Voltare pagina in un territorio simbolo: parla Stefano Scaglia, presidente di Confindustria Bergamo

Stefano Scaglia, Confindustria Bergamo (Imagoeconomica)
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Stefano Scaglia, Confindustria Bergamo (Imagoeconomica)

Bergamo è l’area più colpita dalla pandemia. Laboriosa e dal piglio imprenditoriale, conta più di 10mila imprese manifatturiere, spesso dal profilo internazionale. Si contano i danni, è indubbio. Ma lo sguardo si spinge oltre il cumulo delle macerie per progettare la rinascita. E “progettare” equivale a “fare” in questa terra pragmatica al massimo grado.

Ne abbiamo parlato con Stefano Scaglia, presidente di Confindustria Bergamo  (1170 le aziende associate) nonché a.d. di Scaglia Indeva Spa, leader mondiale nella progettazione e produzione di una nuova generazione di manipolatori industriali. Fondata nel 2004 da uno scorporo, l’azienda trova il suo filo conduttore nella Scaglia Srl nata nel lontano 1838. Stefano Scaglia incarna la quinta generazione rappresentando, così, una delle realtà più longeve del territorio.

Scaglia è l’undicesimo protagonista del ciclo di interviste dedicate Dopo Coronavirus progettato dai grandi dell’imprenditoria italiana.

 

A marzo e aprile le aziende bergamasche hanno visto calare il  fatturato del 36%. Per i mesi a seguire un’azienda su quattro  prevede che il fatturato arrivi a dimezzarsi, e una su due stima un -25%. E’ cambiato qualcosa rispetto a questi dati?

L’Osservatorio con i dati aggiornati uscirà a breve, ma dai segnali raccolti desumo che i numeri rimarranno sostanzialmente quelli.

 

Chi sta soffrendo di più?

Oltre alle imprese legate al turismo, ristorazione e commercio, le  aziende manifatturiere piccole e più deboli da un punto di vista finanziario, occorre avere risorse per superare questo periodo di difficoltà. C’è uno sforzo da parte delle imprese per reggere agli oneri fissi e per andare incontro alle esigenze del personale: dall’anticipare la cassa integrazione al pagare le fatture ai propri fornitori. Io stesso, intorno ad aprile, ho sottoscritto un appello alle nostre associate per invitare tutti a rispettare i propri impegni per mantenere la  circolazione di risorse evitando di bloccare, a catena, il flusso dei pagamenti. Questo avrebbe generato problemi soprattutto per i più deboli o per le imprese che magari vengono da periodi di investimenti importanti.

 

Uscendo dai confini provinciali, quanta consapevolezza c’è dell’entità dei danni subiti da quest’area  tanto laboriosa quanto silenziosa?

Prima cosa. Durante l’emergenza sanitaria, le imprese hanno reagito con un grande senso di  responsabilità, hanno operato in modo solidale per recuperare impianti, apparecchiature, dispositivi di protezione. Tante le donazioni, tante le riconversioni industriali e le filiere sorte per far fronte all’urgenza. E’ emerso un forte senso di comunità, di partecipazione e abnegazione. Una reazione positiva che ha messo in luce le competenze forti e diversificate del nostro territorio.

Detto questo. Bergamo ha acceso l’attenzione della stampa nazionale e internazionale, tante testate straniere sono accorse per ricostruire gli accadimenti. Hanno iniziato a circolare le immagini drammatiche che tutti  abbiamo negli occhi, quindi le pagine dei necrologi,  e sulla base di questo noi ricevevamo tante telefonate da parte di aziende e persone con cui abbiamo relazioni all’estero. E’ bene che ci sia stata una forte attenzione però è chiaro che adesso è importante ricostruire un’immagine.

 

Si volta  pagina.

Queste immagini faranno parte della nostra storia, è bene che si sia stata percepita la gravità del dramma. Però ora dobbiamo far vedere cosa siamo capaci di fare per il futuro. Deve passare il messaggio che stiamo tornando alla normalità, che abbiamo tanti progetti di fiducia e visione nel futuro. Stiamo chiudendo un capitolo ma ne stiamo aprendo rapidamente un altro. L’aeroporto si è messo in sicurezza per tornare a essere un hub importante. I nostri hotel sono attrezzati per tornare a ricevere i turisti. Bar e negozi hanno riaperto. Le imprese sono tornate a lavorare e stanno varando progetti di investimenti per il futuro.

 

Come comunicherete questo? C’è un piano?

