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Business 20 Dicembre, 2019 @ 12:15

Quanto guadagnano i top manager più pagati d’Italia

di Forbes.it

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(Shutterstock)

Quanto guadagna un amministratore delegato di una quotata in Italia? A rispondere a questa domanda è un’indagine dell’Area Studi di Mediobanca sulle Caratteristiche dei board delle società con sede in Italia quotate al segmento MTA relativamente ai compensi percepiti nel 2018.

Il compenso medio totale annuale di un amministratore delegato sfiora gli 850mila euro (849.300) in calo del 10,8% sul 2017 (952.400 euro) quando però era cresciuto del 14,5% sul 2016 (831.700 euro). Il massimo compenso registrato per un a.d. è pari a quasi 6 milioni di euro (5.986.000). Se si escludono compensi per inizio carica e buonuscita, l’a.d. percepisce in media 355.300 euro fino a un massimo 2,5 milioni (2.503.000).

Il presidente di una quotata invece percepisce in media 458.200 euro (7 milioni massimo), un consigliere poco più di 77 mila euro (massimo 2.026.000 euro).

Lo studio di Mediobanca osserva come il compenso di un amministratore delegato sia mediamente pari a 14,4 volte il costo del lavoro nell’azienda presso la quale ricopre la carica. Moltiplicatore che sale a 24,4 volte nelle società che hanno capitalizzazione superiore al miliardo fino a un massimo pari a 114,2 volte.

Nella graduatoria per rapporto tra compenso del soggetto con carica e costo del lavoro in azienda segue il presidente del CdA il cui compenso è in media pari a 8,5 volte il costo del lavoro (92,7 volte il massimo).

Il report dell’Area Studi di Mediobanca non fa nomi ma, come osservato dal Sole 24 Ore, questi nomi sono pubblici in quanto contenuti nelle Relazioni sulla remunerazione e in altri documenti di bilancio. Da ciò risulta che l’a.d. più pagato con 5,986 milioni lordi è Philippe Donnet di Generali, mentre tra i presidenti è Massimo Della Porta di Saes Getters con 7,006 milioni.

La ricerca, tuttavia, oltre a non comprendere i compensi per inizio carica e buonuscite, non tiene in considerazione nemmeno il cumulo di cariche (e dunque di stipendi) ed esclude le società che hanno trasferito la sede legale all’estero (per esempio Fca, Ferrari, Cnh Industrial, Exor) o che si sono quotate all’estero (per esempio Prada e Luxottica dopo fusione con Essilor).

Ecco la top ten dei più pagati secondo il “pay watch” del Sole (pubblicato il 31 marzo 2019): primo è Carlo Cimbri, ad e dg Unipol, con 7,917 milioni lordi nel 2018; secondo Giovanni Tamburi, presidente e ad Tip, con 7,7 milioni; terzo Della Porta. Seguono Remo Ruffini, presidente e ad di Moncler (6,515 milioni), quarto e quinto Claudio Descalzi, presidente è ad Eni (6,456 milioni). Sesto è Donnet. Chiudono le utltime quattro posizioni Pierroberto Folgiero, ad e dg di Maire Tecnimont (5,952 milioni), Giovanni Castellucci, ex ad e dg Atlantia (5,688 milioni), Carlo Messina, ad e dg Intesa Sanpaolo (5,658 milioni), Pietro Salini, ad Salini Impregilo (5,608 milioni).

Business 8 Novembre, 2019 @ 8:03

La partita per la nuova Mediobanca è iniziata. Quanto somiglierà alla vecchia?

di Ugo Bertone

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Il banchiere Enrico Cuccia, a lungo al vertice di Mediobanca e personificazione degli anni in cui l’istituto ha rappresentato il Salotto buono dell’imprenditoria italiana (Imagoeconomica)

Addio salotto buono. Addio galassia del Nord. Addio ai Cuccia boys, gli eredi della lezione di Raffaele Mattioli e di don Enrico, “padrone dei padroni” che manovrava Piazza Affari come un abilissimo burattinaio. Per carità, sono storie di un tempo ormai remoto. Ma agli occhi di una generazione (anche di giornalisti) il sipario di un’epoca gloriosa è sceso solo ieri quando, dopo 73 anni, si è interrotta la liaison tra Mediobanca e Unicredit, che non ha esitato a mettere in vendita il suo 8,4% nell’istituto considerato alla stregua di partecipazione “non strategica”. Un vero terremoto, anche dal punto di vista simbolico, destinato a rimescolare gli equilibri della scena finanziaria italiana. E non solo. In particolare:

Unicredit +5,96% ha preso il volo, non tanto per la plusvalenza (modesta) incassata con l’operazione o per gli ottimi risultati della trimestrale. A dare la carica al titolo è la prospettiva di un buy back destinato agli azionisti, un ottimo sistema per sostenere il titolo nella prospettiva di un possibile merger internazionale. Il clima è assai più disponibile: il ministro delle Finanze tedesco apre a regole comuni per le banche dell’Eurozona, le autorità di Francoforte chiedono “più coraggio” agli istituti per creare banche più grandi. Unicredit, che si accinge a dar vita ”a una holding internazionale che sarà basata in Italia” sta mettendo le basi per un merger tra pesi massimi.

