Roberto Azevedo
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Fine corsa per la globalizzazione? Lo deciderà il successore di Azevedo alla Wto

Roberto Azevedo
Roberto Azevedo, già direttore generale del Wto (Shutterstock)

Il coronavirus rischia di ridurre a brandelli una globalizzazione già nei guai da diversi anni. Le previsioni dicono che, per colpa del Covid, nel 2020, gli scambi di merci si ridurranno di un terzo, il calo peggiore dagli anni ’30. Contemporaneamente le barriere protezionistiche sembrano destinate a salire. In questa tempesta servirebbe, dunque, un bravo pilota. Uno che faccia da arbitro e garante per agevolare gli scambi. Il problema, però, è che il Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio), e cioè l’organo che dal 1995 controlla il sistema commerciale multilaterale, è di fatto congelato. Il suo potere di far rispettare i trattati è gravemente compromesso, perché gli Stati Uniti si sono rifiutati di nominare nuovi giudici nel comitato di risoluzione delle controversie. Il presidente Trump ha poi bypassato tutti cominciando a negoziare direttamente con la Cina. Sarebbe un grosso errore, tuttavia, rassegnarsi al funerale del Wto. E basta un dato per capire come mai: il Wto sostiene il 96% del commercio mondiale. Secondo una stima recente l’appartenenza a questa organizzazione – o al suo predecessore (il Gatt) – ha fatto crescere il commercio tra i membri del 171%. Questo oceano di scambi però ha bisogno di una cornice legale prevedibile; perché, senza mezzi per risolvere controversie e ambiguità, i trattati finiscono per essere poco incisivi. Ormai da anni il mantra che si sente ripetere è: ‘sono necessarie riforme’, ‘per sopravvivere il Wto deve cambiare’. Ecco perché è così importante tenere d’occhio la corsa al successore del brasiliano Roberto Azevedo (che ha appena lasciato come direttore generale per un incarico alla Pepsi).

La battaglia è apertissima. I candidati sono otto. Tre dall’Africa e uno ciascuno da Arabia Saudita, Messico, Corea del Sud, Regno Unito e Moldavia. Una cosa poi balza subito all’occhio: mancano proposte condivise da parte delle grandi economie del pianeta (Unione Europea, India, Cina, Stati Uniti). Ciò nonostante il nuovo direttore del Wto avrà il compito (e la possibilità) di difendere comunque l’ordine commerciale globale. Che cosa, però, andrebbe riformato?

Nato 25 anni fa, il Wto ha tre grandi obiettivi. Il primo è garantire il rispetto delle regole di libero scambio; in secondo luogo, fungeRE da forum per la negoziazione degli accordi multilaterali e, da ultimo, assicurare un meccanismo per risolvere le controversie commerciali. Il club oggi comprende 164 Paesi, però non firma accordi di qualche importanza da diversi anni (questo principalmente perché ogni Paese ha diritto di veto). Ed è rimasto a guardare, impotente, l’escalation di dazi tra Stati Uniti e Cina, le due maggiori economie del mondo.

Trump, e parecchi politici di spicco nel Congresso americano, considerano il Wto una specie di relitto del passato. E non hanno tutti i torti. Per esempio, la Cina entrava nel club vent’anni fa come Paese in via di sviluppo e quindi godendo di notevoli agevolazioni. Nonostante la sua crescita prodigiosa, la Cina ha ancora addosso quella etichetta, cosa che le dà diritto, secondo il gergo del Wto, a un trattamento “speciale e differenziato”. La Cina non è l’unica. Ci sono ancora nove membri del G20 che rivendicano lo status di Paese in via di sviluppo, India compresa, e fino all’anno scorso, incredibilmente, anche la Corea del Sud. Preistoria, insomma. E per molti altri aspetti il Wto non sembra essersi evoluto troppo dall’anno della sua fondazione, il 1995. Appare, per esempio, veramente poco adatto a gestire le sottigliezze del commercio digitale e il ruolo crescente delle imprese partecipate dagli Stati, un grattacapo che dipende molto dall’ascesa del sistema cinese.

