Chi è la prima italiana che guiderà la 59esima Biennale di Venezia

Cecilia Alemani (Photo by Andrea Avezzù courtesy La Biennale di Venezia)
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Per la prima volta alla guida della prossima edizione dell’Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia c’è una donna italiana di profilo internazionale. Classe 1977, milanese, ma newyorchese d’adozione, Cecilia Alemani si è fatta notare con un curriculum di livello internazionale costruito non tanto sulle mostre museali, ma soprattutto su innovativi e poco convenzionali progetti di arte pubblica realizzati prima per la High Line di New York, poi per Frieze Projects di Frieze New York, infine Art Basel Cities. Un curriculum eccentrico, che le ha conferito già nel 2017 l’ingresso nella classifica Art Power 100 pubblicata dalla rivista Art Review, che enumera la lista dei più potenti dell’arte contemporanea.

Dal 2011 è curatrice di High Line Art, programma di arte pubblica legato alla High Line, il parco urbano costruito su una ferrovia sopraelevata a New York, che è divenuto il palcoscenico dei lavori site-specific commissionati ad artisti e artiste come El Anatsui, Phyllida Barlow, Carol Bove, Sheila Hicks, Rashid Johnson, Barbara Kruger, Zoe Leonard ed Ed Ruscha. Questo progetto di lungo periodo ha creato la sua solida reputazione di curatrice impegnata a sviluppare il dibattito attorno a temi importanti come l’accessibilità dell’opera al pubblico e l’importanza dell’arte come strumento di creazione di consapevolezza per le comunità urbane.

Cecilia Alemani (Photo by Andrea Avezzù courtesy La Biennale di Venezia)

A queste esperienze ha poi unito i brillanti progetti di arte pubblica realizzati per Art Basel – nel 2019 cura la performance di Alessandra Pirici nella piazza open-air della fiera – e la direzione artistica della prima edizione di Art Basel Cities, un complesso progetto di rilancio dell’ecosistema culturale urbano che sotto l’egida del marchio Art Basel ha trovato una primissima partnership di successo con la città di Buenos Aires.  In quella occasione prepara una mostra a cielo aperto intitolata “Hopscotch (Il gioco del mondo)” ispirata alle formule combinatorie del capolavoro letterario di Cortàzar, in cui presenta diciotto opere in stretto dialogo con i luoghi della città, collegando l’arte visiva, agli spazi urbani e le storie della metropoli in modi inaspettati.

Oltre alle collaborazioni con MoMA PS1 e Tate Modern di Londra, la sua reputazione è imprevedibilmente legata a progetti come No Soul For Sale, il festival di spazi indipendenti, organizzazioni non-profit e collettivi artistici che si è tenuto a X Initiative, spazio per alternativo in cui ha curato mostre di artisti come Keren Cytter, Hans Haacke, Christian Holstad. Il suo profilo combina understatement, brillantezza e sguardo laterale sull’arte. Per capire come si è calata nei nuovi panni di curatrice della cinquantanovesima Biennale l’abbiamo raggiunta in conference call a New York. La Alemani è sorridente, gentilissima; per una curatrice della sua preparazione ha un linguaggio di semplicità disarmante.

“Ricevere l’incarico di curare la più prestigiosa mostra internazionale d’arte contemporanea è una grande soddisfazione e al tempo stesso una grande responsabilità”. Le sue parole sono un’allusione al fatto che il suo incarico è passato anche attraverso le forche caudine della pandemia, con il conseguente slittamento del progetto dal 2021 al 2022. La Alemani non è nuova a Venezia, essendo stata curatrice del Padiglione Italia nella Biennale nel 2017: la mostra “Il Mondo Magico”, con Adelita Husni-Bey, Giorgio Andreotta Calò e Roberto Cuoghi, è stata fra le più apprezzate degli ultimi anni. Più che continuità con quel lavoro, sottolinea la natura differente delle due mostre, l’una focalizzata sull’arte italiana, l’altra, specchio della complessa scena artistica internazionale. Il titolo della mostra “Il Latte dei Sogni”, ispirato alla pittrice surrealista Leonora Carrington, prende le mosse da una visione di re-incantesimo del mondo, onirica e femminile.

“La prospettiva femminile è certamente inerente al lavoro della Carrington da cui ho preso le mosse per costruire l’esposizione. Ma sul tema dello sguardo al femminile precisa che “il mio lavoro di curatrice si basa sul supporto agli artisti e alle artiste a prescindere da suddivisioni di genere o da possibili quote rosa”. Prosegue spiegandoci i contenuti della mostra. “Oggi il mondo appare diviso tra ottimismo tecnologico, che promette il perfezionamento infinito del corpo umano attraverso la scienza, e lo spettro di una totale presa di controllo da parte delle macchine grazie all’automazione e all’intelligenza artificiale. Questa frattura è stata acuita ulteriormente dalla pandemia del Covid-19. Le ricerche di molti artisti oggi trovano delle risposte al presente celebrando la comunione con il non-umano, con l’animale, e con la terra; altri reagiscono alla dissoluzione di sistemi universali, riscoprendo forme di conoscenza locali e nuove dimensioni identitarie”. Gli artisti sono lo specchio delle inquietudini e le preoccupazioni del nostro tempo, che ci indicano chi e che cosa possiamo diventare.