Musk, Bezos e Branson: i nuovi e diversi orizzonti del turismo spaziale

(foto di Joe Raedle/Getty Images)
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Articolo scritto da Patrizia Caraveo, dirigente di ricerca all’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf). Lavora all’Istituto di Astrofisica spaziale e fisica cosmica di Milano. Nel 2021 è stata insignita del premio Fermi.

Il mese di luglio 2021 passerà alla storia come l’inizio dell’era dei voli turistici suborbitali. In rapida successione abbiamo visto prendere il volo Richard Branson con il suo StarShipOne e poi Jeff Bezos con la capsula New Shepard. Si tratta di due diversi approcci al volo suborbitale. Mentre StarShipOne di Virgin Galactic è un simil aereo che parte attaccato a un altro velivolo e poi, una volta sganciato in quota, accende i motori per arrivare all’altezza di 80 kilometri, New Shepard  di Blue Origin è una capsula spaziale che parte spinta da un razzo fino a sorpassare i 100 kimoletri di altezza.

La disquisizione sulla quota raggiunta non vuole rimarcare chi vada più in alto, ma chi abbia superato la linea di Karman, un confine immaginario posta giusto a 100 km di altezza, che divide l’atmosfera dallo spazio esterno. Tecnicamente si possono definire astronauti solo coloro che abbiano oltrepassato la linea di Karman (e, da martedì 27 luglio, solo chi sia stato protagonista di qualche attività nello spazio). Tant’è, per i passeggeri di New Shepard l’avventura si esaurisce in 10 minuti, per quelli di StarshipOne i tempi di salita sono più lunghi e il volo dura grossomodo un’ora.  In ogni caso, una volta terminata la fase di ascesa, le due diverse tecniche regalano ai passeggeri qauttro minuti di caduta libera durante i quali possono fluttuare nell’abitacolo. A quel punto si devono riallacciare le cinture per la discesa.

L’equipaggio della New Shepard si avvia alla rampa di lancio lo scorso 20 luglio (foto: Joe Raedle/Getty Images)

Sia Branson che Bezos hanno impiegato anni per raggiungere il risultato ed è interessante ricordare che questo nuovo settore turistico spaziale affonda le sue radici in una sfida lanciata nel 1996 da X Prize, organizzazione senza scopo di lucro che aveva messo in palio 10 milioni di dollari per  chi, al di fuori delle agenzie spaziali, fosse riuscito a costruire un veicolo spaziale riutilizzabile, in grado di portare uno o più passeggeri a 100 km di altezza per due volte a distanza di non più di due settimana l’una dall’altra. La competizione venne vinta da Burt Rutan che progettò un aereo con un motore a razzo che si doveva accendere una volta arrivato in quota.

Grazie al supporto finanziario di Paul Allen, il fondatore di Microsoft, vennero realizzati sia SpaceShipOne, l’aereo razzo, sia White Knight, l’aereo trasportatore che furono gestiti dalla Mojave Aerospace Ventures e volarono nel 2004. La sfida lanciata da X Prize attirò l’attenzione di Richard Branson, che nel 1999 fondò Virgin Galactic Airways con l’idea di acquisire la tecnologia di SpaceShipOne e farne una versione più grande, adatta per voli commerciali, che avrebbe dovuto iniziare le operazioni tre anni dopo il test del 2004.

Branson ha peccato di ottimismo. Tre anni di sviluppo erano veramente troppo pochi. Però, intorno al 2010, doveva essere convinto di essere vicino al volo inaugurale, visto che Virgin Galactic aveva iniziato a vendere i biglietti per i voli suborbitali. Una delle prime clienti era stata Wally Funk, un’aviatrice che aveva più volte tentato di diventare astronauta negli anni 60 quando la Nasa lavorava al programma Apollo. Purtroppo il progetto di Virgin Galactic ha continuato ad avere problemi (e incidenti) accumulando ritardi e, alla fine, per arrivare all’inaugurazione dei voli con StarShipOne, di anni ce ne sono voluti 17. Branson ha voluto fare il volo inaugurale con personale di Virgin Galactic. A breve inizieranno i voli per i passeggeri paganti, visto che Virgin Galactic ha già una lunga lista d’attesa di turisti che hanno pagato un biglietto il cui prezzo si aggira intorno ai 250mila dollari.

