L’appello dell’Iea: “Aumentare gli investimenti sull’idrogeno per arrivare alle emissioni zero”

idrogeno centrale
(foto iea.org)
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La transizione energetica è un meccanismo complesso e costoso, che non si esaurisce solo con il risparmio e l’apporto di energie prodotte dal sole, dal vento o, eventualmente, dal nucleare, di cui si parla sempre più spesso. Una rivoluzione copernicana che deve assicurare un futuro alle nuove generazioni e passa anche attraverso rincari dell’energia, come nei casi del gas naturale in Cina e del metano per le auto. E anche, a volte, attraverso la repressione, come dimostra l’arresto di Disha Ravi, l’attivista indiana amica di Greta che dirige nel suo paese il gruppo Fridays for Future.

Oltre all’energia eolica e a quella solare, una terza via è rappresentata dall’idrogeno. L’Agenzia Internazionale per l’energia adesso sferza il mercato con un nuovo rapporto, in cui invita a un maggiore impegno governi e imprenditori privati, che finora hanno “messo in campo solo un quarto dei 1.200 miliardi di dollari necessari da qui al 2030 per produrre, sviluppare e distribuire l’idrogeno e renderlo protagonista delle strategie globali per le emissioni zero”.

Perché l’idrogeno

L’idrogeno è leggero, denso di energia e facile da immagazzinare, oltre a non produrre emissioni dirette di inquinanti o gas serra. Nel rapporto si legge che, finora, i principali ostacoli sono stati il costo di produzione e le preoccupazioni relative alla sicurezza di stivaggio e produzione. Produrre idrogeno con forniture rinnovabili, inoltre, può costare fino a sette volte di più rispetto alla produzione dal gas naturale senza cattura di carbonio. Le soluzioni a questi problemi risiedono nello sviluppo di nuove tecnologie.

“Attualmente quasi tutto l’idrogeno prodotto proviene da combustibili fossili senza cattura di carbonio”, afferma il rapporto. La conseguenza è pesante: quasi 900 milioni di tonnellate di emissioni di CO2, che equivalgono alla somma di quelle del Regno Unito e dell’Indonesia. Una possibile soluzione arriva dalle tecnologie degli “elettrolizzatori”, che riescono a produrre idrogeno dall’acqua. La rassicurazione che arriva dall’Agenzia internazionale per l’energia sta in 400 progetti in fase di sviluppo, che potranno portare la fornitura di idrogeno ricavato dall’acqua a 8 milioni di tonnellate all’anno entro il 2030. La brutta notizia, però, è che questo rappresenta ancora solo un decimo di quanto occorre per raggiungere il traguardo delle emissioni zero entro il 2050.

Gli esperimenti

La via dell’idrogeno finora conta prove a bassa scalabilità. La compagnia aerea Easyjet sperimenta il movimento dei suoi aerei a terra, nelle zone aeroportuali, utilizzando un sistema fuel cell a zero emissioni. Un primo passo per diminuire l’inquinamento a terra da parte degli aerei, ma non certo quello dei cieli.

Più interessante è il progetto “H” che la coreana Hyundai sta presentando per i suoi camion a idrogeno visti al Museo dei trasporti di Lucerna. Importante resta il contributo a una mobilità più green da parte della giapponese Toyota, che possiede la tecnologia Toyota hydrogen applicata alla nuova Mirai. Tra i precursori della via dell’idrogeno c’è anche la Opel hydroGen1, basata sulla monovolume Zafira e destinata al mercato tedesco. Bmw ha realizzato la Hydrogen 7, mentre Mercedes vanta la Classe B f cell, Volkwagen la Golf HyMotion, Audi la H-tron. Esempi di un mercato che resta, però, rigorosamente di nicchia.