Da impresa agricola familiare a multinazionale: la storia dell’azienda reggiana che i figli hanno comprato da genitori e zii

Matteo Storchi Comer Industries
Matteo Storchi, presidente e amministratore delegato di Comer Industries (foto Comer Industries)
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All’origine di questa storia c’è lo stesso desiderio che da secoli ispira le innovazioni agricole: Pietro Storchi era un contadino reggiano che sognava di faticare un po’ meno. I suoi tre figli trasformarono quella aspirazione in un’impresa. A Reggiolo, il paese natale di Carlo Ancelotti, diedero vita nel 1970 a Co.Me.R. – Costruzioni Meccaniche Riduttori, azienda che fabbricava trasmissioni per le macchine agricole. Oggi Co.Me.R. è diventata Comer Industries, società quotata alla Borsa di Milano, con un fatturato di 396,2 milioni di euro nel 2020 e oltre 1.300 dipendenti. A guidarla, dal 2017, è la seconda generazione della famiglia, dopo una transizione che Matteo Storchi, presidente e amministratore delegato, definisce “frizzante”. Perché invece di ereditare l’azienda, i figli l’hanno comprata da genitori e zii. Nei mesi scorsi, varie testate hanno raccontato i rapporti interni alla famiglia in termini che andavano da “forti attriti” fino alla “guerra degli Storchi”.

“Di solito, la generazione precedente passa il testimone alla successiva. In questo caso io e i miei cugini ce lo siamo preso”, riassume l’ad. “Volevamo prendere il controllo dell’azienda al momento giusto. Anche perché, soprattutto in Italia, se si aspetta che chi è venuto prima si faccia da parte, si arriva alla guida di un’azienda quando sarebbe già ora di andare in pensione”.

Che cos’è Comer Industries

Comer Industries si definisce, tramite il suo sito ufficiale, “il principale player globale nella progettazione e produzione di sistemi avanzati di ingegneria e soluzioni di meccatronica per la trasmissione di potenza”. “A costo di banalizzare un po’, si può dire che sia come una grande ferramenta”, semplifica Storchi. “Realizziamo componenti meccanici che finiscono in macchine per la produzione di cibo, per la costruzione di case e strade e per gli impianti energetici: mietitrebbie, trattori, aratri, falciatrici, escavatori, ruspe e generatori eolici”.

Partita come piccola realtà familiare, l’azienda si è espansa all’estero a partire dal 1985. Conta oggi cinque sedi in Italia e sette sparse tra Gran Bretagna, Germania, Cina, Stati Uniti, India e Brasile. “In un mondo globale, è necessario pensare su scala globale”, afferma Storchi. “La grande opportunità futura per il nostro business, del resto, risiede in un fenomeno planetario: la crescita demografica”. La popolazione mondiale è oggi di 7,8 miliardi di persone. Secondo un rapporto delle Nazioni unite, dovrebbe arrivare a 9,7 miliardi nel 2050 e raggiungere un picco di quasi 11 miliardi entro la fine del secolo. “Quell’incremento demografico, per la maggior parte, non avverrà in Italia o in Europa, ma in Asia, Africa, America Latina. Essere presenti in quelle aree, perciò, sarà fondamentale”.

Da piccola azienda agricola a gruppo internazionale

“Di recente, in azienda abbiamo tenuto alcuni incontri sulla parola ‘trust’, fiducia”, racconta Storchi. “Nelle conversazioni e negli scambi di mail, usiamo termini di cui diamo per scontato il significato. Eppure le varie traduzioni di quei vocaboli possono contenere sfumature di significato molto diverse. Le conversazioni interne al nostro gruppo coinvolgono persone di madrelingua italiana, russa, portoghese, cinese, inglese, tedesca: si rischiano equivoci con conseguenze molto serie”. Per un’azienda nata come realtà agricola familiare, simili problemi di comunicazione sono tra i mille ostacoli del processo di internazionalizzazione. “La mia prima esperienza in Comer Industries è stata in Cina”, ricorda l’amministratore delegato. “È stato un passaggio cruciale: assorbire costumi e abitudini diversi, senza disperdere gli elementi caratteristici di ogni cultura, è fondamentale per un imprenditore”.

Oggi l’export incide per l’89% sul fatturato, che nel 2020 ha accusato l’impatto della pandemia e ha registrato una flessione di 8 milioni rispetto al 2019. L’azienda assicura tuttavia di non avere rivisto i piani di investimento per i prossimi anni, ma di averli soltanto posticipati. Da un lato, spiega Storchi, la dimensione internazionale dell’azienda ha complicato la gestione della pandemia: in varie fasi, le riaperture in alcune aree sono coincise con chiusure in altre. Dall’altro, però, “è proprio in situazioni di emergenza che la dimensione aiuta. In Italia vige il culto del ‘piccolo è bello’. Il piccolo, però, non solo perde opportunità, ma è anche più fragile nei momenti difficili”.

La dimensione – e quindi i mezzi per investire in ricerca e sviluppo – si presenta come uno dei requisiti per crescere in un settore che sta per essere rivoluzionato da sviluppi come l’elettrificazione, la guida autonoma e la digitalizzazione. “La differenza, però, la farà sempre l’individuo. Penso ai big data: tutti avranno a disposizione moli gigantesche di dati. A distinguersi sarà il singolo che riuscirà a leggere, in quella massa, qualcosa che gli altri non vedono”.

Comer Industries diventa SpA

Anche per uscire dalla logica del ‘piccolo è bello’, nel 2019 Comer Industries si è quotata alla Borsa di Milano. La capitalizzazione di mercato, aggiornata al 28 aprile, è di 363,3 milioni di euro. “Le aziende familiari sono spesso auto-referenziali”, spiega Storchi. “Quando si apre il capitale, ci si trova a interagire con persone esterne, che entrano nell’organizzazione e ti dicono che cosa pensano, che ti piaccia o meno”.

Al tempo stesso, Storchi fa risalire alle origini rurali dell’azienda l’attenzione alla sostenibilità. Nel 2020, Comer Industries ha pubblicato il bilancio di sostenibilità, in cui dà conto dei propri progetti a livello nazionale e internazionale. Nello stesso anno, in occasione del suo cinquantesimo anniversario, ha inaugurato a Bangalore, in India, Vidya Home, una struttura che offre vitto, alloggio e tutela a ragazze del posto, per permettere loro di completare gli studi universitari. Tra il 2019 e il 2020, l’azienda ha ridotto le emissioni del 9%, pari a 906 tonnellate di CO2 equivalenti. In Italia, lo stabilimento di Matera è diventato il primo del gruppo a essere alimentato solo da energie rinnovabili. “Le iniziative di cui vado più fiero, però, sono quelle che incidono sul quotidiano, sulle piccole cose”, spiega Storchi. “Penso, per esempio, a quella con cui abbiamo bandito la plastica dalla nostra attività. La sostenibilità non è un’azione o un insieme di azioni, ma deve essere un modo di fare impresa”.