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26 maggio 2026

Borse record ed economia reale in crisi: perché i mercati salgono nonostante i rischi

Wall Street e Piazza Affari toccano vette storiche mentre il petrolio a 109 dollari e la crisi nel Golfo Persico minacciano la crescita
Borse record ed economia reale in crisi: perché i mercati salgono nonostante i rischi

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Alberto Bruschini
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Alberto Bruschini

Le borse dei principali mercati finanziari mondiali stanno raggiungendo livelli record. A Wall Street lo S&P 500 ha superato la soglia dei 7.500 punti. La Borsa di Milano ha toccato, dopo 26 anni, i 50 mila punti. Il Dax tedesco si mantiene su livelli molto elevati. Mentre le borse di Cina, Giappone e Gran Bretagna registrano crescite in linea con il rialzo generalizzato degli asset finanziari globali.

Tutto questo accade mentre la crisi del Golfo Persico resta avvolta nell’incertezza, senza che si riesca a comprendere come e quando potrà concludersi. Il prezzo del petrolio si attesta sui 109 dollari al barile, mentre quello del gas naturale oscilla intorno ai 52-53 euro/mwh.

Prezzi elevati di petrolio e gas significano inflazione più alta, consumi più deboli, tassi di interesse crescenti e la prospettiva di un lungo periodo di stagflazione destinato a sconvolgere gli equilibri economici mondiali, con effetti devastanti sui conti pubblici di tutti i Paesi, soprattutto di quelli maggiormente indebitati.

Dai mercati all’economia reale

Oggi, diversamente dal recente passato, assistiamo a una profonda divaricazione tra l’andamento dei mercati finanziari globali e quello dell’economia reale. Per qualsiasi cittadino è difficile comprendere la ragione dello straordinario scintillio delle borse mondiali, mentre le prospettive dell’economia reale sembrano peggiorare sotto il peso del rischio geopolitico legato alla crisi dello stretto di Hormuz e all’imprevedibilità del presidente Trump, tanto per gli Stati Uniti quanto per il resto del mondo.

Molti economisti spiegano questa apparente anomalia osservando che i mercati finanziari guardano soprattutto alla quantità di moneta e all’enorme massa di credito che circola nel sistema globale. Imprenditori e lavoratori, invece, continuano a ragionare in termini reali: crescita dell’economia, salari reali, consumi reali.

Questa profonda differenza tra l’andamento del mondo finanziario e quello dell’economia reale deriva dal consolidamento dell’egemonia della finanza globale rispetto alla produzione e al lavoro che sostengono l’economia reale.

Gli investimenti

La crescente separatezza tra capitalismo finanziario e capitalismo industriale sta determinando una forte concentrazione di potere nel mercato finanziario statunitense, dominato dai tre grandi fondi americani: Vanguard, BlackRock e State Street.

Gli investimenti effettuati da questi fondi nelle società americane, detenute direttamente o indirettamente, stanno gonfiando il valore delle azioni delle cosiddette Big Tech ben oltre i profitti reali che tali aziende potranno effettivamente conseguire in termini di fatturato e utili.

Grazie alla loro forza finanziaria, questi fondi sono oggi in grado di orientare i comportamenti della finanza mondiale, sostenendo quella “distruzione creatrice” che accompagnerà la profonda trasformazione del sistema economico globale prodotta dall’intelligenza artificiale, dai sistemi digitali e dalle nuove tecnologie produttive.

La dissociazione tra capitale finanziario e capitale industriale è il risultato di un processo iniziato negli Stati Uniti all’inizio degli anni Ottanta, quando venne eliminata la separazione tra banca commerciale e banca d’investimento introdotta dopo la grande crisi del 1929. Da allora la finanza ha trovato nella trasformazione dell’economia globale il terreno ideale su cui esercitare una vera e propria egemonia, spesso indipendente dai risultati di lungo periodo e sempre più orientata all’immediatezza del profitto, in netta dissonanza con la visione propria del capitale industriale.

Le conseguenze

La domanda che sorge spontanea da questa dissociazione tra finanza ed economia reale riguarda le conseguenze che potrebbero derivarne in un momento come quello attuale, caratterizzato dal rischio di una crisi prolungata dell’economia reale e da una grande trasformazione legata all’applicazione dell’intelligenza artificiale e dell’innovazione digitale nei processi produttivi.

Una situazione analoga, seppur per motivi profondamente diversi, si verificò prima del crack finanziario del 1929, quando la borsa di New York conobbe una crescita esponenziale dei valori azionari del Dow Jones, del tutto scollegata dagli utili reali che le società oggetto della speculazione finanziaria avrebbero potuto conseguire.

Ne seguì una crisi economica e sociale drammatica, dalla quale gli Stati Uniti riuscirono a uscire grazie alle politiche keynesiane del New Deal del 1934 e al ripristino della separazione tra attività bancaria commerciale e attività finanziaria di investimento.

Sappiamo bene che la storia non si ripete mai nello stesso modo. Tuttavia, è importante tenere presente che la separazione tra finanza ed economia reale difficilmente può produrre effetti positivi in una fase storica come quella attuale, segnata dalla rottura degli equilibri geopolitici mondiali.

L’attualità

I venti di guerra che investono aree strategiche del pianeta, come il Medio Oriente, fondamentali per la produzione delle principali fonti energetiche — petrolio e gas — indispensabili a sostenere i processi di sviluppo legati all’intelligenza artificiale e alle nuove tecnologie, potrebbero provocare alta inflazione, recessione economica e disoccupazione, facendo esplodere la bolla speculativa delle borse e determinando un’immane distruzione di ricchezza reale con conseguenze devastanti.

La situazione che si prospetta davanti al mondo, attraversato da una grande trasformazione economica, richiede da un lato la cessazione di ogni minaccia di guerra e, dall’altro, il superamento della frattura tra il mondo della finanza e quello dell’economia reale.

Il benessere, per essere realmente condiviso dai popoli, non può essere effimero né fondato sulla sola speculazione finanziaria. Deve invece poggiare sulla capacità del settore produttivo e agricolo di rafforzare le proprie attività in funzione di una crescita reale e duratura dell’economia.

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