
Horacio Pagani si racconta
C’è un’immagine che torna spesso nella storia di Horacio Pagani: un bambino in una piccola città dell’Argentina che osserva una Lamborghini Miura su una rivista e decide che quello sarà il suo destino. È una storia a lieto fine: oggi l’azienda di Pagani fattura circa 200 milioni di euro l’anno.
Figlio di un fornaio e di un’artista, Pagani ha cominciato costruendo modelli in legno di balsa e, poco più che adolescente, una mini-moto. Non aveva capitali, né contatti. Solo una visione che prese forma quando Juan Manuel Fangio, uno dei più grandi piloti nella storia dell’automobilismo, conosciuto durante la stagione di F2 in Argentina, intuì il suo talento e gli aprì le porte della Lamborghini. Pagani cominciò come operaio di terzo livello. È l’inizio di un percorso fuori dagli schemi: Pagani non si limita a entrare in fabbrica, ma l’intuizione lo porta a puntare tutto sui materiali compositi quando ancora sembrano un azzardo.
Nel 1998, a San Cesario sul Panaro, alle porte di Modena, Pagani diede vita all’azienda indipendente che porta il suo nome, la Pagani Automobili. Un laboratorio, più che una fabbrica, dove lavoro sartoriale e ingegneria si toccano. Tutto segue la filosofia di Leonardo da Vinci, mentore dell’imprenditore. Dalla Zonda C12 alla Huayra, fino alla recente Utopia, ogni modello è un’opera d’arte. Una dichiarazione non di potenza, ma di ossessione per il dettaglio. Un percorso aziendale che, più che inseguire il successo, sembra volerlo ridefinire. “La parola successo non c’è nemmeno nel mio vocabolario”, dice Pagani. “Mi piace il termine valore”.
Oggi l’azienda è un tempio per gli amanti delle hypercar. Accanto al laboratorio si può visitare un museo con alcune delle auto più importanti della storia della Pagani. Sotto l’ufficio del fondatore c’è un ampio spazio dedicato alla cerimonia di consegna della nuova macchina al cliente: non un semplice passaggio di chiavi, ma un evento a cui partecipano gli artigiani che hanno lavorato all’auto, compresi Horacio e tutta la famiglia Pagani.
È in questo spazio che si comprende la natura dell’azienda: ogni vettura è il risultato di una relazione, di un tempo condiviso, di una costruzione quasi collettiva con il cliente. Chi compra una Pagani entra a far parte di una comunità fatta di eventi e raduni. La storia di Pagani non è solo quella di un imprenditore partito da zero, ma un’idea di eccellenza che non cerca scorciatoie e che, ancora oggi, sembra avere la stessa determinazione di quel bambino davanti alla Miura.
Cos’è oggi la Pagani Automobili? Di che numeri si parla, in termini di produzione e fatturato?
Oggi in Pagani ci sono diverse divisioni: la sede negli Stati Uniti, quella di Dubai, quella in Asia, la sede centrale a Modena, dove si trova il nostro centro ricerca e vengono fabbricate le macchine. A Modena siamo circa 300 persone e lo scorso anno abbiamo fatto 67 macchine. Sono numeri che cambiano ogni anno. Le nostre macchine sono un po’ come vestiti su misura che vanno dai 3 ai 15 milioni di euro. La produzione richiede molto tempo, e questo ovviamente influisce anche sul fatturato. In media fatturiamo circa 200 milioni all’anno, che è all’incirca anche la cifra per il 2025.
Su quali mercati vi concentrate?
Il mercato racchiude più o meno tutto il mondo. Le nostre macchine sono omologate secondo gli standard americani, della California, che sono i più alti del mondo. Questo ci dà la possibilità di affrontare tutti i mercati. Circa il 33% della produzione va negli Stati Uniti, un altro 33% in Asia, il restante è diviso fra Europa e Medio Oriente. Non omologhiamo in Cina: lì ci sono leggi molto particolari e non abbiamo un mercato diretto che giustifichi l’impegno. Una nostra macchina in Cina paga il 150% di tariffe in ingresso, che è assurdo. È una cosa ridicola, perché le macchine che importiamo dalla Cina non pagano queste cifre. Non vogliamo dipendere da quel mercato.
Siamo vivendo un momento complicato della storia. Che cosa la preoccupa di più?
La Pagani vive da sempre uno stato di crisi. Questa azienda pensa e ragiona come se la situazione fosse costantemente complessa. Vogliamo prevedere quello che potrebbe capitare nel mondo. Ho vissuto la crisi energetica del 1973, la guerra del Golfo e la crisi del 2008-2009. Dopo avere visto che cosa succede al settore in questi casi, si cerca di essere sempre pronti ad affrontare tutto. Questo è un momento molto complesso, ci sono più focolai, guerre in tutto il mondo, quindi bisogna fare grande attenzione a come ci si muove. Le guerre sono un grande problema, così come la crisi energetica. È una situazione che probabilmente non influirà direttamente sul nostro mercato, ma davanti all’incertezza la gente sta un po’ più attenta, quindi bisogna muoversi con estrema cura.
Quanto costa oggi una Pagani?
Una Pagani costa dai 3 milioni in su. Si arriva a quella che stiamo facendo adesso, la Huayra Codalunga Speedster, che costa 11 milioni più le tasse. La vendita di una nostra macchina deve diventare un’esperienza, qualcosa che diventa parte anche di un’amicizia, di una famiglia. Ho clienti con cui mi scrivo ogni giorno: uno mi racconta del figlio che ha finito la scuola, l’altro che ha venduto l’azienda e che adesso è pensionato. Per esempio, l’altro giorno ho avuto un problema di salute e ho chiamato il mio medico americano di fiducia, che conosco perché è un mio cliente.
Lei ha sempre scelto un profilo personale molto basso, ma le poche volte che appare in pubblico riceve grande stima e attenzione. Le piace?
Sono partito da zero, sono figlio di un fornaio. Non è stato un percorso semplice, ma lavorando tutti i giorni e non dando niente per scontato ci sono riuscito. Sono felice di essere riuscito a fare forse più di quello che immaginavo. Quindi, se un incontro può essere utile anche per stimolare un giovane, un’altra persona, ben venga. Non mi dà fastidio. Con me la gente è molto educata e io sono curioso. Alla fine sono io che faccio mille domande. Mi piace imparare dagli altri.
Che cos’è per lei il successo?
Da noi non esiste la parola successo e non c’è nemmeno nel mio vocabolario. Qui dentro non parliamo del successo, ma lavoriamo tutti i giorni per fare un passo avanti, per imparare, per crescere. Mi piace molto di più la parola valore. Lo diceva anche Einstein: ‘Non cercare di essere un uomo di successo. Cercare di essere un uomo di valore’.

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