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Responsibility 7 Agosto, 2020 @ 7:58

Il mare è green, alla scoperta del marchio di beachwear che usa solo materiali organici e riciclati

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

Scrivo di moda, viaggi, arte e nuove tendenze.Leggi di più dell'autore
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Economia circolare: Soseaty Collective, il nuovo marchio di moda sostenibile
Alberto Bressan co-fondatore di Soseaty Collective

Tratto dal numero di agosto 2020 di Forbes Italia

Si sente spesso dire che le idee più belle, e anche quelle di maggior successo, nascano proprio da momenti di crisi. E difatti, quando a marzo 2019 Alberto Bressan perde la posizione che occupava in una grossa multinazionale, mai si sarebbe aspettato che sarebbe stata l’occasione che avrebbe rimescolato le carte del suo destino. A salire subito a bordo della nuova avventura imprenditoriale, Simone Scodellaro, l’amico di una vita diventato socio co-fondatore, e poco tempo dopo anche Eduardo Bolioli, artista uruguaiano, che ha permesso al duo di diventare un trio creativo disegnando la collezione primavera-estate 2020.

“La cosa più difficile? Trovare un nome che rendesse l’idea di quello che stavamo cercando di fare senza risultare banali”, racconta Bressan. Dall’unione delle parole sos, sea e society è nata quindi Soseaty, che riflette l’attenzione verso le tematiche ambientali, diventandone portavoce. Dopo aver visitato diverse fiere chiave per il mondo della moda, i due soci hanno iniziato a costruire un brand basato unicamente su tessuti rigenerati, riciclati e organici, una supply chain corta, una catena logistica carbon neutral e un packaging organico e compostabile.

“L’obiettivo è stato sin dall’inizio quello di sviluppare un sistema economico circolare in grado di estendere la vita dei capi usati dei clienti oppure utilizzarli per la produzione di nuovo filato, e quindi tessuto, impiegato per la produzione delle collezioni future”. In questo contesto si inserisce Re3, modello di economia circolare per ridurre l’impatto ambientale dei capi usati. Come funziona? Molto semplice: per ogni capo venduto l’azienda offre un rimborso del 20% del suo valore, se il cliente restituisce un indumento della stessa tipologia di quello acquistato. A seconda delle condizioni estetiche e funzionali, il capo reso viene rivenduto come vintage (re-sell), regalato a persone in difficoltà (re-use), oppure, se in condizioni pessime, rigenerato (re-generate) in nuovo filato. Non più solo consumare, quindi, ma possedere un bene potendogli dare nuova vita dopo il primo utilizzo. Grazie all’utilizzo di Qr code, inoltre, tutti i capi usati che vengono restituiti sono identificati in modo univoco. Tale tecnologia posiziona Soseaty come l’unico marchio italiano che ritira indumenti usati, compliant alla normativa italiana sul rifiuto tessile: “È il momento di effettuare un profondo ripensamento del fashion system”, spiega il manager.

“A mio avviso, solo adottando un approccio trasparente si può guadagnare la fiducia del consumatore e del mercato. Il cliente deve sapere cosa succede dietro le quinte, quali ingredienti vengono usati, chi fa succedere la magia. Ecco, solo lavorando in completa trasparenza la parola sostenibilità potrà diventare un’autentica evoluzione del sistema”.

Dopo poco tempo dal lancio, l’azienda viene notata da Fashion Technology Accelerator, realtà nata nel 2012 nella Silicon Valley che favorisce l’incontro tra moda e nuove tecnologie. “Fta riceve circa 800 pitch a semestre a fronte di tre posti disponibili da parte di startup che si candidano a un percorso semestrale di accelerazione”. Senza neanche candidarsi, Fta ha chiesto al team dell’azienda di presentarsi davanti al loro comitato di mentor e advisor. “Con il risultato di poter contare oggi su un modello di business maggiormente scalabile, tecnologico e attraente per i mercati internazionali”, conclude Bressan.

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