Cultura

Da Michelangelo al fenomeno Nft: perché le scimmie sono gli animali più rappresentati nell’arte

Portate alla ribalta dal boom degli Nft, le scimmie sono in assoluto tra gli animali più rappresentati nella storia dell’arte. Sono infatti davvero numerosi i grandi artisti che, almeno una volta, si sono cimentati nella rappresentazione dell’antenato dell’uomo.

La grande attenzione dell’arte molto probabilmente deriva proprio dalla familiarità di questa specie con la nostra: questo ha provocato un grande proliferare di scimmie in moltissime opere d’arte realizzate finora, che oggi vengono custodite in importanti collezioni private e museali.

Dai Maya agli Egizi, dal Medioevo al Rinascimento fino ad arrivare a Banksy e ai costosissimi – a torto o a ragione – Nft Bored Apes, le scimmie hanno travalicato i secoli e sono state in ogni epoca raccontate per il loro essere contemporanee.

Michelangelo e gli altri artisti

Tra gli artisti che hanno portato in scena opere raffiguranti primati, ci sono anche autori insospettabili come Michelangelo Buonarroti: è suo lo Schiavo morente oggi custodito al Louvre; mentre agli Uffizi è possibile vedere il Ritratto di uomo con scimmia di Annibale Caracci.

L’esplosione della raffigurazione della scimmia nell’arte avviene comunque nel XX e XXI secolo. Molti tra i più grandi interpreti del periodo si cimentano nella rappresentazione di primati in varie forme e ambientazioni.

Da Francis Bacon e Frida Khalo; da Andy Warhol e Banksy, passando per Basquiat, John Baldessari, Damien Hirst e Jeff Koons.

Il richiamo cinematografico

La ribalta avuta nell’arte contemporanea risente molto probabilmente anche del fatto che le scimmie sono entrate nella cultura popolare contemporanea grazie alla saga del Pianeta delle scimmie, la trilogia di fantascientifica di Schaffner – a sua volta ispirata dal libro di Boulle – che racconta di un pianeta governato dalle scimmie in cui gli umani assumono il ruolo di schiavi.

“Dicono che se a un certo punto venissero date a mille scimmie mille macchine da scrivere, si avrebbe un romanzo per ognuno di noi.  Mi sono domandato quanto tempo ci sarebbe voluto prima che rendessero la città un posto più bello se a mille scimmie venissero dati mille candelotti di dinamite”. A scrivere così è Banksy che, fin dai primi passi, ha scelto le scimmie – insieme ai topi – come simbolo per rappresentare il bisogno di cambiamento presente nel mondo.

L’interpretazione di Bansky

Una delle sue prime rappresentazioni scimmiesche è legata a una mostra di Los Angeles, in cui lo street artist più celebre al mondo ha presentato un’opera su tela reinterpretando una delle immagini più famose e controverse di Hollywood: l’iconica copertina di Vanity Fair del 1991 di Demi Moore con il pancione. Un’immagine iconica della cultura pop.

Ad una scimmia è legata anche la rappresentazione che Banksy dà di sé al mondo. È dietro una maschera da scimmia, infatti, che l’artista cela la sua vera identità. Celebre è anche il suo autoritratto con le sembianze di una scimmia. I legami tra Banksy e le scimmie non terminano certo qui: in Devolved Parliament, venduta all’asta nel 2019 da Sotheby’s a Londra per 11,1 milioni di euro, il parlamento inglese post Brexit è popolato da scimpanzé.

    Un'opera di Banksy
    Un'opera di Banksy
    Un'opera di Banksy
    Un'opera di Banksy
    Un'opera di Banksy

È così forte il legame tra Banksy e le scimmie che lo street artist ha anche tentato, invano, di registrare il marchio di una sua opera raffigurante una immagine di scimmia con il cartello ‘sandwich’, creata su commissione di una discoteca di Brighton nel 2002. L’opera, che riporta la scritta “Ridi ora, ma un giorno saremo al comando”, è una sorta di marchio per Banksy, tanto che L’Euipo (l’Ufficio dell’Ue che si occupa di marchi) la descrive come “la più iconica e famosa delle sue opere”. Nonostante questo, la Corte ha concluso che il marchio Ue di Banksy “non è valido nella sua interezza” e ha imputato alla Pest Controll, l’unico soggetto che certifica l’originalità di un Banksy, le spese legali.

