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SpaceEconomy 10 Aprile, 2020 @ 3:56

L’epopea dell’Apollo 13 raccontata per COSMO dal comandante Jim Lovell

di Emilio Cozzi

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Apollo 13, in copertina di COSMO
La nuova copertina di COSMO

In Italia è notte fonda, ma a New York l’orologio segna le 23 e 30 in punto del 13 aprile 1970 quando sulla Abc inizia il Dick Cavett Show. Durante l’introduzione del suo programma, Cavett ricorda che in quel momento tre americani, il comandante James Lovell, Fred Haise e Jack Swigert, sono a 321mila chilometri dalla Terra, lanciati verso la Luna nella missione Apollo 13. Il popolare conduttore fa battute: sa bene che nonostante sia la missione spaziale fin lì più significativa dal punto di vista tecnico e scientifico, agli americani importa nulla. Al terzo appuntamento, per loro la Luna è una conquista già vecchia.

Ma come in una sceneggiatura, proprio durante le sparate di Cavett, lo schermo si fa nero, con una scritta rossa: “Apollo 13: notiziario speciale”. In diretta, il volto scientifico della rete, Jules Bergman, sostituisce quello ridanciano di Cavett: “L’astronave Apollo 13 ha subito una grave avaria dell’impianto elettrico. Gli astronauti non corrono alcun pericolo immediato, ma è esclusa qualsiasi possibilità di allunaggio. Il Centro di controllo conferma che il problema è grave”. Difficile capire come un problema grave, a 321mila chilometri dalla Terra, non minacci gli astronauti. Che infatti, per l’esplosione di un serbatoio di ossigeno dovuta a un corto circuito alle 21:07, in pericolo lo sono e sul serio. Se ne rende conto tutto il mondo: già la mattina dopo Apollo 13 riempie i giornali di ogni lingua e latitudine. Ogni ingegnere o tecnico della Nasa, la maggior parte volontariamente, fa turni straordinari. Il presidente, Richard Nixon, chiede aggiornamenti costanti. “Il fallimento non è un’opzione” diventerà il motto (inventato) per spiegare come, in quattro giorni, le migliori menti del Paese collaborino per riportare a casa, sani e salvi, Lovell e il suo equipaggio. Tutto con la trepidazione del mondo addosso, compresa quella di papa Paolo VI – che il 15 aprile recita la preghiera per gli astronauti – e degli avversari politici di sempre, dall’Unione sovietica alla Cina, immediatamente disposti a dare una mano. Fino alle 13:07 del 17 aprile, quando ammarato nell’Oceano Pacifico dopo l’ultimo momento d’ansia – un silenzio radio durato il doppio del normale –, rivolto ai suoi due compagni Lovell dice in diretta radio ”Siamo a casa”.

A cinquant’anni da allora, Apollo 13 ha inciso la storia con un film da Oscar diretto da Ron Howard, con modi di dire entrati nella parlata comune, da “Houston, abbiamo un problema” a quel “Failure is not an option” che titolò l’autobiografia di Gene Kranz, l’allora direttore di volo della Nasa, e con una serie di indicazioni diventata la base dei protocolli di sicurezza ancora applicati ai voli spaziali. Soprattutto, però, Apollo 13 è diventata il simbolo di come, da un disastro, l’Uomo possa sempre cavare un successo. Qualcosa che suona di estrema attualità durante l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo oggi, mezzo secolo dopo quei giorni di aprile. Di tutto questo e molto altro, il nostro periodico dedicato allo spazio, «COSMO», ha parlato con il comandante Lovell, neo 92enne, che ricorda ogni secondo della missione come fosse ieri. Trovate l’articolo integrale a questo link, parte di una coverstory che in edicola si completa con un’intervista a Fred Haise e a Mario Ferrante, responsabile del settore aerospace dell’Associazione italiana cultura qualità, pronto a spiegare come, da allora, la sicurezza dei voli spaziali sia cambiata. Buona lettura.

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