È anche vero, però, che gli Stati Uniti, al di là delle lamentele, non propongono alcun piano preciso di rinnovamento. I critici di Trump dicono che voglia semplicemente portare la lancetta indietro ai tempi del Gatt (predecessore del Wto), quando le risoluzioni alle dispute non erano vincolanti. Per questo una sua accusa ricorrente è che i giudici del Wto, con le loro sentenze, sono andati “oltre i loro poteri”. È un classico: chi perde si lamenta, e gli Usa, trascinati davanti all’organo di appello del Wto, di volta in volta, hanno perso. Gli veniva contestato l’uso che facevano dei cosiddetti “rimedi commerciali”, cioè le tariffe per difendere i propri produttori da importazioni sleali. C’è anche da dire che all’America non è sempre andata male; recentemente ha vinto contro l’Unione Europea, sugli aiuti ad Airbus.

Ormai però sono in molti a ritenere le proteste Usa non del tutto fuori luogo. Le argomentazioni americane “non sono sbagliate”, ha detto Ngozi Okonjo-Iweala, nigeriana, ex numero due della Banca Mondiale e oggi candidata di punta alla successione di Azevedo. Si presente come una riformatrice coraggiosa, con esperienza e contatti, rodata nei meccanismi delle organizzazioni internazionali. Lo è anche Amina Mohamed, dal Kenya, economista, altra contendente molto competitiva, con un approccio meno irruento rispetto alla collega e per questo forse più gradita alla Cina. Il terzo candidato dall’Africa è un avvocato egiziano. Abdel Hamid Mamdouh ha trascorso la sua carriera dentro il Wto e quindi la conoscenza certosina della macchina è il suo punto di forza. Dice di essere un mediatore, un costruttore di ponti. Ed è vero: dialoga bene col mondo arabo, di cui incassa il sostegno da diversi Paesi.

Il resto del Medio Oriente si è coalizzato invece intorno al candidato saudita, Mohammed Al-Tuwaijri, che per certi versi è quello più di rottura. Consigliere della corte di Riyad, prima di fare il ministro dell’economia è stato vice presidente e ceo del gruppo bancario Hsbc in Medio Oriente, Nord Africa e Turchia. Quindi uno con una vasta esperienza sia nel pubblico che nel privato, e questo è sicuramente un vantaggio. Al-Tuwaijri dice di avere in mente una roadmap di riforme precise e realizzabili, basate anche sul sano utilizzo della tecnologia e dell’intelligenza artificiale che possono essere decisive anche per combattere l’emergenza Covid-19.

L’Europa, per parte sua, ha espresso due candidati, un inglese pro Brexit, quindi non molto credibile, e il moldavo Tudor Ulianovschi, che però non risulta godere di rilevanti appoggi politic. Il messicano Jesus Seade Kuri è la proposta uscita dal Nord America, ma è troppo solidale con Pechino per avere serie chance di elezione. Mentre l’unico nome asiatico è la sud-coreana Myung-Hee, che in realtà più che una potenziale vincitrice sembra correre per dar fastidio alla Cina.

Sembra proprio questo il punto: vince chi non procura troppi fastidi. Ci vuole un profilo conciliante che metta d’accordo tutti, specialmente Europa, Cina e Stati Uniti. In un articolo abbastanza amaro, scritto in forma di lettera al nuovo direttore del Wto, l’Economist si rivolge così al futuro dirigente: “Scoprirai che il WTO è un’istituzione magnifica, se non fosse per i suoi membri. Se si metteranno subito d’accordo per eleggerti vuol dire che forse ci tengono davvero a salvare quest’istituzione. Ma è più probabile che la tua candidatura sia talmente insipida che non c’è motivo di opporsi”.

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