L’avvento della cryptoart e degli Nft

Con l’avvento della cryptoart e quindi degli Nft, l’evoluzione delle scimmie non si è arrestata e nel metaverso è un continuo proliferare di scimmie. A trainarle tutte sono le Bored Apes, che da semplici Nft sono diventate uno status symbol di una comunità che sente il desiderio di mostrare al mondo la propria ricchezza. Tra i collezionisti anche tante celebrità come Madonna e Paris Hilton, e sportivi come Neymar e Shaquille O’Neal.

Oltre a queste, gli stessi creatori hanno dato vita alle Mutant Ape, scimmie mutanti. Nel web 3.0 hanno conquistato uno spazio anche le corrispettive femminili: avvenenti scimmie donna sono infatti il soggetto di Desperate Ape Wives. Anche in questo caso non mancano celebri collezionisti come il calciatore del Chelsea, John Terry, e la star DJ, Georgia Sinclair.

La produzione artistica in Italia

In Italia Simone Fugazzotto, artista oggi quarantenne, già entrato in celebri collezioni d’arte ed esposto a New York, Parigi, Praga e Milano, ha incentrato la propria produzione artistica sulle scimmie, che nei suoi dipinti si mescolano in armonia perfetta con icone contemporanee. Anche tra i collezionisti delle opere di Fugazzotto non mancano i nomi noti come quelli di Lele Adani, Christian Vieri, Sonia Bruganelli e Diletta Leotta. Proprio con quest’ultima, l’artista ha lanciato nei giorni scorsi una collezione di Nft.

Lo abbiamo incontrato per capire perché la scimmia attira così tanto gli artisti.

Simone Fugazzotto

Da dove nasce l’interesse per le scimmie?

Ricordo che da bambino ero terrorizzato dalle scimmie: mi avevano regalato una riedizione della Jolly Chimp, una scimmia che agitava dei piattini con le mani e aveva degli occhi rossi spalancati che fissavano il vuoto. Da quel momento, tutte le scimmie mi hanno inquietato, sentivo in loro l’irrazionalità della nostra parte più incontrollabile e selvatica. Poi negli anni ho imparato a capire che noi umani abbiamo ancora dentro quel tipo di violenza, ma con l’aggravante di aver perso l’istinto e l’equilibrio con la natura. In generale, c’è sempre stata una connessione emotiva, nel bene e nel male.

Cosa rappresenta la scimmia nella tua arte?

Anni dopo, in un periodo in cui sentivo di avere la necessità di raccontare l’essere umano da una prospettiva ironica e di critica, mi sono tornati in mente i primati, lo scimpanzè in particolare, che è l’animale più prossimo a noi con il quale condividiamo il 99% del codice genetico. Il mio unico interesse è sempre stato quello di raccontare le nostre debolezze e insicurezze, le ossessioni quotidiane che scandiscono il ritmo delle nostre giornate. Negli anni seguenti lo scimpanzé è diventato il modello perfetto per raccontare l’uomo e, senza che me ne rendessi conto, ha anche definito il mio stile artistico.

La scimmia, complice il clamore creato dagli Nft, sta vivendo un momento di hype, come mai?

È  strano. Io dipingo scimmie da 10 anni e ho fatto una grande fatica ad abituare il mio pubblico ad apprezzare questa figura. Sono rimasto un po’ spiazzato nel vederle dappertutto, rincorse, comprate e rivendute con grande foga. Nel digitale tutto viaggia molto velocemente, un mese sembra un anno, di conseguenza non mi stupisce questa scalata virale così veloce e profonda perché conosco bene il loro potenziale. Credo fosse solo questione di tempo perché emergesse la forza della scimmia che gioca a fare l’uomo.

Esiste un legame tra la scimmia e la cultura urbana?

Per anni ho dipinto le mie scimmie sul cemento, perché ero e rimango tuttora convinto che le nostre città non siano altro che giungle, fatte di palazzi e asfalto, per noi scimmie travestite da uomini. Mi è sempre piaciuto fare camminate di ore, sopratutto a New York dove ho vissuto per qualche anno, durante le quali, con la musica nelle orecchie, osservavo tutti gli infiniti modi che abbiamo di rivelare la nostra identità attraverso abiti, scarpe e accessori. Le mie scimmie si nutrivano di queste osservazioni e finivano per indossarle nei miei quadri. Un legame esiste di certo, la mia ossessione per le scimmie e per le sneakers, sopratutto quelle di Nike, rappresentano bene questo tipo di cultura urbana.

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