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16 marzo 2026

L’Etna, la pietra e il ritorno: la ‘rinascita’ di Tenuta Ballasanti

La storia di una famiglia che ha scelto di investire in Sicilia portando con sé il rigore dei processi industriali e la libertà dell’arte
L’Etna, la pietra e il ritorno: la ‘rinascita’ di Tenuta Ballasanti

Luca Sessa
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Luca Sessa

C’è un momento preciso in cui la carriera in una multinazionale smette di essere l’unico orizzonte possibile e il richiamo della terra diventa un’urgenza. Per Manuela Seminara quel richiamo ha il colore nero della pietra lavica e il profumo delle vigne di suo nonno, dove da piccola imparava che “si ha ciò che si da”. Oggi, Tenuta Ballasanti non è solo una cantina sull’Etna, è il racconto di una famiglia che ha scelto di investire in Sicilia portando con sé il rigore dei processi industriali e la libertà dell’arte. Insieme al marito Fabio, fisico e manager, Manuela ha trasformato 12 ettari di terreno tra i versanti est e nord-est del vulcano in un laboratorio di bellezza sostenibile.

Un’impresa di famiglia e di archetipi

Il progetto, iniziato concretamente nel 2013, poggia su fondamenta solide: la precisione e il controllo qualità appresi in anni di gestione aziendale, applicati a un contesto dove, paradossalmente “non puoi controllare nulla”. L’Etna è un vulcano indomabile, un elemento naturale che regala mineralità ma che impone una viticoltura eroica e meditativa. In questo scenario, i figli (Simone, Davide, Gaia e Lorenzo) non sono solo spettatori, ma i destinatari di un’eredità che devono ancora finire di scrivere. Ogni vino della tenuta è dedicato a uno di loro, caricandosi di un valore simbolico che va oltre il calice. C’è il Nerello Mascalese dedicato a Lorenzo, il più giovane: un vino “intrepido e scalpitante”, che guarda al futuro senza dimenticare le radici nel vigneto di Ballasanti, a 400 metri di quota. C’è il Rosato di Piedimonte, equilibrio tra mare e montagna, pensato per Davide e Simone. E l’Etna Bianco dedicato a Gaia: fresco, tagliente e minerale come la sua personalità dirompente.

Il vino come mezzo, non come fine

Manuela non cerca la perfezione formale, cerca l’autenticità. “Il vino è un mezzo per conoscersi”, spiega. Questa filosofia si riflette nella scelta di produrre circa 30.000 bottiglie, una quantità volutamente contenuta per garantire una crescita consapevole e sostenibile. Il cuore della produzione è il Donna Manuela (Etna Bianco DOC), un vino complesso, elegante, che riposa un anno in acciaio e due in bottiglia. Rappresenta la consapevolezza di una donna che ha saputo unire mondi diversi. Ma è in Donna Mara che si celebra l’essenza stessa del vulcano e della Sicilia matriarcale. L’Etna, per Manuela, è donna: una figura che sa essere giovane e sconvolgente o matura e saggia, capace di trovare la forza di ripartire anche dopo le tragedie.

Oltre la vigna: il Parco d’Arte

La vera cifra distintiva di Tenuta Ballasanti è l’integrazione tra agricoltura e cultura. Grazie all’intuizione di Gaia e alla collaborazione con la critica d’arte Francesca Alfano Miglietti, la tenuta ospita un Parco d’Arte dove gli artisti lavorano materiali locali per creare opere che dialogano con il territorio. Non è un’aggiunta estetica, ma anche un modo per “ridare gli occhi al nonno non vedente”, portando bellezza e condivisione in un luogo che è sempre stato gioia e riunione familiare.

Tecnologia e Rinascimento Culturale

Se Fabio apporta la sua visione tecnologica per ottimizzare l’agricoltura, il team tecnico composto dall’enologo Luca Caramellino e dall’agronomo Salvo Giuffrida lavora per rispettare l’identità del vitigno senza forzature. I tre vigneti della proprietà (Ballasanti, Piedimonte e un terzo appezzamento nel Parco dell’Etna) “si parleranno” presto attraverso un percorso di ospitalità che aprirà tra giugno e luglio. Quello pensato e voluto da Manuela può esser definito un “Rinascimento culturale” personale e collettivo. In una terra che ama e odia, ha trovato il modo di esprimere la propria creatività all’interno di una progettualità familiare. Tenuta Ballasanti è il risultato di questa tensione: tra la precisione dei processi e l’imprevedibilità del vulcano, tra il nero della pietra lavica che assorbe tutto e la luce abbagliante del giorno siciliano. Un progetto dove il successo si misura nella capacità di restare autentici mentre si trasforma la pietra in emozione.

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