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Business 5 Dicembre, 2019 @ 10:09

E se più capitalismo (non meno) fosse la soluzione al cambiamento climatico?

di Tommaso Carboni

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Foto di Artur Lysyuk da Unsplash

È vero: la distanza tra dove dovremmo essere e la realtà dei fatti è enorme. Questa settimana si tiene a Madrid la 25esima conferenza sul clima delle Nazioni Unite, e lo stato delle cose è effettivamente desolante. Le emissioni di anidride carbonica (CO2) e altri gas serra, invece di diminuire, continuano ad aumentare. Di questo passo, ci informa l’ultimo rapporto dell’Unep (l’agenzia per l’ambiente dell’Onu), si va verso una crescita della temperatura media sulla Terra pari a 3,2 gradi Celsius entro la fine del secolo. Con effetti sul clima probabilmente disastrosi. L’obiettivo, fissato quattro anni fa a Parigi, sempre durante una conferenza Onu sul clima, è invece contenere l’aumento ben al di sotto di 2 gradi Celsius.

Per restare sotto un grado e mezzo, a questo punto uno scenario idilliaco, c’è bisogno di tagli draconiani. Nella prossima decade la produzione di gas serra dovrebbe calare del 7,6 per cento ogni anno. I paesi del G20, ossia le economie più avanzate al mondo, sono responsabili del 78% di tutte le emissioni gas serra, e ce ne sono quindici tra loro che ancora non si sono impegnati ad un piano preciso di zero emissioni nette.

È giusto quindi pretendere di più, fanno bene Greta Thunberg e altre migliaia di ragazzi a scendere in strada e protestare. Ed è anche molto comprensibile che parecchi commentatori spingano per un drastico cambiamento di sistema economico. Parla chiaro il titolo del bestseller di Naomi Klein, punto di riferimento della sinistra ambientalista: “This changes everything: Capitalism vs. the Climate”. O di questo articolo di Phil McDuff uscito sul Guardian titolato: “Ending climate change requires ending capitalism”. In sostanza l’intero nostro modello risulterebbe incompatibile con l’ambiente, perché basato su un assurdo: pretendere crescita infinita in un pianeta di risorse finite. Va ribaltato. McDuff ci domanda: “Abbiamo abbastanza fegato per farlo?”.

Uno scienziato con un cognome curiosamente simile pensa che in realtà non ce ne sia bisogno. Andrew McAfee, che dirige una squadra di ricerca al MIT, ha appena dato alle stampa un libro (“More from Less: The Surprising Story of How We Learned to Prosper Using Fewer Resources―and What Happens Next”) decisamente ottimista sul futuro dell’umanità – o almeno per chi vive in paesi già ricchi e ben amministrati. La sua osservazione più sorprendente riguarda l’economia degli Stati Uniti. Negli ultimi due decenni, il tenore di vita materiale degli americani ha continuato a crescere. Ma questo è successo, e qui starebbe la sorpresa, consumando meno risorse fisiche, come acqua, metalli e materiali da costruzione.

McAfee scrive: “Abbiamo imparato a trattare con più gentilezza il nostro pianeta. Anno dopo anno negli Stati Uniti inquiniamo meno l’aria e l’acqua, e produciamo meno gas serra, e vediamo che stanno tornando molti animali prima quasi spariti. Contemporaneamente la popolazione e l’economia americane crescono. Questo significa che l’America ha superato il suo picco nello sfruttamento della Terra. La situazione è simile in molti altri paesi ricchi, e persino i paesi in via di sviluppo come la Cina si stanno prendendo cura del pianeta in modo notevole”. Bombardati come siamo da notizie sull’imminente catastrofe climatica, pare un’allucinazione: il professore sta forse delirando?

In realtà dice cose piuttosto ovvie. Per rendersene conto basta andare sul sito dell’agenzia federale americana di protezione ambientale. Tra il 1980 e il 2018, mentre l’economia degli Stati Uniti cresceva del 175%, il traffico sulle strade del 111, il consumo di energia del 30 e la popolazione del 44%, le emissioni totali dei sei principali inquinanti atmosferici sono diminuite del 68 percento. La produzione di CO2, uno dei primi gas serra, è aumentata complessivamente del 12%, ma dal 2005, come si evince da questo grafico, si sta abbassando. Non è una bizzarria. Gli Stati Uniti piuttosto confermano la curva ambientale di Kuznets (economista americano premio Nobel nel 1971). Secondo questa teoria, che va ricordato è oggetto di molte critiche, il rapporto tra inquinamento e crescita economica può essere descritto da un modello a forma di U. All’inizio la crescita economica danneggia l’ambiente, ma dopo un po’ rende le cose più pulite. Un rallentamento o addirittura un’interruzione della crescita finirebbero solo per ritardare i progressi nella cura ambientale. A quanto pare è successo così anche in Repubblica Ceca.

