Facebook, trimestrale record da 29 miliardi di ricavi. E richiede ai dipendenti di vaccinarsi

Mark Zuckerberg Facebook
(foto Justin Sullivan/Getty Images)
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Mark Zuckerberg si prende la scena, con una trimestrale da record per la sua Facebook. Ma in un trionfo di luci e di numeri, alcuni analisti hanno in qualche modo ridimensionato la performance confrontandola con quella di altre società del settore. E anche il titolo è andato giù del 4% nel commercio post mercato.

Il colosso tecnologico di Menlo Park, in California, infatti ha registrato un fatturato del secondo trimestre di 29 miliardi di dollari, in crescita del 56% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, superando persino le aspettative medie degli analisti che stimavano ricavi per 27,8 miliardi di dollari. Ha fatto festa anche l’utile netto che si è più che raddoppiato rispetto a un anno fa, a quota 10,4 miliardi (3,61 dollari per azione). Intanto, è arrivata la notizia che l’azienda ha chiesto ai dipendenti di vaccinarsi per il ritorno in ufficio a causa del diffondersi della variante delta.

Conti record, ma non abbastanza per il mercato

Il social network – che comprende nel suo perimetro anche Instagram e Messenger – ha avuto un aumento degli utenti attivi mensili e toccato il record di 2,9 miliardi di utenti attivi (+7% anno su anno). Nonostante questi numeri, tuttavia, le azioni di Facebook sono scese del 4% a 358 dollari nel commercio post-mercato subito dopo il rilascio dei conti. A fronte comunque di una crescita del titolo che dall’inizio del 2021 è salito di circa il 38%, più del doppio dell’aumento del 16% del Nasdaq, il listino delle società tecnologiche Usa.

Alcuni analisti, come cita nel suo articolo su Forbes Jonathan Ponciano, hanno evidenziato perplessità sulle capacità di crescita rispetto a rivali più piccoli come Twitter e Snapchat, tra l’altro autori di performance di crescita ancor più sbalorditive rispettivamente del 74% del 116%. Inoltre, la stessa Facebook ha affermato che la crescita dei ricavi “decelererà in modo significativo” nei prossimi due trimestri, mentre si prevede che i costi rimarranno sempre gli stessi.

Il contesto evidenzia una ripresa pubblicitaria più vigorosa del previsto per quanto riguarda i media online. E, ovviamente, Facebook ne ha beneficiato nei suoi conti.

L’entità della crescita, però, secondo alcuni non è andata di pari passo con quella osservata in altri big tech: di Twitter e Snapchat si è già detto, ma anche rispetto a Microsoft e Apple. Gli analisti di Bank of America, lunedì scorso, hanno previsto che una crescita dei ricavi più bassa rispetto ai suoi pari potrebbe pesare sulle azioni di Facebook.

È un fatto, comunque, che Facebook goda di ottima salute, forte di essere la quinta società statunitense per capitalizzazione di mercato con un valore di quasi 1,1 trilioni di dollari. E la stessa Bank of America prevede che il titolo possa salire ancora di un altro 20% nei prossimi tre anni. I fattori di rischio su cui lavorare, invece, sono principalmente tre: il calo dell’attività degli utenti, i problemi con la privacy e la mannaia governativa sulla regolamentazione delle big-tech.

La richiesta ai dipendenti di vaccinarsi

Nel frattempo, si accennava, Facebook è stata l’ultima ad accodarsi alla lista di grandi aziende Usa (Google, Adobe, MGM Resorts a Las Vegas e il Washington Post) che stanno iniziando a richiedere ai lavoratori che ritornano in ufficio di vaccinarsi contro il coronavirus poiché la diffusione della variante delta sta alimentando un aumento dei casi negli Stati Uniti (e nel mondo).

Anche big della finanza come Goldman Sachs e Wells Fargo chiedono ai dipendenti di segnalare il loro stato di vaccinazione, mentre Morgan Stanley richiede ai dipendenti che vogliono tornare a lavorare nei suoi uffici di New York di farsi vaccinare.

Gli avvocati del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti hanno affermato, lunedì scorso, che la legge federale non impedisce alle aziende private e alle agenzie federali di richiedere ai lavoratori di vaccinarsi. Il fronte, comunque, rimane caldo ed è destinato a generare polemiche, non solo negli Stati Uniti.