Il caso Ftx fa vacillare la fiducia negli exchange centralizzati. Ma non vale per tutte le piattaforme

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Gracy Chen, ceo di Bitget
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L’autunno 2022 rimarrà nella storia come uno dei momenti più difficili per il mondo dei crypto asset, sia come criptovalute che come Nft. Dopo il picco delle valutazioni alla fine del 2021, il mercato è entrato in un trend ribassista molto forte. Pur con la tipica volatilità, quindi con rialzi e ribassi significativi, le quotazioni medie sono arrivate a perdere oltre il 70% dai massimi.

A inizio novembre, quando alcune voci di mercato si domandavano se il “crypto winter” fosse passato, in realtà è arrivato un terremoto che ha dato un altro colpo terribile. Il crack di Ftx, il quarto exchange di criptovalute più grande al mondo, ha creato il panico nel settore e da molti è stato assimilato al fallimento di Lehman Brothers che scatenò la crisi finanziaria del 2008.

Le cause e le conseguenze del crollo di Ftx

L’exchange Ftx è crollato in seguito a un rapporto ufficiale di CoinDesk, società specializzata nell’analisi delle iniziative cripto, il quale spiegava alcune irregolarità riguardo a Ftt, il token nativo della piattaforma. Ciò che è accaduto dopo questa notizia è stata una reazione a catena che ha portato Ftx alla bancarotta.

Il collasso di Ftx e la mancanza di fiducia negli exchange centralizzati

Ma perché Ftx è crollato? Innanzitutto, è importante specificare che al suo crollo è strettamente connessa la società Alameda Research, entrambe fondate da Sam Bankman-Fried (Sbf). Nel report di CoinDesk era pubblicato il bilancio di Alameda, il quale rivelava che 5,8 miliardi di dollari dei 14,6 miliardi di attività della società sarebbero stati in Ftt, di fatto le due società si garantivano a vicenda.

Così è iniziata la crisi di fiducia in Ftx e al conseguente crollo del Ftt, che in pochissimo tempo è arrivato a perdite dell’85%, che in un mese sono diventato del 94%. Tutto ciò ha spaventato chi teneva in deposito le proprie criptovalute presso Ftx e ha indotto al ritiro dei capitali, facendo emergere la cruda realtà che l’exchange aveva usato i fondi dei clienti per investimenti scellerati. La conseguenza è stata immediata: una perdita di fiducia in tutto il mondo crypto da parte di utenti, investitori ed esperti.

La credibilità degli exchange centralizzati (i Cex), quindi gestiti da qualcuno e non basati su smart contract decentralizzati, è stata messa a dura prova. Ad ogni modo, in questo clima ostile per il mondo crypto, non bisogna perdere di vista il fatto che non tutte le piattaforme di exchange hanno agito, e agiscono, come Ftx.

Bitget: l’exchange che resiste all’inverno crittografico

L’esempio Bitget è emblematico. Infatti, dopo il crollo di Ftx, la piattaforma di trading di beni digitali ha pubblicato il proprio Merkle Tree Proof of Reserve, cioè ha reso trasparenti i depositi delle monete dei propri utenti. Gli asset sono salvaguardati con un rapporto di riserva di almeno 1:1. Questi nuovi documenti consentono ai clienti di verificare direttamente che gli asset sulla piattaforma sono al sicuro.

Inoltre Gracy Chen, ceo dell’exchange, ha così rassicurato i suoi utenti in merito alla piattaforma: “Abbiamo lanciato il Bitget Protection Fund con 300 milioni di dollari e abbiamo collaborato con la stella del calcio Lionel Messi, per aiutare a ricostruire la credibilità del mercato e rafforzare la fiducia degli investitori”.

Per Bitget il frangente complesso del mercato è stata l’occasione anche per lanciare altre novità, come racconta la ceo: “Il desiderio degli utenti di investire e conservare gli asset su una piattaforma sicura ha raggiunto il suo apice dopo il caso Ftx, infatti, Bitget ha registrato un aumento degli utenti dopo l’incidente. Alla luce dell’aumento delle richieste, Bitget lancia una collezione Seed Nft e una serie di ricompense fino a due milioni di dollari per i titolari di Ftt che hanno perduto i loro fondi appunto a causa del collasso di Ftx. E la piattaforma continuerà ancora a dedicare i suoi sforzi alla costruzione di un ambiente sostenibile e affidabile nell’ecosistema Web3″.

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