icone del design che hanno preso forma e valore di unicità grazie alla contaminazione tra l’approccio progettuale industriale, la realizzazione artigianale e l’estro creativo proprio dell’arte.
Definite anche sculture domestiche capaci di interpretare un punto di contatto tra il mondo dell’arte e quello del design, gli inconfondibili arredi di Gufram come il divano Bocca, la chaise longue Pratone e l’appendiabiti Cactus sono custoditi nelle case più belle e nei musei più autorevoli del mondo.
L’azienda nel 2012 è stata acquisita dall’imprenditrice Sandra Vezza. Con la direzione artistica di Charley Vezza, Gufram ha vissuto un ambizioso rilancio attraverso una nuova commerciale e di comunicazione.

Incontriamo Charley per capire di più di questa iconica azienda italiana vero fiore all’occhiello dell’estetica contemporanea che vanta prestigiose collaborazioni con artisti, designer e fashion brand tra cui, uno su tutti Maurizio Cattelan, il maggiore artista italiano vivente.

Qual è stato il tuo primo pensiero il tuo primo giorno di lavoro in Gufram?

La prima cosa che ho fatto è stata parlare con le persone che lavorano in azienda. Mi sono reso subito conto dell’enorme potenziale, ma al contempo del tanto lavoro da fare per far emergere l’eccellenza dei nostri prodotti non solo in Europa, ma in tutto il mondo.

Gufram è sempre considerata tra arte e design. Cos’è Gufram per te?

Gufram per me è un’azienda di design perché i suoi prodotti hanno una funzione, anche se latente. È ovvio che producendo sculture domestiche si crei confusione tra arte e design. La mia definizione migliore è che siamo una azienda che produce cose belle che durano nel tempo, una delle sfide più interessanti di questi anni.

L’idea di un oggetto che dura una vita è contrastante con il business?

Noi potremmo crescere ancora molto di più rispetto a quanto già facciamo, però vogliamo crescere mantenendo questa regola. I nostri oggetti per costo, materiale e idea sono destinati a durare per sempre.
Il concetto di usa e getta è quanto di più lontano ci possa essere dal modo in cui concepiamo e realizziamo i nostri i prodotti: vogliamo contribuire a combattere un consumismo esagerato, soddisfacendo i nostri clienti con oggetti di valore, che durino a lungo.

Gufram si è sempre contraddistinta per il mix tra arte e design prima che questo fenomeno diventasse mainstream. Cosa è cambiato in tale ambito negli anni?

Oggi le contaminazioni sono all’ordine del giorno. In passato c’è sempre stato un filtro professionale che decideva cosa dovesse piacere alla massa: era il ruolo dei media, dei critici o di altre figure d’intermediazione. Forse tale approccio era ingiusto perché non permetteva ad alcuni talenti di emergere.

Il rovescio della medaglia è che oggi, ridimensionando il ruolo degli esperti, insieme al bello emerge anche ciò che bello non è. Perdendo di autorevolezza la critica, è passato il concetto che tutti possono fare tutto.

In giro vedi più bello o più osceno?

C’è sempre stato l’uno e l’altro, ma oggi il confine è davvero labile.

Proseguiamo con la relazione con l’arte: che idea hai della street art?

La street art è l’arte che sento più mia, perché è esplosa nella mia generazione. Quando avevo 24 anni ho visitato al MOCA di Los Angeles quella che è stata la mostra di street art più importante al mondo, la prima dentro a un’istituzione di questo tipo. Il vero problema della street art è l’essere su strada: se si è su strada non si fa mercato e se non si fa mercato non si entra, salvo rare eccezioni, nel vero mondo dell’arte. Hanno provato a staccare i muri e metterli in galleria, ma il contesto è comunque imprescindibile.

Nei decenni passati l’Italia ha avuto tanti creativi, architetti, artisti e molti di loro si sono affermati a livello internazionale. Pensi che l’Italia abbia perso questo primato?

Sicuramente sì. L’Italia non è più al centro del mondo culturale e quindi è molto più difficile per un italiano imporsi nell’ambito della creatività. Non abbiamo più l’influenza creativa di un tempo. L’abbiamo persa per la nostra incapacità cronica di fare sistema.

Come sei arrivato a guidare Gufram?

Nel periodo in cui mia mamma ha acquisito Gufram, che rappresentava da sempre un suo sogno, io mi trovavo a New York. Quando mi ha chiamato per comunicarmi che l’acquisizione era andata in porto, ha anche aggiunto di essersi resa conto che non avrebbe potuto occuparsene da sola e mi ha chiesto una mano.
Io le ho detto che però avrei voluto continuare a vivere negli USA e la sua risposta è stata che se volevo restare lì, avrei dovuto pagarmi da solo le spese dell’affitto. Il giorno dopo sono tornato in Italia! Diciamo quindi che non è stata proprio una mia scelta, malgrado mi piacesse il settore del design. Oggi la ringrazio moltissimo per il suo aut aut.

C’è qualcosa che ti piacerebbe creare per essere ricordato come l’innovatore di Gufram?

Oggi è difficile creare delle icone, perché il mondo viaggia troppo velocemente. Mi piacerebbe essere ricordato come colui che ha portato Gufram fuori dal design, mantenendo inalterato l’approccio anticonformista.

Cosa ti lega a Stefano Seletti e Maurizio Cattelan?

Una grandissima amicizia. Ci siamo trovati a lavorare insieme per puro caso. Abbiamo fatto la prima collaborazione con Toiletpaper (il progetto editoriale di Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari) e da lì abbiamo continuato a lavorare insieme. L’ 80% del nostro rapporto è fatto di relazioni umane, cresciute lavorando insieme. Siamo una famiglia.

Sei un collezionista?

No, l’arte che mi piace costa sempre troppo. Non sono collezionista di nulla.

È importante rendere il design democratico?

Penso che sia giusto che tutti abbiano la possibilità di comprare cose belle, soprattutto se sono anche funzionali. Oggi le case sono più belle grazie ad IKEA. È giusto che il bello sia anche democratico.

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