E’ la proposta che intendiamo fare anche ad altre associazioni e istituzioni. Lunedì è stato nominato il nuovo Presidente della Camera di Commercio, ente che è attore importante in queste azioni. Ora possiamo iniziare a lavorare assieme. Ed è giusto un esempio. E’ importante invitare tutti i giornalisti venuti nel periodo dell’emergenza sanitaria per mostrare come il territorio è stato in grado di superare quella fase, per far vedere che stiamo varando progetti importanti di sguardo verso il futuro in termini di infrastrutture e  capitale intellettuale. Ci sono tanti progetti di imprese che credono nella ripartenza.

 

Cosa spera che venga recepito del Piano Colao?

Una delle premesse fondamentali è quello della PA, l’auspicio è che lavori in modo più efficiente e semplificato per i cittadini e le imprese. Altro tema chiave: lo Stato nelle imprese, se ne parla molto, e può anche verificarsi con un obiettivo temporale molto limitato e un piano molto preciso. Però ognuno deve fare il proprio mestiere. Lo Stato deve occuparsi della Giustizia, della Sanità, deve  costruire le infrastrutture e un sistema efficiente e competitivo che possa favorire le azioni imprenditoriali. Lo Stato deve fare lo Stato e gli imprenditori devono fare gli imprenditori. Ognuno ha un suo compito preciso: questo è il modello vincente. Poi se gli  imprenditori non saranno capaci di fare impresa vorrà dire che non avranno successo e che ci sarà qualcun altro a fare meglio.

 

Apprezza il  piglio assunto dal presidente Carlo Bonomi?

Dice le cose come stanno, fattore che è sempre importante, ma a maggior ragione in questa fase, basta mantenere la disponibilità a collaborare e a proporre, cosa che Confindustria fa.  Anzi, di proposte ne abbiamo fatte. Purtroppo  va constatata, e aggiungo con una certa amarezza,  la diffusione di sentimenti contrari all’impresa, vedi l’intervista rilasciata lunedì dal Presidente dell’Inps. L’intervista rispecchia un’ideologia che guarda ai sussidi e pensa che le imprese possano vivere solo di sussidi anziché confrontarsi col mercato. Da un lato, è espressione di una parte politica che guarda ai sussidi come all’unico mezzo di sopravvivenza e pensa che questi possano funzionare, dall’altro dimostra la scarsa cultura d’impresa perché nessuno può pensare che un’impresa possa rimanere fuori dal mercato senza avere danni permanenti.

 

La  politica di sussidi contro la quale Confindustria punta l’indice.

Per rilanciare il Paese bisogna uscire dalla politica di sostegno, fondamentale durante l’emergenza, ma poi occorre una politica di rilancio. Vuol dire , per esempio, convogliare  i soldi che arriveranno dall’Europa in progetti, attività, iniziative capaci di generare altri soldi trattandosi di debiti che dobbiamo ripagare. Occorre dare un forte incentivo ai consumi, anche l’estero è fermo, non possiamo contare troppo sull’export. Dobbiamo lavorare molto a casa nostra, incentivare una ripresa dei consumi, gli investimenti privati e d’impresa, punti che come l’industria 4.0 a un certo punto vennero derubricati. Occorre fare opere pubbliche e non penso a opere nuove, come il Ponte di Messina, semmai  bisogna portare a termine quelle già iniziate per poter generare un ritorno in tempi brevi.

 

Quali opere infrastrutturali sarebbero auspicabili sul territorio bergamasco?

La chiusura della variante di Zogno, la Treviolo-Paladina. Va progettato il collegamento ferroviario con l’aeroporto di Orio e potenziato il collegamento veloce di Bergamo-Milano. Penso al collegamento nord-sud di Bergamo, quindi della città con Treviglio, vanno collegate le Valli, quindi il capoluogo con il sud della provincia e Brebemi. Lo scalo ferroviario è importantissimo per le nostre imprese. Altra grande opera infrastrutturale lombarda è la Pedemontana che aiuta a superare il nodo milanese.

 

La pandemia quanto e come cambierà Bergamo?

Sfuggo la retorica, così di moda, per cui il mondo cambierà. Credo che aldilà di quanto successo si manterranno i grandi trend. Credo che l’uomo rimanga uomo con i suoi bisogni fondamentali tra cui quello di relazione con i suoi simili. Non rinunceremo alle relazioni interpersonali, allo scambio di idee. Certo, sono entrate nella consuetudine strumenti e modi di relazionarsi che forse prima ci sembravano poco educati. Abbiamo superato l’imbarazzo nell’utilizzo di certi strumenti. Sicuramente questa è un’eredità che porteremo con noi, ma la relazione personale permarrà il grande valore.