LEGGI ANCHE: “Cambia il più ricco d’Italia: Del Vecchio scavalca Ferrero”

E Mediobanca? Leonardo Del Vecchio è destinato a contare sempre di più. Mister occhiali ha acquisito il 2,5% di piazzetta Cucci in occasione della vendita di Unicredit, ovvero la quota massima che, già forte del 7,5% poteva rilevare senza varcare la soglia del 10%, oltre cui non può andare salvo l’esplicita autorizzazione della Bce già investita della richiesta. In realtà Del Vecchio, forte di una quota del 4% abbondante anche in Generali, dovrà fare i conti in Mediobanca con i soci del “patto leggero”   di consultazione che controlla il 12% circa dell’istituto e che ha già garantito il sostegno ad Alberto Nagel. A differenza di quanto ha fatto Del Vecchio, che contesta alla gestione di Nagel di essersi limitata a sfruttare il traino delle due partecipazioni più redditizie: Compass e le Generali. Al contrario, Del Vecchio vuole un’effettiva banca d’affari capace di operare in Italia e non solo. Direzione in cui Nagel si è mosso, vuoi a Londra che con l’alleanza francese con Bernard Maris e Alain Minc (advisor per conto di Fca nell’operazione con Peugeot). Ma ci vuole senz’altro di più.

La soluzione ideale potrebbe essere un merger con un gruppo dell’asset allocation, uno dei segmenti in cui l’Italia può contare su campioni eccellenti. Di qui un’idea che sta prendendo piede: un merger tra Mediobanca e Mediolanum, già alleata a suo tempo con piazzetta Cuccia in Esperia mentre Ennio Doris figura tra i partner più fedeli della banca. Andrà così? Oppure Del Vecchio punta ad una soluzione diversa? E che farà Vincent Bolloré, il terzo socio della banca? L’unica cosa certa è che ormai il treno è partito. Vedremo quale sarà la stazione d’arrivo.

Business 11 Ottobre, 2019 @ 3:50

Perché la finanza italiana è tornata a ruotare attorno a Mediobanca

di Ugo Bertone

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ritratto di leonardo del vecchio
Leonardo Del Vecchio, presidente di Luxottica

Si narra che le disavventure di Giovanni Perissinotto in quel di Generali siano cominciate quando la compagnia del Leone mise gli occhi su un grande investimento immobiliare alla Defence, il centro direzionale parigino, soffiando un buon affare alla Foncière des Regions, la società controllata da Leonardo Del Vecchio destinata poi a fondersi con Beni Stabili. Un vero e proprio sgarbo al re degli occhiali che è tra l’altro uno dei soci più importanti di Generali. Uno sgarbo costato caro al numero uno del Leone del tempo. Qualche mese dopo Del Vecchio insorse contro la gestione Perissinotto: “In cinque anni il titolo – dichiarò in un’intervista –  ha perso i due terzi del suo valore. Dal primo gennaio è sotto del 12%, a confronto Allianz è sopra del 14%, in un anno il titolo ha perso il 34%. Dividendo quasi azzerato. Quello che mi dà fastidio è che i fondamentali sono buoni, l’attività assicurativa funziona. Ma voler fare i finanzieri è quello che rovina tutto”. E sotto le bordate di Del Vecchio la poltrona del manager cominciò a scottare.

Cambiamo palcoscenico: nello scorso luglio, archiviata con la sconfitta di Humanitas e Policlinico San Donato, sembrava tornata la pace attorno allo Ieo, l’istituto fondato da Umberto Veronesi. Ma, al contrario, si scatenò un conflitto ancor più aspro tra i Big della finanza italiana. Da una parte Mediobanca (forte del 25,73%) del capitale spalleggiata da alcuni partner forti, tra cui Mediolanum ed Unipol, per una quota vicina al 50%. Dall’altra la Fondazione Leonardo Del Vecchio che si era fatto avanti attraverso il suo braccio destro Francesco Milleri (che siede in cda), proponendo la donazione di 500 milioni per sostenere un progetto di sviluppo, immobiliare e sanitario, mai formalmente presentato in cda ed alla fine ritirato per l’opposizione degli altri soci. Ma non di Unicredit, che aveva ceduto le sue quote alla Fondazione di Del Vecchio, contabilizzando una perdita di 39 milioni.

Secondo i bene informati è questa una delle chiavi di lettura per capire le ragioni dell’offensiva che Leonardo Del Vecchio, forte, per ora, del 7% circa del capitale, intende lanciare contro la gestione dell’istituto di piazzetta Cuccia dicendo, in vista dell’assemblea di “aspettarsi un nuovo piano industriale che non basi i risultati di Mediobanca solo su Generali e Compass, ma progetti un futuro da banca di investimenti”. Intanto, per valutare  gli umori del mercato, Del Vecchio avrebbe sollecitato un pre-sondaggio presso gli azionisti da parte del proxy advisor Georgeson e fatto i primi passi informali per verificare la disponibilità delle autorità comunitarie a dare l’assenso all’aumento della quota di Delfin oltre il 10%.  Un’eventuale scalata si profila comunque molto difficile, vista la forza di Nagel, confortata peraltro dai risultati. Ma Del Vecchio potrebbe contare sull’appoggio di Unicredit, che potrebbe smobilizzare la sua quota  ritenendolo un investimento finanziario e non strategico, a maggior ragione dopo aver proposto un patto forte e la rimozione della previsione statutaria di scegliere l’ad tra i dirigenti con oltre tre anni di anzianità. E lo stesso vale per Bolloré, che ha mano libera una volta uscito dal patto.

