Dalla crisi energetica alla difesa dei confini: nuovi nazionalismi stanno nascendo in Europa

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Articolo tratto dal numero di gennaio 2023 di Forbes Italia. Abbonati!

“Se l’Unione Europea si divide, sarà una vittoria per Putin”. Così a ottobre l’ex premier Mario Draghi ha arringato l’Ue, incapace di trovare un accordo per un price cap sul gas, e la Germania, che in quei giorni ha annunciato un piano nazionale di aiuti contro i rincari energetici da oltre 200 miliardi. Il cancelliere tedesco Scholz, con questo intervento monstre, che vale quasi sette nostre finanziarie, ha voluto contrastare quella che per il suo paese si preannuncia come una dura recessione. Per Draghi, però, così facendo la Germania ha rotto il fronte comune europeo sulle sfide energetiche lanciate dal Cremlino: gli altri paesi, che non si possono permettere una manovra del genere, sono stati in pratica lasciati soli.

Se la pandemia sembrava aver dato nuova linfa a politiche comuni europee, l’invasione russa dell’Ucraina e la crisi energetica, invece, hanno fatto emergere differenti risposte di politiche estera ed economica dei principali partner del continente. Strategie diverse e spesso divergenti, che potrebbero portare a una sorta di nazionalismo economico, in cui i vari paesi Ue, per risolvere i loro problemi, agiscono in maniera autonoma, tramite accordi bilaterali con stati extra europei. A questo riguardo ha suscitato grande scalpore il viaggio lampo di Scholz da Xi Jinping insieme agli amministratori delegati di alcune delle principali aziende tedesche, come Basf, Volkswagen, Deutsche Bank e BioNTech. Il cancelliere, primo governante occidentale dall’inizio della pandemia a incontrare di persona l’omologo cinese, ha consolidato così i rapporti commerciali, già molto floridi, tra Berlino e Pechino.

La Cina, infatti, è il primo partner commerciale della Germania, con oltre 250 miliardi di euro di interscambio annuo. Alcune aziende automobilistiche, come Bmw e Mercedes, vendono oltre il 30% delle loro vetture sul mercato cinese. Si può intuire allora la premura di Scholz nell’incontrare Xi, che ha dichiarato di auspicare che le relazioni Cina-Ue non siano prese di mira o controllate da terzi, con chiara allusione alle intromissioni degli Stati Uniti. Washington, come ovvio, non ha affatto gradito questo incontro, né tantomeno la vendita alla cinese Cosco del 25% dei terminal del porto di Amburgo.

La Germania, con questi aiuti a cittadini e imprese, ha voluto mettere al riparo la sua economia, fortemente dipendente dal gas russo e dall’export cinese. Il governo Scholz, inoltre, per colmare le lacune della Bundeswehr, l’esercito tedesco, si è dotato di caccia F-35 americani, rinunciando al progetto di sviluppo di un caccia europeo con la Francia. Berlino ha acquistato anche sistemi di difesa da Israele e dagli Usa, invece di quelli italo-francesi già disponibili. Per di più, l’idea tedesca di allargamento della Ue verso Est non piace alla Francia, perché porrebbe Berlino sempre più al centro geopolitico e strategico dell’Unione, emarginando Parigi.

Questo unilateralismo tedesco sta mettendo in crisi l’asse ventennale Parigi-Berlino e per la prima volta dal 2003 è stato rinviato il Consiglio dei ministri congiunto tra i due paesi. Lo stesso presidente Macron ha rimarcato, nel Consiglio Ue di metà ottobre, che “una Germania isolata non fa bene all’Europa”.

Il presidente francese, da parte sua, ha rilanciato l’idea della Comunità politica europea (Cpe) allargata a 44 paesi, una comunità che aggreghi vari paesi indipendentemente dall’appartenenza alle istituzioni comunitarie. Obiettivo della Cpe sarebbe quello di promuovere relazioni bilaterali intergovernative, per depotenziare la dimensione sovranazionale della Ue a favore della sovranità dei singoli stati.

Così il governo transalpino cerca di rispondere alla crisi di legittimità del progetto europeo e allo stesso tempo tornare protagonista nello scacchiere politico-economico del continente. In questa direzione va la decisione di stoppare lo sviluppo del gasdotto MidCat, che avrebbe dovuto trasportare gnl (gas naturale liquefatto) dai rigassificatori spagnoli alla Germania, passando per il suolo francese. La Francia, infatti, non vuole diventare un semplice paese di transito, ma vendere direttamente alla Germania il proprio gnl o l’energia prodotta delle sue centrali nucleari.

Interessi e visioni strategiche francesi sembrano in contrasto, oltre che con Berlino, anche con l’Italia. Esempio lampante è la diatriba con Meloni sui migranti, a neanche un anno dal Trattato del Quirinale siglato da Draghi e Macron, che avrebbe dovuto invece suggellare una collaborazione tra i due paesi su economia, sicurezza e affari esteri. La premier italiana ha dimostrato, fin dai primi incontri internazionali, come la difesa della “nazione” – parola pronunciata 11 volte nel primo discorso alla Camera – corrisponda alla difesa degli interessi economici e geopolitici italiani.

Al G20 di Bali, nel bilaterale con Xi Jinping, Meloni ha trattato per aumentare le esportazioni italiane in Cina e per una rinfrancata cooperazione economica tra i due paesi. Inoltre, ha rafforzato le intese per nuove forniture energetiche con vari stati africani, già portate avanti dal precedente esecutivo. In sede europea ha lottato per un tetto al prezzo del gas e per il disallineamento tra quest’ultimo e il prezzo dell’energia elettrica.

Da questi fatti si evince che a un nazionalismo politico, più noto e dibattuto, si sta affiancando un nazionalismo economico, inteso come perseguimento degli interessi economici, strategici e geopolitici delle singole nazioni, che trascende i colori e le appartenenze politiche dei governi protagonisti. L’economista turco Dan Rodrik teorizzava, provocatoriamente, come fosse impossibile conciliare democrazia, sovranità nazionale e integrazione (globalizzazione) economica, e come si sarebbe dovuto rinunciare a una delle tre per perseguire le altre due. Un ‘trilemma’ economico quanto mai attuale.  

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