Seguici su
Tecnologia 9 gennaio, 2019 @ 9:52

Perché Amazon ha più bisogno di operai che di robot

di Antonella Scarfò

Contributor

Giornalista professionista, con un passato da studiosa di letteratura e un futuro da digital strategist.Leggi di più dell'autore
Giornalista professionista, con un passato da studiosa di letteratura e un futuro da digital strategist. Ho scritto per l’Enciclopedia Treccani, la Salerno Editrice, la Loffredo Editore. Poi La Stampa, Rai, RDS, Left. Mi piace indagare come la tecnologia trasforma l’uomo e la società. chiudi
corridoio di magazzino Amazon
Uno dei magazzini di Amazon (Peter Macdiarmid/Getty Images)

Veloce come un robot, svelto come un umano. È il lavoratore perfetto, ma non esiste. Ecco perché il colosso dell’e-commerce Amazon, oggi la più grande azienda quotata al mondo, continua ad assumere operai, nonostante i grandi investimenti nell’automazione della catena di montaggio. I lavoratori, infatti, non sono sostituibili nelle operazioni più difficili, come prendere e imbustare una t-shirt per la spedizione senza sgualcirla o strapparla. Difficili per un automa, s’intende, non per l’uomo. Le nostre abilità motorie e percettive, infatti, sono tutt’altro che scontate e ancora impossibili da eguagliare con l’intelligenza artificiale. “Un robot può andare su Marte, ma non può fare la spesa” spiega Fumiya Iida, esperto di soft robotics dell’Università di Cambridge.

Svelto come un umano

“Un ordine di Amazon può essere qualsiasi cosa: un farmaco, un libro, un cappello, una bici – commenta lida –. Per un umano è generalmente facile prendere un oggetto senza farlo cadere o evitando di romperlo, perché sappiamo per istinto quanta forza usare. Cosa estremamente complicata, invece, per un robot”. Oggi Amazon assume più uomini che macchine. Sono più di 100.000 i robot impiegati, a partire dal 2012, nei 26 magazzini sparsi in tutto il mondo. Un terzo dei lavoratori assunti a tempo indeterminato negli ultimi 6 anni, secondo la portavoce dell’azienda Ashley Robinson (fonte CNBC).

Veloce come un robot

Centinaia di macchine arancioni dotate di ruote popolano il primo magazzino di stoccaggio inaugurato a New York da Amazon lo scorso settembre, insieme a più di 2.700 lavoratori impiegati full time. Grazie ai robot, l’azienda ha dimezzato il tempo di evasione degli ordini: passando da una media di mezzo milione di pacchi a più di un milione, in meno di 24 ore (fonte Forbes.com). Ha aumentato, inoltre, del 50% la capacità di deposito della merce. I lavoratori non devono più muoversi tra gli scaffali, perché sono i robot a individuare e trasportare autonomamente l’oggetto da confezionare. Ma qui finisce il lavoro meccanico e inizia quello umano. Gli scaffali arrivano alla postazione degli operai con un mix di oggetti diversi, che solo l’uomo sa come afferrare e trattare con cura.

Un paradosso ci salverà

Potrà sembrare illogico, ma un computer capace di risolvere calcoli complessi non riesce a eseguire operazioni semplici se coinvolgono percezione e mobilità. Eppure proprio su questo paradosso, che prende il nome da Movarec, lo studioso che l’ha teorizzato negli anni ’80, si gioca il destino dei lavoratori nell’industria del futuro. È quello che gli ingegneri chiamano “the last metre problem”. Per colmare gli ultimi centimetri di distanza tra uomo e macchina, il dipartimento di ingegneria dell’ateneo di Cambridge sta provando ad insegnare ai cervelloni robotici ad essere “più svelti” e acquisire abitudini quotidiane da umani, come raccogliere la verdura o giocare ai LEGO. Ma cosa accadrebbe se il gap dell’ultimo metro tra umano e robotico venisse un giorno colmato?

La tecnologia crea lavoro

La parola robot viene da robota, che in lingua ceca significa lavoro. A inventarla fu, nel 1920, il drammaturgo Karel Cˇapek in un’opera teatrale in cui andava in scena una società del futuro abitata da umanoidi meccanici al posto di operai. In quasi 100 anni, la profezia sembra essersi avverata, perché le macchine hanno imparato a svolgere molti compiti prima affidati all’uomo. Il bilancio generale, però, sembra essere tutt’altro che apocalittico. Secondo il World development report 2019, nel complesso la tecnologia ha creato più posti di lavoro di quanti ne ha sacrificati. Come? “Aumentando la produttività, riducendo la domanda di lavoratori per operazioni di routine e aprendo così le porte a nuovi settori prima immaginabili solo nelle opere di fantascienza” si legge nel rapporto. “Le aziende usano la tecnologia per oltrepassare le barriere informative, investire meglio i capitali e innovare” sostiene lo studio.

Veloce come il ragazzo delle consegne

“Che l’automazione distrugga invece che creare lavoro è un mito da sfatare” anche secondo la portavoce di Amazon, che spiega come la tecnologia cresca di pari passo con il numero dei posti di lavoro. Alcuni esperti, però, la pensano diversamente. Per la prima volta nel 2018 Amazon ha assunto meno personale stagionale rispetto all’anno prima. Una scelta direttamente riconducibile alla politica di automazione dei processi, secondo l’analista di internet Mark May, intervistato dall’emittente televisiva CNBC. La politica aziendale del colosso di Seattle, tuttavia, non è riducibile a una semplice sfida di efficienza tra uomo e robot. Ed è meno prevedibile di quanto pensiamo. Si prenda ad esempio una delle ultime mosse del CEO Jeff Bezos: investire sui “vecchi ragazzi delle consegne”, chiamati alle armi quest’estate dall’azienda per diventare imprenditori, con un’offerta da 300.000 dollari all’anno (fonte Bloomberg). Una scelta o una necessità? Due anni fa Bezos aveva conquistato l’immaginazione dei consumatori con la promessa di far volare i pacchi sui droni. Una promessa disattesa: manca la regolamentazione. E se con l’innovazione bisogna andarci piano, Amazon ha bisogno ancora dell’uomo per andare veloce.

Leggi anche: Il capitalismo amazoniano funziona come una economia pianificata?