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SpaceEconomy 22 Settembre, 2020 @ 10:23

L’anno (spaziale) del Dragone

di Emilio Cozzi

Staff

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Spazio: Cina e space economy, la missione per Marte Tianwen-1
Lancio della missione Tianwen-1 (Fonte: Cnsa)

Articolo pubblicato sul numero di settembre di Forbes Italia

La terra si controlla dominando il mare. Lo sosteneva, qualche decennio fa, il genio della geopolitica Nicholas John Spykman. Fosse ancora fra noi, è probabile direbbe che oggi terra e mare si dominano dallo spazio.

Più di tutti lo dimostra la Cina, l’unica potenza spaziale in grado di competere, da sola, con gli Stati Uniti. Le ambizioni extraterrestri del gigante asiatico raccontano una volontà di leadership non certo velleitaria: una base orbitante attorno alla Terra, la Tiangong 3, da realizzare entro il 2022, l’allestimento di un sistema satellitare quantistico, il massimo grado della sicurezza, entro il 2030 e l’invio di taikonauti, gli astronauti cinesi, sulla Luna non oltre il ‘35 sono le tappe di un “dominio dello spazio”, zhi tianquan, riconosciuto come il pilastro di quello tecnologico.

Sembrerebbe fantascienza se nel frattempo, mentre leggete queste righe, la missione Tianwen-1 non stesse raggiungendo Marte. Per confermare urbi et orbi le proprie intenzioni, l’agenzia spaziale del Dragone, la Cnsa, punta al Pianeta Rosso con un orbiter, un lander e un rover, il ‘pacchetto completo’, ed è significativo che il lancio della missione sia avvenuto pochi giorni dopo il disastroso viaggio inaugurale del vettore Kuaishou-11, andato perso il 10 luglio poco dopo il distacco dalla rampa: la Cina non si ferma. Anzi, rilancia.

Per comprendere il perché e soprattutto come il Dragone stia muovendosi oltre l’atmosfera conviene però riavvolgere il tempo di qualche anno.

È il 9 giugno 1995 e a New York è un venerdì caldo non solo per la temperatura. La visita del presidente taiwanese, Lee Teng-hui, alla Cornell University, sua alma mater, scatena la terza crisi con la Repubblica popolare: Pechino accusa Lee di stare muovendosi per ottenere l’indipendenza formale, quindi, poco prima delle elezioni sull’isola, decide di ricordare a tutti che un’invasione non è un’eventualità remota: nel marzo del ’96 l’Esercito popolare di liberazione imbandisce un’esercitazione militare in grande stile, o almeno così vorrebbe, e lancia tre missili verso Taiwan: il primo cade a più di 18 chilometri dalla base di Keelung, a nord di Taipei, e degli altri due, poco dopo il decollo, perdono le tracce tutti, compresi coloro che dovrebbero controllarne la traiettoria. Per fonti anonime negli alti ranghi dell’esercito cinese, la colpa è degli Stati Uniti, rei di aver provocato un malfunzionamento del sistema Gps – il Global positioning system, di proprietà americana – installato sui missili balistici. Sia come sia, per Pechino è una “umiliazione indimenticabile”, la prova provata di limiti tecnologici giganteschi e un monito a ridimensionare le proprie ambizioni geopolitiche.

Flashforward: 23 giugno 2020. La Cina spedisce in orbita il 55esimo e ultimo satellite del sistema di radionavigazione Beidou. Abbinata con la rete 5G e con l’intelligenza artificiale, l’infrastruttura consentirà di potenziare le attività economiche e militari in patria e all’estero senza più dipendere dal Gps. È il compimento del progetto accelerato proprio dalla “umiliazione indimenticabile” del ’96 ed è probabile che l’impiego dei satelliti costruiti dalla Cina lungo la nuova via della seta, la Belt and Road Initiative, potrebbe anche rappresentare un importante strumento di controllo e influenza all’estero.

Spazio: Cina e space economy, missione su Marte Tianwen-1
Missione Tianwen-1 (Fonte: Cnsa)

Per capire quanto lo spazio sia importante per la Cina basti pensare che le Accademie dedicate al settore impiegano circa 100mila persone. È una dimensione imponente: in Europa non arriviamo a 40mila. Detto altrimenti, la corsa per la supremazia tecnologica sul nostro pianeta si gioca fuori dal mondo. E Pechino è fra i giocatori più forti.

