i grattacieli di Shanghai
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Altro che decoupling, Wall Street parte alla conquista della Cina

i grattacieli di Shanghai
I grattacieli di Shanghai, con in primo piano la Pearl Tower (Shutterstock)

 

Quel matrimonio proprio non si doveva fare, e ormai lo dice apertamente anche Joe Biden: lo sfidante di Trump che voleva trasformare la Cina a suon di scambi commerciali, oggi, agli sgoccioli della campagna elettorale, parla di dittatura irreversibile e di minaccia esistenziale per gli Stati Uniti. Ma il divorzio è davvero possibile? Ci sono diverse società americane, tra cui Google, Apple e Microsoft, che stanno trasferendo la produzione in paesi limitrofi come Vietnam e Thailandia, e pensano di spostarsi ancora più lontano, verso l’India, per esempio. La frattura nell’industria tecnologia quindi si allarga, considerando anche l’ostruzionismo recente verso TikTok e Huawei.

Eppure, la verità è che le due economie, americana e cinese, continuano a essere fortemente dipendenti. Per farsi un’idea, l’anno scorso, nel pieno della guerra dei dazi, 500 miliardi di dollari di merci hanno attraversato l’oceano Pacifico, facendo la spola tra i due paesi. Resta notevole il deficit commerciale di Washington nei confronti di Pechino- ad agosto, al massino degli ultimi due anni. E poi sottotraccia, nonostante la retorica di dazi e blocchi agli investimenti, sta accadendo qualcos’altro di davvero significativo: l’espansione di Wall Street nelle piazze finanziarie cinesi.

Con buona pace di Trump, Pechino sta attirando la ricca finanza americana con liberalizzazioni e opportunità sorprendenti. BlackRock, Vanguard, JP Morgan, Goldman Sachs, Morgan Stanley, American Express stanno tutti aumentando o aprendo nuove attività in Cina. Quella di Wall Street, secondo gli esperti, non è bramosia passeggera. E’ una scommessa a lungo termine che il baricentro della finanza mondiale possa spostarsi, lentamente ma con continuità, nel lontano oriente.

La Cina ci sta mettendo del suo: da un paio d’anni ha molto allentato i vincoli che tradizionalmente gravavano sul capitale straniero; prima le finanziarie estere potevano partecipare a joint venture, ma solo con quote di minoranza; ora invece è possibile acquisire una fetta maggioritaria e perfino l’intero pacchetto azionario. L’alta finanza americana s’è catapultata tipo api sul miele. Goldman Sachs a marzo ha acquisito il 51%, quindi il controllo, del capitale della sua sussidiaria che gestisce titoli cinesi; ha fatto lo stesso Morgan Stanley; e lo scorso giugno è arrivato il via libera per JP Morgan: amministrerà una società di futures interamente di sua proprietà, l’investimento è di un miliardo di dollari. Nei servizi di carte di credito si sono mosse American Express, Visa e Mastercard. E prima di loro PayPal: l’anno scorso ha comprato il 70% di GoPay ed è diventata la prima piattaforma straniera a fornire servizi di pagamento online in Cina. Molto dinamici anche i grandi gestori di patrimoni, BlackRock comincia a vendere fondi comuni di investimento, mentre Vanguard ha deciso di spostare la sua sede asiatica a Shanghai.

Il flusso di denaro è consistente. In un anno duecento miliardi di dollari di fondi esteri investiti in azioni e obbligazioni cinesi. Il vantaggio per il momento sembra reciproco. Ci guadagna la Cina che ha bisogno di attirare capitali stranieri per finanziare le sue società, ancora troppo dipendenti da prestiti bancari interni. E ci guadagna la finanza internazionale. Perché la Cina al momento offre qualcosa di davvero raro: una grande economia in crescita e tassi d’interesse più alti che nel resto del mondo, dove sono praticamente a zero da diverso tempo.

E poi ci sono in ballo aspetti strategici di più lungo corso. Uno riguarda l’enorme quantità di soldi in mano ai correntisti bancari cinesi. Questi, secondo Oliver Wyman, colosso americano della consulenza manageriale, nel 2023 avranno a disposizione per gli investimenti 41 trilioni di dollari (erano 24 nel 2019). Per i gestori di patrimonio, anche americani, si tratta di un universo sterminato di potenziali clienti. Insomma, la finanza globale se ne infischia della guerra fredda. E se Trump prova a tagliare i finanziamenti delle società cinesi cacciandole dai listini azionari americani (a dir la verità senza molto successo: i collocamenti di aziende cinesi sono addirittura aumentati rispetto agli anni di Obama), Wall Street il capitale lo porta direttamente in Cina, insieme alle tecniche più sofisticate per gestirlo e farlo fruttare. Il vero decoupling semmai c’è stato per gli investimenti diretti cinesi nell’economia americana. Un crollo dell’88 per cento: dai 46,5 miliardi di dollari del 2016 ai 5,4 miliardi del 2018. Questo per via del nuovo regime di sorveglianza delle autorità statunitensi, ma anche per i maggiori controlli sui capitali in uscita da parte di Pechino.

E quindi cosa ci riserverà il futuro? Una competizione feroce in settori chiave ad alta tecnologia, come intelligenza artificiale e 5G. Qui l’obiettivo americano sarà frenare l’influenza cinese e ridurre al minimo i rapporti tra i due paesi. Anche se vincesse le elezioni il democratico Biden è probabile che ci si muova comunque verso un mondo più diviso, che dovrà scegliere tra sistemi tecnologici diversi. I dazi di Trump così potrebbero restare in piedi. I due sfidanti del resto fanno a gara a chi si mostra più severo con i cinesi. “Bisogna separarsi”, ha detto Trump pochi giorni fa. “Se non facessimo business con la Cina non perderemmo tutti questi soldi”. C’è un problema, però. Le aziende statunitensi ancora non hanno molta voglia di tornare a casa. Di duecento società che operano in Cina solo il 4% è disposto a rimpatriare. Lo dice un sondaggio recente della Camera di Commercio americana a Shanghai. E la grande maggioranza delle imprese – oltre il 70% – non ha nessuna intenzione di spostarsi.

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