Salvate il soldato Kiev: quanto costerà ricostruire l’Ucraina

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Un complesso residenziale di Kiev, bombardato dai missili russi (foto Pierre Crom/Getty Images)
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A tre mesi dal suo inizio, non si riesce a capire come e quando finirà questa maledetta guerra. Vladimir Putin ha rinunciato all’assedio di Kiev, ma vuole il Donbass, insieme ad altri pezzi dell’Ucraina meridionale – il suo obiettivo, dice l’intelligence americana, è arrivare fino a Odessa, possibilmente annettendola, e collegandosi così alla Transnistria, lo staterello filorusso in Moldavia.

Fin qui l’esercito di Mosca non ha certo brillato. Eppure in diverse zone – a est, in Donbass, e nel sud, lungo la costa – i russi sono riusciti ad avanzare. E gli attacchi della loro artiglieria e dei loro missili continuano a martellare tutto il paese. Ma gli ucraini oppongono una strenua, eroica resistenza, usando al meglio il gran flusso di aiuti militari che arriva da Occidente, dagli Usa soprattutto. Quanto territorio la Russia finirà per sottrarre dipende in gran parte dalla velocità con cui i due eserciti avversari saranno in grado di riarmarsi. 

Le truppe di Kiev hanno lanciato una controffensiva micidiale nel nord, attorno a Kharkiv (la seconda città ucraina per abitanti), che ha quasi respinto le forze russe oltre il confine, minacciando i rifornimenti di Mosca nel Donbass e dimostrando quanto precaria sia la sua presa nei territori appena conquistati. Gli ucraini rispondono, si battono ferocemente lungo tutta la linea del fronte e per ora stanno bloccando l’invasore. Da est a ovest, i cittadini si sono gettati in massa nello sforzo bellico. Arruolati come volontari combattono in prima linea con le unità di difesa territoriale. Guidano furgoni carichi di cibo, di forniture mediche, fanno i turni ai posti di blocco. E spesso, nonostante tutta la miseria e l’incertezza, iniziano a pensare a che tipo di paese vorranno ricostruire quando tornerà un minimo di pace.

Un piano Marshall per l’Ucraina

Gli economisti e i funzionari governativi fanno calcoli e proiezioni. A quanto ammonterà la spesa per ricostruire? E come gestire l’eventuale ripresa? Non mancano casi di successo del passato. L’Italia e la Germania, dopo la rovina della Seconda guerra mondiale, si rialzarono e diedero un contributo decisivo alla crescita economica europea. “Dobbiamo essere pronti a sostenere Kiev molto tempo dopo la fine della guerra. La distruzione delle sue città, delle sue industrie, della sua agricoltura, richiederà un enorme sforzo finanziario.

L’Ucraina avrà bisogno del suo piano Marshal, ha detto Mario Draghi all’Atlantic Council, a Washington, dopo aver parlato con il presidente Joe Biden alla Casa Bianca. Il Centre for economic policy research (Cepr), una rete di economisti con sede a Londra, ha ipotizzato un costo della ricostruzione che varia da 220 a 540 miliardi di euro. E il loro calcolo è analogo a una stima precedente fatta dal governo ucraino. Ma secondo il Cepr, insieme ai finanziamenti dovrà esserci un coraggioso piano di riforme. L’Ucraina, malgrado le spinte al rinnovamento dopo la rivoluzione di Euromaidan del 2014, resta ancora in buona parte frenata da forte corruzione e interessi oligarchici.

Il crollo dell’economia ucraina

Il dopoguerra, così, potrebbe essere l’occasione per far emergere un’economia più aperta e dinamica. Una sfida enorme, anche perché il Pil del paese aggredito – avverte la Banca Mondiale – dovrebbe scendere del 45% quest’anno. Secondo il governo, almeno il 30% delle aziende ha cessato di produrre e quasi il 50% ha ridotto le attività. Poi c’è l’allarme delle finanze pubbliche. Lo stato sta spendendo molto più di ciò che incassa: si calcola un deficit di 2,7 miliardi di euro a marzo, che crescerà fino a cinque e sette miliardi ad aprile e maggio.

Anche perché la guerra di Putin non è solo militare: bloccando i porti la Russia sta strangolando l’export e l’economia del nemico. Dagli Stati Uniti però arrivano aiuti notevoli. Biden ad aprile ha chiesto al Congresso di liberare 8,5 miliardi di dollari assistenza economica (parte di un pacchetto di aiuti da 40 miliardi di dollari) che si aggiungono ai 14 miliardi approvati a marzo. Un ammontare che fa impallidire le risorse messe a disposizione finora dall’Europa. Ma questo è comunque denaro che serve per la liquidità di cassa, le spese umanitarie e lo sforzo militare.