È una partita che la Cina prepara da più di mezzo secolo, da quando Qian Xuesen, uno scienziato cacciato dagli Stati Uniti per sospetto comunismo, nel 1956 allestì e diresse in patria il primo programma di sviluppo di missili balistici. Il primo razzo interamente sviluppato in patria, il vettore CZ-2, nacque nel 1964 e nel ’70 portò in orbita il “Dong Fang Hong 1”, il primo dei 55 satelliti della stessa famiglia lanciati nei trent’anni successivi. Inaugurato dal solito Qian Xuesen nel ‘68, il Centro di ricerca di medicina spaziale contribuì invece a realizzare l’idea per cui era nato, quella di lanciare un taikonauta nello spazio, risultato raggiunto nel 2003 con la missione Shenzhou 5. La Cina divenne il terzo Paese, dopo Urss e Usa, a inviare in autonomia un uomo oltre l’atmosfera. Complici “umiliazioni indimenticabili”, quattro siti di lancio sul proprio territorio e investimenti crescenti – a oggi, dei 177 miliardi di dollari stanziati ogni anno per la Difesa, non è dato conoscere la porzione investita nello spazio, ma già nel 2018 la cifra si aggirava attorno agli 11 miliardi, budget secondo solo a quello statunitense -, il ritardo del programma spaziale cinese è stato via via ridotto e, in alcuni casi, addirittura annullato: nel gennaio 2019, la Cnsa, è stata la prima della storia a manovrare un rover, lo Yutu 2, sulla superficie nascosta della Luna, un obbiettivo che impone infrastrutture a terra dal decisivo peso strategico, come un radiotelescopio posizionato in Argentina.

Non che le ambizioni spaziali cinesi siano di esclusivo carattere bellico, beninteso. L’importanza cruciale del settore deriva dal fatto che lo spazio è strategico per una molteplicità di motivi: scientifici e tecnologici, economici e industriali, di tutela della sicurezza nazionale, ma anche diplomatici. E Pechino ha già palesato una forte volontà cooperativa, come conferma Simonetta Di Pippo, direttrice dell’Ufficio per gli affari dello spazio extra-atmosferico delle Nazioni Unite, l’Unoosa.

“La Cina”, dice, “è molto attiva in ambito multilaterale, attraverso la partecipazione a tutte le attività del Comitato delle Nazioni Unite per l’uso pacifico dello spazio extra atmosferico (il Copuos, ndr), e in bilaterale con Unoosa. Con la Giordania e il Dipartimento di stato americano, nel 2018 la Cnsa ha poi guidato un team di esperti sul tema ‘Space Exploration and Innovation’. Partendo dalla Luna, l’esplorazione del sistema solare si configura sempre di più come uno sforzo collaborativo”.

Il superamento dei nostri orizzonti spaziali potrebbe essere uno stimolo unico alla collaborazione fra le eccellenze. Per il bene di tutti, speriamo che per una volta Spykman venga smentito.

Business 12 Febbraio, 2020 @ 11:04

La Nasa cerca astronauti per andare su Marte. E la prima donna che sbarcherà sulla Luna

di Forbes.it

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Astronauta Nasa
(Photo by NASA via Getty Images)

Articolo di Lisette Voytko su Forbes.com

La Nasa ha annunciato martedì che assumerà nuovi astronauti. Potrebbero fare il loro debutto nello spazio in occasione della missione sulla Luna in programma nel 2024, ma rientrano nell’ambito del programma Artemis, che porterà il primo uomo su Marte entro il 2030. Obiettivi fissati dall’amministrazione Trump.

I candidati qualificati per le quali le posizioni sono aperte devono essere cittadini degli Stati Uniti d’America con una laurea in ingegneria, biologia, fisica o matematica conseguita presso un’università accreditata.

La Nasa accetterà le candidature anche di chi ha conseguito un Ph.D di due anni o un dottorato in medicina (anche ortopedia) e di chi ha completato con successo un’accademia del volo riconosciuta a livello nazionale.

Oltre ai titoli accademici, i candidati devono avere almeno due anni di esperienza sul lavoro e devono aver raggiunto almeno un migliaio di ore di volo pilotando jet.

Superare i test fisici della Nasa è uno dei requisiti indispensabili per applicare così come anche lo sono, tra gli altri, l’aver superato il programma base di due anni di formazione, l’addestramento militare di sopravvivenza in acqua, il conseguimento del certificato Scuba, l’acquisizione di determinate competenze robotiche e il superamento del corso di lingua russa.

Oltre ad assumere astronauti, la Nasa dovrà costruire un lander lunare (di cui al momento non dispone), ma per il quale dovrebbe appaltare il contratto a March, secondo quanto riportato da Npr.

L’annuncio della Nasa per la selezione di nuovi astronauti è giunto appena dopo la notizia dell’assunzione in SpaceX di Elon Musk dell’ex capo dei programmi spaziali con equipaggio umano, William Gerstenmaier.

Secondo le linee guida della Nasa, gli astronauti che provengono dalla società civile possono ambire a guadagnare tra i 55 mila e 120 mila dollari. L’ammontare dello stipendio dipenderà dai titoli accademici nonché dall’esperienza. Diverso il discorso per gli astronauti che provengono dalla carriera militare, che seguono differenti criteri retributivi.

