Economia di guerra: cosa può fare l’Italia per difendere i suoi asset strategici

L’impianto Versalis Eni di Crescentino (Imagoeconomica)
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L’impianto Versalis Eni di Crescentino (Imagoeconomica)

Ormai da settimane le principali testate internazionali (e anche italiane) ci offrono tutto un pullulare di articoli e previsioni (eccone uno) sulle conseguenze a lungo termine dell’epidemia di coronavirus. Oltre alla tragedia sanitaria, alla recessione che si preannuncia devastante, sono in molti a intravedere qualche possibile variazione, magari radicale, nell’equilibrio geopolitico, nelle regole economiche, nei rapporti di forza tra i paesi, insomma in quello che in gergo è chiamato “ordine globale”.

Da un lato c’è la Cina che poco per volta riaccende la sua economia e mette in piedi, tra effettivi aiuti e propaganda, una specie di via della seta sanitaria. Un ruolo che tra l’altro le riesce bene perché è “made in China” gran parte del materiale da cui il mondo dipende per combattere il coronavirus. Tipo le mascherine, i respiratori, i principi attivi che servono per comporre gli antibiotici.

E’ chiaro però che dietro l’angolo potrebbero esserci delle ambizioni ben più crude. Si tratta di sfruttare la crisi per aumentare il proprio ascendente in tutti quei paesi che si trovano in grave difficoltà. E riconosciamolo, non lo farà certo soltanto la Cina, ma qualsiasi altra potenza.

L’Europa, a questo punto, potrebbe essere la preda più succulenta. Ricchissima di tecnologia e conoscenza scientifica, ma politicamente fragile di fronte a uno tsunami economico senza precedenti. Sì, la Bce ha promesso che quest’anno comprerà asset finanziari per mille miliardi di euro, circa il 9% del Pil dell’intera euro zona, un’iniezione enorme, eppure molti si domandano se sarà sufficiente. Quello che è certo è che tutti i paesi europei usciranno dalla crisi con debiti gonfiati e un deficit crescente. Lo Stato torna pesantemente in campo quindi, per puntellare sanità ed economia.

Queste misure, scrive il Financial Times, dovrebbero servire anche per scongiurare la paura, molto reale, che investitori esteri possano comprarsi a saldo società indebolite dalla crisi, ed entrare così nei gangli più strategici dell’economia. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, qualche giorno fa ha detto: “Bisogna usare tutte le opzioni per impedire che le nostre aziende cruciali cadano in mani (o sotto influenze) straniere, questo per non compromettere sicurezza e ordine pubblico”.

E dunque a mali estremi estremi rimedi: la Germania, di solito molto oculata, ha preso a prestito 150 miliardi di euro per un pacchetto di stimoli eccezionale, che tra le tante cose include un fondo da 100 miliardi con cui aiutare aziende strategiche in difficoltà. Qualche imprenditore chiede misure ancora più radicali. Medef, la Confindustria francese, ha suggerito al governo di nazionalizzare le aziende messe in ginocchio dalla crisi. E l’Italia?

Dopo la catastrofe delle dichiarazioni di Lagarde (“non siamo qui per ridurre lo spread”) e le perdite più gravi registrate da Piazza Affari in 70 anni, la Consob ha bloccato per tre mesi le vendite allo scoperto su tutto il listino. Poi Conte, in Parlamento, ha detto che ad aprile ci sarà un nuovo decreto Cura Italia, con più soldi per l’economia (i 30 miliardi di marzo diventeranno forse 60) e “strumenti più sofisticati” per proteggere i nostri comparti strategici da scalate ostili di investitori esteri.

In buona sostanza, pungolato dal Copasir (il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), il governo vuole rafforzare il cosiddetto “golden power”. Di che cosa si tratta? Andiamo con ordine: questo meccanismo venne istituito durante un’altra crisi, quella dei debiti sovrani del 2012, e di fatto si tratta di un potere speciale d’intervento che lo Stato si riserva nei confronti di tutte le società, pubbliche e private, che operano in settori considerati strategici.

Lo Stato può, in sintesi, bloccare gli acquisti di partecipazioni aziendali (o comunque dettarne condizioni molto stringenti) e porre il veto su certe delibere societarie. Quali sono i settori strategici? All’inizio, difesa, sicurezza nazionale e alcuni ambiti di energia, trasporti e comunicazioni. Nel 2109 si sono aggiunte le reti di telecomunicazione a banda larga, quindi il famoso il 5G. Un altro punto da tenere a mente (e abbastanza discusso in questi giorni): negli anni sono mancati i decreti attuativi per proteggere il settore finanziario, cioè banche e assicurazioni.

Per quanto riguarda il 5G, il dilemma è la Cina. Gli esperti ci dicono che 1) i cinesi in questa tecnologia sono monopolisti e 2) che se ti sfugge il treno del 5G il dio della modernità ti rispedisce a calci all’età della pietra. Insomma, significa perdere molti dei lavori del futuro. Il problema è che appaltare il 5G a Huawei e Zte, di fatto agglomerati di Stato, esporrebbe a grossi rischi per la protezione informatica del Paese e delle sue grandi aziende. Grazie al Copasir ci sono stati aggiornamenti normativi, provvedimenti che hanno cercato di rendere più difficile l’intromissione di altri Stati attraverso servizi informatici e telecomunicazioni.

Ma dalle ultime riunioni del Copasir si percepisce che c’è diffidenza non soltanto verso potenze extra europee. Il suo vice-presidente, Adolfo Urso, ha proposto un emendamento per estendere il golden power anche a paesi europei, cominciando dal settore dell’energia (Eni, Enel, eccetera) che in Borsa ha preso sberle terribili nelle ultime settimane. Come si farà è una grande incognita, perché l’operazione è contraria a tutta la normativa europea. Qui i soggetti non proprio amichevoli potrebbero essere i francesi, con i loro campioni nazionali e la “guerre économique”. Il senatore Urso poi suggerisce di dare il via libera a Cassa depositi e prestiti per l’acquisto di titoli, obbligazioni e capitale sociale di tutte quelle imprese italiane considerate strategiche.

L’altra novità, annunciata da Conte, è l’idea di includere nel golden power finalmente banche e assicurazioni. E anche qui, insomma, si torna a pensare ai francesi, che negli anni hanno piantato parecchie bandierine nei centri finanziari italiani .

Mai come in questo momento il Copasir è stato protagonista dell’attività parlamentare e del dibattito pubblico. Roberto Perotti, professore di economia alla Bocconi, ha scritto qualche giorno fa un commento molto amaro su Repubblica. Si conclude più o meno così: da questa crisi dobbiamo uscire da soli usando bene le nostre risorse. Che purtroppo sono limitate.