Le stime dei danni

La ricostruzione dell’economia negli anni a venire è qualcosa di diverso. Anche se – raccontano le cronache sul campo – il governo ucraino ha già cominciato il lavoro in alcune parti del Paese dove i combattimenti sono finiti. C’è una corsa continua per ripristinare i servizi vitali, ricostruire alloggi e salvare capacità produttiva.

Il Kyiv school of economics institute, l’università di economia della capitale ucraina, cataloga i danni dal secondo giorno di guerra. Lo fa con un database online in cui inserisce i suoi dati e quelli di altre fonti ufficiali. Per le infrastrutture distrutte la cifra è pari a 92 miliardi di dollari. Mentre il calcolo dei danni totali – che include la perdita di crescita, di investimenti e di potenziale economico – si aggira tra i 500 e i 600 miliardi di dollari. Secondo l’ateneo di Kiev, bisogna cominciare subito la riscostruzione e mettere in salvo ciò che resta di funzionante dell’economia ucraina, altrimenti il costo a lungo termine per i paesi donatori sarà ancora maggiore.

Del resto, nei suoi discorsi, il presidente Zelensky si rivolge spesso a potenziali donatori. Anche lui evoca “un grande piano Marshall”. Invita partner occidentali (e non solo) ad agire come mecenati per singole città e regioni ucraine, così da aiutarle a ripartire. Poi è chiaro che la crescita di lungo periodo passa da una maggiore integrazione con l’Unione europea. Gli scambi dell’Ucraina con l’Europa erano cresciuti molto già negli anni prima della guerra, superando abbondantemente l’interscambio con la Russia. Bisognerà proseguire su questa strada. Un esempio è il caso polacco, il cui reddito pro capite nei 15 anni successivi all’ingresso nell’Ue è salito di più dell’80 per cento. Questi vantaggi evidenti potrebbero dare uno slancio ulteriore alle necessarie (e spesso dolorose) riforme, il cui esito però resta molto incerto, visto che in Ucraina la corruzione è fortemente radicata.

La ricostruzione

Ma una strada fuori dall’Ue sembra ancora più tortuosa e imprevedibile. Lo pensano quasi tutti gli economisti e ovviamente lo stesso governo ucraino, che chiede a Bruxelles di essere inserito al più presto in qualche forma di integrazione europea. Se non proprio l’adesione immediata – che a questo punto sembra altamente improbabile – almeno che venga conferito subito lo status di paese candidato. “Non si tratta solo di fornirci armi, ma anche di farci vedere un futuro migliore in cui l’Ucraina è ancorata giuridicamente all’Unione europea”, ha detto il ministro degli Esteri di Kiev, Dmytro Kuleba. C’è il grosso vantaggio che i paesi candidati all’ingresso in Ue sono sottoposti a un monitoraggio stretto del processo di riforme.

Questo controllo, in teoria, dovrebbe aumentare le chance di una ricostruzione di successo nel dopoguerra, evitando anche lo spreco di gigantesche somme di denaro. E se all’orizzonte ci fosse davvero un avvicinamento sistematico alle istituzioni europee, gli investitori ne sarebbero molto rassicurati. L’Ucraina, secondo economisti e funzionari di Bruxelles, attirerebbe con più facilità capitale privato. Un circolo virtuoso di modernizzazione, crescita e investimenti, che a loro volta incoraggerebbero riforme. Un meccanismo che può prendere forma anche perché nella guerra il paese aggredito ha dimostrato compattezza e volontà di ferro.

Gli ostacoli

Ma le incognite sono davvero tante e vanno riconosciute, per onestà e per non farsi cogliere alla sprovvista. Yuriy Gorodnichenko, professore di economia a Berkeley, ricorda che in passato, quando le è stato concesso sostegno finanziario internazionale, Kiev si è impegnata in piani di riforme che poi non si sono concretizzati. Lo stato di diritto andava già da tempo rinforzato, e questo non è accaduto nonostante gli sforzi dell’Unione europea – che nel 2017, è importante ricordarlo, ha stretto un accordo di cooperazione politica ed economica con l’Ucraina. Dove, però, “corruzione e interessi oligarchici sembrano endemici: danneggiano il processo democratico, oltre a ostacolare concorrenza e crescita economica”, si legge in un rapporto della Corte dei conti europea dello scorso settembre. 