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Richard Branson con un modellino della SpaxeShipTwo (foto: Drew Angerer/Getty Images)

Per contro Bezos, che ha lasciato il comando di Amazon per dedicare tutta la sua attenzione allo sviluppo di Blue Origin, ha una visione più grandiosa, perché vede nello spazio il futuro delle razza umana che deve imparare a costruire colonie in orbita. Il turismo spaziale è solo un primo passo motivato dalla grande richiesta di mercato per i voli suborbitali. Non si sa ancora quale sia il costo dei 10 minuti spaziali a bordo di New Shepard, ma è ragionevole orientarsi sullo stesso ordine di grandezza di Virgin Galactic. Niente a che vedere con il biglietto da 28 milioni di dollari pagato all’asta da un misterioso (e certamente facoltoso) passeggero, che avrebbe dovuto fare parte dell’equipaggio del volo inaugurale del 20 luglio, ma che poi ha misteriosamente declinato permettendo a Bezos di fare un colpo mediatico portandosi a bordo il diciottenne Oliver Daemen, insieme con l’ottantenne Wally Funk, accoppiando l’astronauta più giovane e quella più anziana.

Nel 2021, però, riprenderanno anche i voli turistici orbitali che erano già stati una realtà tra il 2001 e il 2009 quando solo le agenzie spaziali americana e russa erano in grado di portare esseri umani oltre l’atmosfera terrestre. Era su di loro che si concentrava l’attenzione dei facoltosi potenziali astronauti turisti. All’epoca, Nasa e Roscosmos presero posizioni diverse.

Mentre l’amministratore dell’agenzia americana, Daniel Goldin, aveva dichiarato che il turismo spaziale fosse assolutamente inappropriato, Roscosmos, forse più sensibile all’iniezione di contanti che si profilava all’orizzonte, fu più disponibile a vendere una settimana tutto compreso sulla parte russa della Stazione Spaziale Internazionale.

Così nell’aprile 2001 l’imprenditore californiano Dennis Tito aveva dribblato lo scetticismo della Nasa diventando il primo turista spaziale. Aveva pagato circa 20 milioni di dollari. Negli anni seguenti il prezzo salì fino a 35 milioni, ma il business finì nel 2009 dopo otto soggiorni in orbita, per mancanza di posti disponibili sulle navette Soyuz che erano state interamente prenotate dalla Nasa, in previsione del pensionamento dello Space Shuttle.

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Elon Musk dopo un lancio del Falcon 9. Sullo sfondo l’ex presidente Donald Trump, testimone di tante missioni di SpaceX (foto. Saul Martinez/Getty Images)

È stato il prepotente ingresso in campo di SpaceX a cambiare le carte in tavola: oltre a trasportare gli astronauti americani alla e dalla Stazione Spaziale Internazionale, Elon Musk quest’autunno pianifica di mandare in orbita una sua capsula Crew Dragon con quattro passeggeri, nessuno dei quali è un astronauta professionista. Il volo, che non attraccherà alla Iss, ma orbiterà intorno alla Terra, è stato acquistato da Jared Isaacman, un miliardario che vuole avere un posto nella storia perché si farà accompagnare dalla prima astronauta disabile. Tra qualche anno, poi, SpaceX ha in programma una missione turistica lunare per ripetere la traiettoria di Apollo 8. Il viaggio è stato prenotato (e presumibilmente in parte pagato) da Yūsaku Maezawa, il fondatore di Zozotown, un miliardario giapponese che vuole essere accompagnato da artisti per dar loro occasione di trarre ispirazione da questa avventura.

Non sappiamo quanto costi di un soggiorno orbitale e neppure il giretto lunare.

È ragionevole supporre che il primo sia dell’ordine delle decine di milioni di dollari e il secondo delle centinaia, ma non è disponibile un tariffario. Certamente, il target di Musk è costituito dai super ricchi mentre Branson e Bezos guardano ai ricchi, che formano una classe ben più numerosa e possono fornire molti più potenziali clienti.

Mentre i voli suborbitali potranno contare forse su migliaia di clienti all’anno, quelli orbitali o lunari avranno numeri più contenuti, ma saranno oggetto del desiderio di molti.