Come Barcellona sta puntando sul concetto di caring city, rimodellando i quartieri a misura di cittadino

Park Guell in Barcelona, Spain.
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Articolo tratto dal numero di novembre 2021 di Forbes Italia. Abbonati!

Essere o non essere città sostenibili, eque e soprattutto sane. Secondo il recente report pubblicato dal Barcelona laboratory for urban environmental justice and sustainability (Bcnuej) c’è solo una risposta: le nostre città devono essere in grado di costruire una propria identità resiliente. È lo stesso cambiamento radicale di cui più volte si è parlato e letto negli ultimi mesi. Ma cosa significa realmente? Come si concretizza nei fatti la resilienza di una città? Forbes Italia lo ha chiesto a Isabelle Anguelovski, direttrice del centro di ricerca sulla sostenibilità urbana Bcnuej e docente dell’istituto catalano Icrea e della Universitat Autònoma de Barcelona. In una intervista a distanza, davanti all’enorme elenco non esaustivo di studi, ricerche e articoli sull’argomento, abbiamo provato ad analizzare la lista delle priorità che accomuna le varie capitali europee. Tra i punti di partenza c’è la maggiore partecipazione dei cittadini alla progettazione delle aree urbane. Comprendere le esigenze di tutte le persone e puntare alla qualità della loro vita, per lei, è senza ombra di dubbio la grande sfida. In questo senso, la programmazione di interventi delle politiche abitative è per Anguelovski un fattore altamente necessario.

Alla luce dei cambiamenti in corso, esiste un modello di città ideale?
La crisi del cambiamento climatico e l’emergenza Covid rappresentano la linea rossa che spinge tutti verso lo stesso obiettivo. È vero, le nostre città stanno cambiando, e stanno facendo tutto ciò che è necessario. Emerge soprattutto un’altissima e grande attenzione all’elettrico, una trasformazione necessaria, ma non la più importante. Le città devono puntare a essere interconnesse e vivibili. Questo vuol dire lavorare sul miglioramento delle infrastrutture e di tutti i quartieri, anche quelli più lontani dal centro.

Cosa completa il fatto di andare tutti verso la direzione?
L’equità, sotto ogni aspetto. Una città equa è una città agile. Dalla qualità dell’aria al trasporto pubblico fino alle soluzioni abitative. La gente ha bisogno di sicurezza, e questa è un’altra grandissima priorità. Le città devono essere in grado di garantirla.

Anche quando ci muoviamo.

Isabelle Anguelovski, direttrice del centro di ricerca sulla sostenibilità urbana Bcnuej e docente dell’istituto catalano Icrea e della Universitat Autònoma de Barcelona.

Sì, serve una buona complementarità tra i vari mezzi: bus, metropolitane, tram. E servono norme di sicurezze chiare, per i monopattini come per gli scooter elettrici. Ripeto: l’elettrico non è l’unica risposta. Serve molto altro. Nel ridisegnare il modo in cui la gente si muove, non possiamo non considerare, per esempio, anche quelle persone che non possono usare una bicicletta, anche se questa è elettrica. Le città, e alcune zone in particolare, non sono pensate per tutti. Eppure le nostre vite sono collegate alle strade delle nostre città. Per questo l’equità è l’obiettivo a cui la città del futuro deve guardare.

Come sta facendo Barcellona?
Vivo e lavoro a Barcellona. È una città che conosco molto bene e posso confermare che c’è molta enfasi sul concetto di caring city. In spagnolo la chiamiamo ciudad de los cuidados, la città della cura. Le esigenze delle persone sono diverse: professionali, economiche, sociali. Questo è alla base di quelli che qui sono i ‘superblock’, come i quartieri Sant Antoni o Poblenou progettati con l’obiettivo di offrire servizi diversi pensati per ogni esigenza, oltre avere edifici energeticamente efficienti, una propria rambla e piazze e strade completamente car free. Rappresentano una sorta di isola pacifica. Tantissime delle grandi città europee stanno lavorando in questa direzione, anche Milano. Ci vorrà tempo, ma il risultato sarà eccezionale.

Quindi lo scenario è positivo?
Connettere il centro della città alle zone più lontane attraverso le piste ciclabili, o inserire un’importante presenza di verde nei contesti abitativi sono ottimi esempi di quello che già si sta facendo. La necessità che emerge da questa grande crisi non è solo quella di rendere le nostre città più intelligenti, ma anche accessibili, sicure, e naturalmente anche più attente all’ambiente. Dobbiamo realmente migliorare la qualità della vita. In questo senso, quello che io vedo è che non ci sono abbastanza investimenti.

Allora si sta sbagliando qualcosa?
C’è bisogno di molti più progetti per rispondere sia all’emergenza Covid che ai cambiamenti climatici. Con questo non voglio dire che stiamo sbagliando. La strada è quella giusta, ma senza una strategia complessiva forse il traguardo è ancora troppo lontano.

Esiste un punto da cui partire?
Le emergenze a cui far fronte sono diverse. Dobbiamo seriamente ripensare le città. Il futuro che dobbiamo costruire ha bisogno di una combinazione di elementi: migliorare il trasporto pubblico, avere più piste ciclabili e zone 30, cambiare i modelli dei nostri quartieri che oggi possono anche offrire la possibilità di lavorare da remoto. Anche questa è una necessità che modifica del tutto la loro struttura. Non credo di esagerare se dico che dobbiamo pensare alle città del futuro come fossero il paradiso. I residenti non devono più spostarsi in massa o andare lontano dalla propria abitazione. Barcellona
sta lavorando molto su questo per evitare la congestione.

Una delle biciclettate-incontro organizzate nel superblock di Poblenou di Barcellona.

E poi c’è quella che viene definita la green gentrification, su cui il vostro centro di ricerca sta lavorando tantissimo. Ce lo spiega?
Il punto è che possiamo avere città vivibili e intelligenti con una grande mobilità sostenibile, ma senza politiche abitative che consentono una maggiore accessibilità, si rischia di avere città pensate solo per le fasce più agiate. Invece il processo di trasformazione urbana, il rinnovo degli spazi e delle infrastrutture deve poter coinvolgere tutti, anche i residenti più vulnerabili. Il compito più difficile delle città è impedire la gentrificazione ambientale.

Le aziende possono facilitare uno sviluppo green e allo stesso tempo solidale?
La collaborazione tra pubblico e privato deve permettere a tutti di godere dello stesso livello di qualità: politiche per gli spostamenti casa-lavoro oppure edilizia convenzionata. Un ottimo esempio è Copenaghen. La città del futuro deve cercare nuove soluzioni per una trasformazione vera.

Si deduce che i nostri sindaci avranno ancora un bel po’ da fare, giusto?
(sorride) I sindaci dovrebbero pensare a lungo termine e trovare una soluzione complessiva che guardi a tutto. È una grande opportunità per il futuro e in questo senso è importante riconoscere il ruolo della politica per spingere su progetti di cui tutti abbiamo realmente bisogno. Le emergenze quotidiane da affrontare sono diverse. Ovviamente non è semplice. Ma gli ultimi anni ci hanno fatto capire che è questo il momento di agire.