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Tecnologia 23 Agosto, 2019 @ 8:32

Chi è l’unica italiana ad aver lavorato in tre startup miliardarie

di Giovanni Iozzia

Staff

Direttore di EconomyUp ed esperto di economia digitale.Leggi di più dell'autore
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pallone a forma di unicorno
(Ann Suckov, Getty Images)

Articolo tratto dal numero di agosto 2019 di Forbes Italia. Abbonati.

“Sono l’unica italiana ad aver lavorato in tre unicorni”. Mentre lo dice, a Elena Lavezzi brillano gli occhi e come non capirla? A 32 anni ha già attraversato un buon pezzo dell’innovazione internazionale: Uber, Circle e adesso Revolut. Ecco gli unicorni: startup ad alto impatto sul mercato in cui operano e con ritmi di crescita impressionanti, oltre che con valutazioni miliardarie. Sono rari e quindi vengono chiamati come la leggendaria creatura. Dall’app di San Francisco, che in dieci anni ha cambiato l’idea stessa di taxi, alla società irlandese, ma con sede a Boston, che ha messo a punto una piattaforma finanziaria basata sulla blockchain valutata più di 3 miliardi sei anni dopo la fondazione, fino alla neobank da smartphone nata a Londra nel 2015 e già con 5 milioni di clienti in tutto il mondo.

“Un progetto davvero disruptive”, dice Elena a cui tocca adesso, come head of Southern Europe, guidare da Milano lo sviluppo di Revolut in Italia e in altri sette Paesi: Spagna, Portogallo, Grecia, Malta, Cipro, Croazia e Slovenia. Che cos’è Revolut? “Una technology company che offre servizi finanziari”, risponde. “Una piattaforma globale, veloce e completa”. “One banking in one world”, dice lo slogan della startup fondata da due ex bancari, diciamo così, della City di origini russe. Quattro anni dopo ha raccolto quasi 350 milioni di dollari, con una valutazione di 1,7 miliardi.

Si apre il conto sullo smartphone, si attiva la carta di credito e si possono inviare o ricevere soldi in 29 valute. E non finisce qui: entro il 2019 Revolut permetterà di fare trading sulla Borsa americana e di investire in criptovalute; farà credito (diventerà quindi una vera banca…) e lancerà una carta di credito con le emoji per i bambini a partire da sette anni. Una fintech senza confini con l’ambizione di “democratizzare i servizi bancari”: è già uscita dai confini europei, sbarcando in Australia ed è pronta per Singapore, Giappone e Stati Uniti. Nel 2020 sono in programma Hong Kong, Brasile e Russia.

Elena Lavezzi è ora a capo del Southern Europe di Revolut. Guida da Milano lo sviluppo della startup in Italia e in altri sette Paesi: Spagna, Portogallo, Grecia, Malta, Cipro, Croazia e Slovenia.

“La nostra vision è che l’accesso ai servizi bancari non deve essere un privilegio ma un diritto di tutti, in tutto il mondo”. E non è ancora così. Chi la conosce da tempo, dice che Elena mostra lo stesso entusiasmo che mostrava quando parlava di Uber o Circle. E c’è un motivo, che lei spiega così: “In questi anni ho imparato che, per adattarsi a un mondo che cambia alla velocita della luce, c’è solo un modo: essere molto motivati. In qualche modo devi sentire la missione”. Come si arriva a Revolut? “Ho applicato poco di quello che ho studiato”, dice spesso agli amici

Elena e la sua storia dovrebbe essere di ispirazione per tanti giovani alla ricerca di un ruolo in questo mondo che cambia. Va bene la triennale in Bocconi, che non guasta mai. Poi però ci ha aggiunto un anno di lavoro a NewYork, un master in marketing nella storica business school Escp di Parigi, quindi un anno di campus a Londra. Se non altro, a quel punto l’inglese è a posto. E dopo? Uno stage si trova sempre, ma non sempre è la via migliore. Elena ne ha fatti cinque in grandi aziende e dopo ha deciso di puntare sulle startup. “Torno Milano e comincio a lavorare per Ploonge. È stata la mia fortuna”, racconta oggi con il senno di poi. “Mentre ero lì, ho sentito che Uber stava per arrivare in Italia. Ho mandato subito il curriculum, mi hanno richiamato dopo due ore, un paio di colloqui via Skype e dopo una settimana ero assunta”. Esce da Uber come direttore marketing, fa un rapido passaggio in Tinaba, l’app con una banca dentro, giusto per respirare un po’ di fintech, e quindi il salto internazionale con Circle, dove in un anno passa dall’Italia al ruolo di director go-to-market retail Europe, con sede a Londra.

Confessa che ha avuto molte offerte e diverse tentazioni. E che alla fine ha accettato Revolut non solo per poter tornare a Milano… “È la chiusura del cerchio”, dice con soddisfazione. “Uber è the most growing tech company, la società tecnologica con una crescita straordinaria; Circle il fintech; Revolut la combinazione delle due”. Ma ad Elena non basta. Ha aderito con convinzione al progetto Unicef Next Generation (vedi box) e coltiva un sogno che rivela sottovoce perché ancora indefinito: portare in Italia i grandi investitori internazionali di venture capital. “Welcome to the giungle”, come canta il suo rapper preferito Jay-Z. Ma si tratta della giungla digitale.

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