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Cultura 3 Marzo, 2020 @ 4:42

Beatrice Trussardi, la vocazione nomade dell’arte

di Glenda Cinquegrana

Staff

PhD in Economia della Cultura, gallerista, consulente d’azienda e art advisor.Leggi di più dell'autore
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Beatrice Trussardi
Beatrice Trussardi (Foto: Marco De Scalzi)

Articolo tratto dal numero di febbraio 2020 di Forbes

Fu intitolata al padre Nicola, che la fondò nel 1996; lo stesso anno, Beatrice ne assunse la direzione. Oggi Fondazione Trussardi non è una corporate foundation (fondazione aziendale, ndr) ma una fondazione le cui decisioni sono prese dal board presieduto dai fondatori, che sono i membri della famiglia, affiancati dagli altri componenti. “Nel 1996, mio padre, pioniere di progetti di ibridazione culturale nel fashion system, la concepì come incubatore di produzione culturale di carattere interdisciplinare”, dice Beatrice. “Quando nel 1999 ne presi le redini, mi domandai come poterla far evolvere”. Dopo l’incontro con Massimiliano Gioni, critico d’arte contemporanea e curatore, si scelse una nuova strada: focalizzare la programmazione sull’arte pubblica.

Cosa è cambiato negli ultimi anni?

Dal 2003 la Fondazione si autodefinisce museo nomade. La nostra policy era ed è ancora quella di scegliere un luogo inaccessibile della città, e di commissionare agli artisti un lavoro pensato appositamente per quello spazio. Spesso, dopo le nostre mostre questi spazi prima inaccessibili sono stati aperti. Un caso è quello di Palazzo Litta, in corso Magenta a Milano, che nel 2008 era utilizzato come sede delle Ferrovie dello Stato. Dopo l’esposizione Altri fiori e altre domande degli artisti svizzeri Fischli & Weiss, l’edificio è stato aperto al pubblico per altri progetti culturali. Inoltre, abbiamo realizzato veri e propri progetti di arte pubblica, in spazi accessibili a tutti. L’ultimo a firma di Ibrahim Mahama ai caselli daziari di Porta Venezia a Milano ha comportato una modifica significativa dello spazio urbano: i due edifici napoleonici sono stati ricoperti da tela di sacchi di juta usati per le balle delle merci dal Sudafrica.

Ci racconta qualche episodio di ristrutturazione di spazi?

Nel 2010 per la mostra Pig Island di Paul McCarthy abbiamo presentato una gigantesca opera inedita cresciuta nello studio dell’artista, vera summa dei suoi temi principali. Di Palazzo Citterio, antica dimora nobiliare, che dopo il parziale restauro di Stirling giaceva in disuso, abbiamo scelto il piano interrato riaprendolo al pubblico dopo 25 anni.

La scelta di non avere una sede fissa è una delle caratteristiche della Fondazione. Da cosa scaturisce questa scelta?

La bellezza di questo modello nomade è che non avendo sede non abbiamo una programmazione obbligata. Questo ci rende più flessibili e capaci di reagire in presa diretta a quello che succede nel mondo. Inoltre, non abbiamo collezione perché la Fondazione ha uno spirito integralmente mecenatistico. Le opere che produciamo in occasione delle mostre ritornano nelle mani degli artisti dopo la chiusura.

La Fondazione ha promosso progetti con artisti contemporanei come Tino Sehgal, Pipilotti Rist, Paul McCarthy, Maurizio Cattelan. Come risponde la città a questi progetti?

La prima iniziativa che ha inaugurato il nuovo corso della Fondazione è stato, nel 2003, il progetto di Fischli & Weiss realizzato nella galleria Vittorio Emanuele, nell’ottagono. I due artisti hanno collocato una Fiat Uno collegata a una roulotte al centro della Galleria come se, emergendo dal centro della terra, fosse rimasta incidentata. L’abbiamo installata di notte e i milanesi ci sono inciampati dentro la mattina dopo. Questo ha creato delle reazioni insolite. Alcuni vigili, che non erano stati informati dell’evento, hanno persino multato il veicolo. Il progetto è diventato un simbolo per la Fondazione e per la città di Milano.

Dal 2003 la Fondazione è rimasta legata al sodalizio felice con Massimiliano Gioni, direttore della Biennale di Venezia nel 2013 e al momento associate director del New Museum di New York. Come mai questa scelta?

Con Massimiliano ci ha accomunato sin dall’inizio il desiderio di intraprendere una sfida culturale del tutto nuova in Italia in quel momento. Data la continua mutazione degli artisti e degli spazi, il mantenimento dello stesso curatore ci assicura continuità di intenti e rafforza la nostra identità.

Lei è una donna realizzata a livello professionale, che ha dato corpo a molte delle sue ambizioni. Ha un progetto ancora nel cassetto?

Cerco di sempre di realizzare i miei sogni. Quelli che non si realizzano sono destinati a rimanere nel cassetto. Come imprenditrice cerco sempre di pormi nuovi obiettivi. Al momento sono curatrice di una gallery su Yoox, uno dei maggiori gruppi per la vendita di articoli di moda online, dove mi occupo della realizzazione di edizioni limitate. La commercializzazione in rete è infatti un modo per avvicinarsi all’arte senza bisogno di intermediazione. Di recente sono divenuta partner di ‘Scribit’, progetto frutto del lavoro di ricerca di Carlo Ratti del Massachussets Institute of Technology. La società produce un robot che grazie all’artificial intelligence può disegnare e cancellare su muro, riproducendo qualunque immagine d’arte. Mio compito sarà commissionare ad artisti disegni originali destinati a essere usati dai singoli robot casalinghi. Anche questo progetto è ispirato a un’idea di accessibilità dell’arte a tutti.

 

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