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SpaceEconomy 3 Luglio, 2019 @ 5:00

Luca Parmitano, l’astronauta siciliano sulle orme di Armstrong

di Emilio Cozzi

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Luca Parmitano durante l’addestramento al Johnson Space Center di Houstin lo scorso marzo.

Articolo tratto dal numero di luglio 2019 di Forbes Italia. Abbonati. 

A Luca Parmitano i record non interessano. Eppure l’astronauta catanese dell’Agenzia spaziale europea (Esa) ne vanterebbe una lista lunga così: dalla prima attività extraveicolare mai effettuata da un italiano – nel 2013, quando alla seconda uscita rischiò di annegare per un’avaria alla tuta – all’essere il primo comandante azzurro (il terzo europeo) della Stazione spaziale internazionale (Iss), l’avamposto orbitante che per la seconda volta raggiungerà il prossimo 20 luglio. Esatto, a 50 anni da quel piccolo passo, gigantesco per l’umanità, con cui Neil Armstrong toccò il suolo lunare. Per primo. Oppure, per dirla in modo che interesserebbe di più a Parmitano, per aprire una strada diretta oltre: Beyond, come il nome della sua prossima missione.

20 luglio: qualche emozione in più?
Sembrerà strano, ma è una coincidenza: è la meccanica orbitale a determinare le date di lancio. La finestra per quella della mia missione, Beyond, andava dal 6 al 24 luglio. In base all’orbita della Iss e a come la approcceremo, il 20 è la data migliore per partire. Certo, con i colleghi americani la leggiamo come un buon auspicio. Peraltro la nostra patch, la toppa della missione, ha più di un elemento che ricorda quella dell’Apollo 11 e amando le simmetrie mi sembra il proverbiale cerchio che si chiude.

Luca Parmitano tornerà nello spazio il prossimo 20 luglio.

Rimarrete in orbita sei mesi. Quanti e quali sono gli esperimenti che farete?
Sono fra i 250 e i 300, trenta europei del tutto nuovi e sei italiani; ne parlo volentieri, visto che sono esperimenti commissionati attraverso l’Agenzia spaziale italiana (Asi) dalle nostre università.
Due hanno a che fare con la fisiologia: il primo, Acoustic Diagnostics, riguarda le misurazioni dell’apparato interno dell’orecchio. Guidata dall’università di Tor Vergata di Roma con il supporto del Campus Bio-Medico e di Altec, la sperimentazione valuterà eventuali danni del sistema uditivo confrontando i risultati di numerosi test audiologici effettuati prima e dopo la missione. Nutriss, invece, indagherà come il cibo, che in orbita è modificato, interagisca con un organismo che va adattandosi a un ambiente estremo. L’esperimento, dell’Università di Trieste in collaborazione con Kayser Italia, proverà a far luce sulla fisiopatologia dei cambiamenti nella composizione corporea durante il volo spaziale a lungo termine, quando il cibo sarà uno dei fattori principali dei nostri viaggi.

Beyond, appunto, oltre…
Esatto, e ci tornerò a breve. Prima vorrei citare gli esperimenti con una valenza prevalentemente scientifica: uno, con una grossa partecipazione italiana – tanto che uno dei suoi principal investigator è Roberto Battiston, ex presidente dell’Asi – è l’Ams, o Alpha magnetic spectrometer, un cacciatore di antimateria e materia oscura che dopo sei anni di lavoro ininterrotto accusa un degrado dovuto all’invecchiamento. È l’esperimento di astrofisica più importante al mondo. Parte della mia missione consisterà in una serie di interventi manutentivi per migliorare l’hardware dello strumento. È un’operazione non prevista in origine e complessa da effettuare durante un’attività extraveicolare (Eva, le cosiddette “passeggiate spaziali”, ndr). Ne faremo altri, ma mi piace sottolineare questi esperimenti perché contengono molta Italia e molto Uomo, con tutta la sua ingenuità e il suo intelletto.

Avrete anche un’intelligenza artificiale a bordo, Cimon.
Sia chiaro, è un esperimento, niente a che fare con la fantascienza: verificheremo se e come siamo in grado di interagire con un’intelligenza sintetica e, viceversa, se lei sia capace di rapportarsi con un astronauta non solo ascoltando e comprendendo le sue parole, ma anche decifrandone lo stato d’animo attraverso la scansione del viso.

Luca Parmitano durante l’addestramento al Johnson Center Space di Houston lo scorso marzo.

È possibile stimare la ricaduta economica di questi esperimenti?
È sempre difficile e, me lo si permetta, anche ingiusto dare un valore aprioristico alla ricerca. Posso solo dire che se si considerano tutti i suoi ambiti, comprese le telecomunicazioni, lo spazio restituisce il 700% degli investimenti iniziali. Riferendoci alle sole missioni umane, siamo comunque in grado di confermare che lo spazio raddoppia il capitale investito.

La vostra missione prevede cinque attività extraveicolari, alcune fra le più complesse mai effettuate. Ne farà qualcuna?
L’unica cosa certa nello spazio è che tutto può cambiare. In più, da buon siciliano, mi piace mettere le mani avanti. Ciò premesso, tutte e cinque le Eva previste saranno dedicate all’Ams e per questo non hanno un precedente. C’è un equipaggio addestrato per queste operazioni, di cui faccio parte con Andrew Morgan. Sono poi possibili altre uscite per sostituire alcune batterie, ma niente, appunto, è sicuro. In queste altre Eva, come comandante, è più probabile dia supporto ai colleghi.

Il nome della missione e molti degli esperimenti evocano un oltre la frontiera: Beyond.
Tutte le missioni sulla Iss hanno come obbiettivo quello di gettare le basi per andare avanti. La stazione non è un punto di arrivo della nostra ricerca, ma di partenza. La tecnologia sviluppata fin qui e la scienza che abbiamo studiato confermano che abbiamo ancora molto da capire.

Cioè?
Basti pensare che esiste già un programma per tornare sulla Luna e per farlo in modo diverso, più collaborativo a livello internazionale, rispetto a quanto fatto da Armstrong 50 anni fa. Si prevedono una permanenza più lunga e l’esplorazione di aree mai raggiunte. Oggi pavimentiamo la strada delle generazioni che verranno.

Non crede che gli astronauti siano il simbolo di una tensione allo sconfinamento, ma anche costretti a un addestramento rigoroso, quasi una gabbia?
Al contrario: tutto quello che facciamo è per liberarci. Una gabbia è un confine. Creiamo limiti, come i muri, perché vogliamo proteggerci. Ma ogni attività, da quella fisica a un pensiero sempre fuori dalla nostra area di confort, è per superare i nostri limiti. La gabbia più grossa di tutte è la paura. La conoscenza è il suo opposto: la chiave per uscirne.

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