I primi sette astronauti assunti dalla Nasa nel 1959 erano quelli destinati al programma Mercury. Da allora sono più di 200 le missioni avviate e quasi 500 gli astronauti che hanno servito l’agenzia. Ma nessun essere umano è più tornato a calcare il suolo lunare dopo l’allunaggio del 1972.

Prima dell’annuncio del presidente Trump di una missione nel 2024, già il suo predecessore George W. Bush aveva sostenuto, nel 2004, che la Nasa sarebbe dovuta tornare sulla Luna entro il 2020, ma ciò non è accaduto. Nel corso dei suoi due mandati, il presidente Obama si è invece concentrato più sull’idea di una missione su Marte che non sul ritorno sulla Luna.

A marzo 2019 il vice presidente Mike Pence ha cominciato a dire che la Nasa avrebbe dovuto tornare sulla Luna nel 2024. A quell’epoca la Nasa stava già lavorando a una missione lunare, ma per il 2028, e ciò significa che l’annuncio di Pence ha anticipato la deadline di ben quattro anni.

A settembre 2019 il sostituto di Gerstenmaier, Doug Loverro, si è detto “molto fiducioso” che gli Stati Uniti possano rispettare la scadenza del 2024.

L’astronauta Christina Koch, intanto, è tornata sulla terra il 6 febbraio dopo aver conseguito il record del più lungo volo spaziale di una donna con 328 giorni in orbita. E tra gli obiettivi della Nasa c’è proprio quello di inserire nell’equipaggio della missione 2024 la prima donna che sbarcherà sulla Luna.

SpaceEconomy 16 Luglio, 2019 @ 2:30

Verso Marte, da Harvard un nuovo materiale per colonizzare il pianeta rosso

di Simona Politini

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Ipotesi di insediamento umano su Marte
Ipotesi di insediamento umano su Marte (Shutterstock)

Abitare su Marte forse non è così impossibile come potrebbe sembrare. Una nuova ricerca propone un sistema relativamente semplice per realizzare degli ambienti naturali dove vivere, produrre acqua e coltivare cibo.

Aerogel di silicio, un materiale che potrebbe rendere Marte abitale

Nonostante le sue superfici aride e deserte, Marte è il pianeta più simile alla Terra, ed è per tale ragione che gli scienziati da tempo si cimentano nell’elaborazione di soluzioni per rendere il pianeta rosso vivibile.

Ora, attraverso un approccio alternativo che mira a rendere vivibili almeno alcune aree del pianeta che, per la presenza di ghiaccio, si prestano a creare un ambiente più favorevole per lo sviluppo della vita, un gruppo di ricercatori dell’Università di Harvard, del Jet Propulsion Lab della Nasa e dell’Università di Edimburgo ha studiato un modo per vivere su Marte in zone protette da sottili calotte di aerogel di silicio, un materiale leggero composto al 99,98% di aria e, al tempo stesso, talmente resistente da isolare il calore e bloccare le radiazioni ultraviolette nocive.

“Questo approccio a piccole aree per rendere abitabile Marte è molto più realizzabile rispetto a modificare l’intera atmosfera di Marte, inoltre, a differenza delle precedenti proposte, questo materiale è qualcosa che può essere sviluppato e testato sistematicamente con materiali e tecnologie che già possediamo”. Ha spiegato Robin Wordsworth, ricercatore di Harvard.

Vivere su Marte sotto una cupola di aerogel di silicio: lo studio

Secondo lo studio pubblicato all’interno della rivista Nature Astronomy, in condizioni ambientali marziane uno strato di aerogel di silicio di 2-3 cm di spessore sarebbe in grado di trasmette simultaneamente una quantità sufficiente di luce visibile per la fotosintesi, bloccare le radiazioni ultraviolette pericolose e aumentare la temperatura al di sotto del punto di fusione dell’acqua, senza la necessità di alcuna fonte di calore interna. Collocare gli schermi di aerogel di silicio su regioni sufficientemente ricche di ghiaccio potrebbe quindi consentire alla vita fotosintetica di sopravvivere lì con un intervento successivo minimo.

Gli studiosi ritengono che se una regione di ghiaccio vicino alle alte latitudini di Marte fosse ricoperta da uno strato di aerogel, il terreno gelido si scioglierebbe per produrre acqua liquida man mano che l’ambiente si riscalda. Ci sarebbe anche abbastanza caldo per poter permettere agli esseri umani di vivere e coltivare cibo.

“Il posto ideale per un avamposto marziano avrebbe acqua abbondante e temperature moderate. Marte è più caldo intorno all’equatore, ma la maggior parte del ghiaccio si trova a latitudini più elevate. Costruire delle calotte di aerogel di silicio ci permetterebbe di creare artificialmente ambienti caldi dove ci sarebbe già acqua disponibile”. Ha dichiarato Laura Kerber, coautrice dello studio e geologa del Jet Propulsion Laboratory della NASA.