Il patron di Essilor/Luxottica si è preparato del resto per un lungo assedio, mica per un blitz. “Siamo un azionista di lungo periodo e daremo il nostro sostegno per accelerare la creazione di valore a vantaggio di tutti gli stakeholder” ha voluto dichiarare Del Vecchio. Questo attraverso una strategia da banca di investimenti, emancipata dalla stretta dipendenza dalle Generali, che non sembra combaciare con le linee del business plan che Nagel presenterà il 12 novembre in cui non dovrebbe più figurare la previsione di cedere il 3% della compagnia nell’arco del triennio. La partita, insomma, è appena iniziata.

Business 4 Giugno, 2019 @ 9:55

Lorenza Pigozzi, rischi ed impatto sulla governance delle imprese

di Forbes.it

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la sala del cda di una grande azienda
(Getty Images)

Nell’epoca della rivoluzione digitale, della moltiplicazione e velocizzazione dei media, e in un contesto di instabilità geopolitica crescente, il presidio operativo del rischio assume per le imprese una centralità inedita. Proprio perché si tratta di questioni che hanno un impatto sull’immagine e sulla reputazione dell’azienda, nonché sulla responsabilità del management, una delle funzioni aziendali che più deve dotarsi di adeguati strumenti e processi di mitigazione del rischio è la comunicazione.

Il perché lo ha spiegato bene Lorenza Pigozzi, la persona che per prima è stata investita del compito di “comunicare” Mediobanca e che da allora ha impresso alla comunicazione dell’Istituto fondato da Enrico Cuccia una parabola di sviluppo coerente con la trasformazione del business di Piazzetta Cuccia. Oggi Lorenza Pigozzi è direttore comunicazione del gruppo Mediobanca e in anni turbolenti per la finanza globale e per il sistema bancario italiano in particolare, sulla gestione del rischio reputazionale ha accumulato una solida esperienza.

La reputazione, dell’azienda e del management, è l’asset che può essere maggiormente colpito in caso di crisi e perciò è anche il primo che dobbiamo proteggere”, ha spiegato intervenendo al convegno Cineas tenutosi il 9 aprile presso il Politecnico di Milano. Come organizzare una reazione efficace in termini mediatici di fronte a un evento che può aggredire seriamente l’immagine dell’azienda?

Un brand con una solida reputazione”, ha aggiunto, “avrà una maggiore esposizione ma anche meno difficoltà nella fase di recovery”. Ecco perché bisogna “prepararsi” alla crisi anzitutto lavorando sulla reputazione, con la consapevolezza che si tratta di un asset intangibile di valore rilevante che può rivelarsi improvvisamente fragile se non lo si è “consolidato” in precedenza. Lorenza Pigozzi ha dunque riassunto in quattro fasi l’intervento in caso di crisi passando per il racconto di due case history di buona e cattiva gestione della crisi.

Anzitutto va prevista, in termini di analisi dei rischi ai quali l’azienda è sottoposta e dei segnali premonitori che devono essere colti per tempo. In secondo luogo occorre avere gli “attrezzi pronti”: comitato di crisi, formazione interna, un piano e una sorta di “manuale”, cioè istruzioni su risorse disponibili e obiettivi. Terzo: si passa all’azione utilizzando gli strumenti ed evitando alcuni errori comuni come dichiarazioni che alimentano la crisi e deprimono la credibilità, cercare di ripararsi dietro no-comment; lasciare l’intervento a terzi. “Siamo noi la fonte più autorevole ed esauriente di informazioni ed è l’unico vero vantaggio “competitivo” che abbiamo, in particolare se sostenuto dalla reputazione”, ha sottolineato Pigozzi. Infine non bisogna trascurare la gestione dei “postumi” della crisi, cioè l’analisi degli eventuali danni: il direttore comunicazione di Mediobanca ha paragonato l’azienda a un’auto da corsa, che “non deve scendere in pista senza avere la certezza di poter reggere la competizione perché in caso contrario si rischia l’effetto indesiderato di amplificare la crisi invece di stopparla”.

Un capitolo particolare la responsabile della comunicazione della banca d’affari milanese l’ha dedicato ai social: “sono un acceleratore disintermediato delle notizie”, e così funzionano in caso di crisi. Perciò bisogna prepararsi anzitutto “ascoltandoli” e reagendo in modo che per certi versi può essere definito contro intuitivo: “Per la creazione di strategie efficaci è opportuno utilizzare i media tradizionali”. Ciò non significa bypassare i social, ma affidare i messaggi più strutturati all’ambiente che, di per sé, è più strutturato.