Così il primo agri hub Eni in Kenya permette agli agricoltori di accedere al mercato

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Federico Grati, l’ingegnere alla guida dell’unità Agroenergy Services di Eni
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Articolo tratto dal numero di settembre 2022 di Forbes Italia. Abbonati!

Il primo olio è stato spremuto a luglio a Wote, 60mila abitanti nella contea keniana di Makueni, a 1.100 metri di quota. Da lì viaggerà per 400 km verso il mare, fino al porto di Mombasa. Via nave raggiungerà l’Italia, dove sarà trasformato in biocarburante nelle raffinerie verdi di Gela e Marghera.

Un modello di successo

Il 18 luglio Eni ha inaugurato in Kenya il suo primo agri hub: un centro di aggregazione e spremitura di semi, da cui escono oli vegetali e sottoprodotti. I semi vengono da 25mila piccoli agricoltori, molti dei quali coltivano terreni più piccoli di un campo da calcio, riuniti in cooperative o altri aggregatori.

“Ma gli agri hub non sono solo strutture che ricevono”, precisa Federico Grati, l’ingegnere fiorentino alla guida dell’unità Agroenergy Services di Eni, che gestisce progetti agricoli con scopi energetici. “Forniscono ai contadini la formazione, i fertilizzanti e tutto ciò che serve loro per coltivare. I sottoprodotti della lavorazione dei semi, cioè proteine, finiscono sui mercati, in gran parte sotto forma di mangimi per animali”.

Un modello che “fornisce accesso al mercato agli agricoltori: uno dei punti deboli dell’economia africana”. Per il suo primo agri hub, Eni ha scelto il Kenya anche per le caratteristiche del sistema locale. Il Paese ha una delle economie più sviluppate dell’Africa subsahariana ed è a vocazione agricola: più del 75% dei suoi 43 milioni di abitanti vive in aree rurali, dove le coltivazioni impiegano più della metà della forza lavoro.

La valorizzazione delle risorse disponibili

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L’impianto di Wote ha una capacità di 15mila tonnellate. Un secondo agri hub permetterà di raggiungere le 30mila tonnellate nel 2023, per poi arrivare a 200mila tonnellate nel 2026, con l’apertura di diversi centri in varie zone del Paese. Il progetto ha ricevuto la certificazione di sostenibilità Iscc (International sustainability & carbon certification), riconosciuta dalla Commissione europea. Ora sta per ricevere quella che attesta il basso livello di cambiamento d’uso del suolo. “In altre parole”, dice Grati, “le coltivazioni destinate ai biocarburanti non sottraggono terreni, direttamente o indirettamente, alle foreste o alla produzione di cibo”.

L’olio ricavato dall’agri hub di Wote viene dal cotone, dal croton e dal ricino. “La coltivazione del cotone in Kenya è promettente, ma poco sviluppata. Il croton è un albero spontaneo, che cresce oltre i 600
metri di quota: non si tratta nemmeno di lavorare nuovi terreni, ma di valorizzare risorse già disponibili. Il ricino, poi, viene coltivato in aree degradate, dove non si potrebbe produrre altro. Diamo quindi valore ad aree minacciate dal cambiamento climatico, dalla desertificazione, dall’erosione e dall’inquinamento”.

Il ricino, spiega ancora Grati, rientra peraltro tra i cosiddetti cash crop: prodotti non commestibili, ma che possono essere venduti sul mercato. “Queste coltivazioni hanno un ruolo prezioso in economie fragili, in cui circola poco denaro: garantiscono all’agricoltore un reddito che gli permette di uscire dal modello di sola sussistenza”.

I prossimi progetti di Eni

Eni prevede di ricavare più di 800mila tonnellate di oli vegetali da agricoltura sostenibile entro il 2030. I prodotti, insieme agli scarti alimentari, rappresenteranno il 35% dell’approvvigionamento delle bioraffinerie entro il 2025 e il 55% entro il 2030. Una crescita necessaria anche perché, già alla fine di quest’anno, il gruppo rinuncerà all’olio di palma. Altri agri hub affiancheranno presto quello di Wote. Il progetto più avanzato, al di fuori del Kenya, è quello in Congo, dove la fase pilota è iniziata a ottobre 2021 con la semina di ricino su oltre 200 ettari di terreno.

Il primo stabilimento avrà una capacità di 20mila tonnellate e sarà avviato nel 2023. Tre anni dopo, gli agri hub del Paese produrranno 150mila tonnellate di olio vegetale all’anno e coinvolgeranno 90mila addetti della filiera agricola. Eni ha firmato poi memorandum d’intesa e accordi con i governi di altri Paesi, africani e non: Mozambico, Angola, Ruanda, Benin, Costa d’Avorio, Kazakistan. “Ogni progetto sarà studiato in base alle caratteristiche di ciascun Paese e di ciascuna economia”, dice Grati.

“Il Ruanda, per esempio, è uno stato piccolo e dall’alto livello di specializzazione nelle coltivazioni, perciò pensiamo a progetti di agricoltura di qualità. Il Kazakistan, al contrario, è un paese enorme, già tra i primi produttori di oli vegetali dell’Asia Centrale, e ha molte terre abbandonate. Qui lavoriamo per coltivare e valorizzare terreni oggi inutilizzati”. Per favorire la transizione energetica nei paesi esportatori di combustibili fossili e integrare l’Africa nella filiera dei biocarburanti, nel 2021 Eni ha siglato anche un accordo con Irena, l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili.

Altre iniziative riguardano l’Italia, e in particolare le zone del Centro-Sud più toccate dal fenomeno del degrado dei suoli. Secondo studi compiuti nell’ambito del programma di finanziamento europeo Horizon 2020, nel nostro Paese ci sarebbero milioni di ettari di terreni marginali che potrebbero essere destinati a colture con finalità energetiche, senza entrare in competizione con la filiera alimentare. Eni e Bf, la prima azienda agricola d’Italia per superficie utilizzata, hanno creato così una joint venture per fare ricerca sulle sementi utili alle bioraffinerie.

I campi sperimentali, circa 15 ettari per una trentina di varietà di piante oleaginose, si trovano nei laboratori a cielo aperto di Bf in Sardegna. Serviranno anche a verificare la replicabilità delle produzioni all’estero, e in particolare in Africa. “Quando pensiamo alla transizione energetica, pensiamo in genere all’Europa, ai paesi Ocse”, dice Grati. “Dobbiamo però ricordarci che la transizione deve essere di tutti. Ogni zona del mondo deve compiere la trasformazione secondo le sue esigenze. E in Africa, i piani di tutti i governi mettono ancora l’agricoltura al primo posto”.

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