Tuttavia, l’ostacolo maggiore quasi sicuramente non viene dall’interno, ma dall’influenza maligna dell’ingombrante e prepotente vicino. La Russia inquinerà la pace (o più probabilmente l’armistizio) e cercherà di bloccare in ogni modo il cambiamento. Il piano Marshall ha funzionato non tanto per la quantità di soldi investiti, ma perché l’Europa del dopoguerra è stata benedetta da decenni di pace e stabilità.

Kiev rischia di non avere questo privilegio, avverte Benn Steil, direttore di economia internazionale presso il think tank Council on foreign relations e autore di The Marshall Plan: Dawn of the Cold War. La Russia – scrive Steil – potrebbe non riuscire a conquistare l’Ucraina, “ma è più che capace di renderla un posto infernale dove vivere e fare business”. La minaccia, secondo Steil, consisterebbe in “attacchi informatici, militari ed economici”, con cui il regime di Putin potrebbe destabilizzare “l’Ucraina, i suoi funzionari, i suoi alleati, i suoi partner commerciali e qualsiasi impresa che operi lì”.

Tecnologia e sicurezza

Non è detto però che questi tentativi russi abbiano successo. Del resto sono anni, ormai, che il Cremlino prova a destabilizzare il suo vicino per impedirgli di allontanarsi dalla zona d’influenza di Mosca. Eppure l’Ucraina è entrata in guerra con un’economia tutto sommato in buona forma – una crescita del Pil pari al 7% nel trimestre prima dell’invasione -, mentre Kiev, la capitale, e altre città come Leopoli e Kharkiv erano hub tecnologici che prima della guerra davano lavoro a circa 200mila sviluppatori. L’Ucraina vantava startup da cinque miliardi di dollari, la più nota delle quali è Grammarly, la app per migliorare la prosa in inglese. L’information technology potrebbe quindi emergere come uno dei pilastri su cui costruire l’economia del dopoguerra. Anche perché il conflitto non ha ucciso questo settore; anzi: app e tecnologia sono usate spesso per colpire il nemico. 

L’altro pilastro su cui edificare il nuovo paese è certamente la sicurezza. “Vogliamo essere come un grande Israele”, ha detto Zelensky, consapevole che il suo paese dovrà fronteggiare per molti anni minacce più o meno latenti, anche dopo la firma di un eventuale armistizio. “Avremo uomini delle forze armate o della guardia nazionale nei cinema, nei supermercati. La sicurezza sarà il problema numero uno per i prossimi dieci anni”. Dmytro Natalukha, 34 anni, tra i membri di spicco del Parlamento, la pensa allo stesso modo: “Dovremo rimanere molto militarizzati, molto forti nell’It e integrati con l’Occidente”.

Chi pagherà per ricostruire l’Ucraina

Integrazione con l’Occidente significa poi avere accesso agli aiuti senza i quali la ricostruzione è impossibile. A chi toccherà questo sforzo finanziario? Saranno coinvolti governi, investitori privati e finanziatori multilaterali come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e la Banca europea per lo sviluppo e la ricostruzione. Finora gli Stati Uniti hanno fatto la parte da leone per l’entità del sostegno promesso.  E così, per non essere da meno, in Europa – secondo il Financial Times – si discute dell’ipotesi di raccogliere denaro emettendo debito comune, una sorta di Recovery fund dedicato all’Ucraina. 

E poi c’è l’idea, molto giusta, di usare i fondi russi sequestrati. Una strada è vendere i beni degli oligarchi soggetti a sanzioni, anche se gli ostacoli legali sarebbero notevoli e le somme ricavate non così determinanti. Il vero bottino invece sono le riserve valutarie della Banca centrale russa, congelate subito dopo l’invasione. Ammontano a centinaia di miliardi di euro. Farebbero molto comodo alla Russia, visto che la sua economia rischia di contrarsi tra il 10 e il 15% nel 2022 e il governo ha bisogno di liquidità per varare i piani anti crisi. 

Ma la regola “chi rompe paga” in questo caso sembra davvero opportuna. Tra i principali sostenitori c’è Josep Borrell, il capo della politica estera dell’Unione europea. “Questa è una delle questioni politiche più importanti sul tavolo: chi pagherà per la ricostruzione dell’Ucraina?”, ha detto. “Sarei molto favorevole (a usare le riserve russe). È una soluzione piena di logica”.

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