Negli Stati Uniti le prime regole per controllare gas nocivi furono emanate da Chicago e Cincinnati nel 1881. Seguirono tante altre città, e alla fine sono state adottate regole federali. Manca ancora la “carbon tax”, ossia una tassa sulle emissioni di anidride carbonica. Proprio di questo strumento si sta discutendo alla conferenza sul clima di Madrid. A livello globale questa tassa copre il 15% delle emissioni ed è presente in 50 paesi (anche la Cina non ce l’ha). Non esiste però un accordo su quanto debba pagare chi inquina. In Svezia una tonnellata di CO2 “costa” 127 dollari, il prezzo più alto al mondo. Ma nella maggior parte paesi è di meno di 25 dollari a tonnellata. Secondo gli esperti per centrare gli obiettivi di Parigi la tassa dovrebbe oscillare tra i 40 e gli 80 dollari. Finora solo l’1% delle emissioni è coperto da un importo del genere. “La scienza ci dice che il nostro futuro è radicale”, afferma Naomi Klein. Ma forse basterà una tassa a salvare il mondo.

Trending 4 Ottobre, 2019 @ 10:31

Clima: viva gli scioperi, ma l’industria petrolifera potrebbe avere altri piani

di Forbes.it

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greta thunberg
Greta Thunberg (Shutterstock)

di Tommaso Carboni

Quanto conta essere tutti d’accordo sulle cause del riscaldamento globale? Tra gli scienziati il consenso è praticamente unanime. Esaminando più di 50mila articoli accademici pubblicati tra il 1991 e il 2015, nel 99,94% dei casi gli autori hanno attribuito la colpa ai combustibili fossili. Cioè al nostro modello produttivo. Il ventesimo secolo non ha avuto eguali nella storia dell’umanità. La popolazione mondiale è raddoppiata due volte, il reddito più di quattro e le emissioni di anidride carbonica causate dalle nostre attività sono cresciute di conseguenza. Secondo alcuni studi, oggi sono circa 150 volte più alte che all’inizio della seconda rivoluzione industriale.

In parte, la sfida del ventunesimo secolo sarà proprio una gigantesca (e auspicabilmente rapida) inversione a U: rimpiazzare tutto ciò che brucia gas, carbone, petrolio, e farlo riuscendo comunque ad espandere l’economia per soddisfare i bisogni di una popolazione che continua a crescere. Il consenso politico, almeno a parole, si sta formando. A New York, la scorsa settimana, durante l’assemblea generale delle nazioni unite, 66 paesi, 93 aziende e oltre 100 città hanno promesso di raggiungere zero emissioni nette di CO2 entro il 2050. In linea quindi con gli accordi sul clima di Parigi. L’obiettivo è mantenere la temperatura globale “ben al di sotto” di 2 gradi sopra il livello preindustriale. Per far questo, altri 59 paesi hanno detto che sveleranno il prossimo anno piani per tagli più radicali.

È mancato però l’impegno dei tre maggiori responsabili di CO2 al mondo, Stati Uniti, Cina e India, che non hanno fissato l’obiettivo di zero emissioni nette entro il 2050. Bisogna accelerare quindi. L’attivista Greta Thunberg e altri sei milioni di persone scese in piazza in tutto il mondo negli scorsi weekend ce lo hanno ricordato. Ma niente illustra meglio la discrepanza tra fatti e parole, tra le ragioni (almeno nel breve periodo) del profitto, della stabilità economica e politica e quelle della tutela dell’ambiente, di un altro incontro avvenuto sempre a New York, a poche strade dal palazzo di Vetro dell’Onu, quasi in contemporanea al discorso dell’attivista svedese.

In una sala della Morgan Library, come ha scritto il Financial Times, i dirigenti di 13 delle maggiori compagnie petrolifere si sono ritrovati a parlare del futuro del loro settore. ExxonMobil, Chevron, BP, Saudi Aramco, Total, Royal Dutch Shell erano tutte presenti e hanno tutte detto di essere partner nella lotta al cambiamento climatico (tra l’altro, molte di loro hanno anche approvato gli accordi di Parigi). Finora, secondo una ricerca di CDP, l’ong che monitora l’impatto ambientale delle grandi corporation, il 71% delle emissioni di gas serra tra il 1988 e il 2015 è derivato dai combustibili fossili venduti dalle 100 principali società d’energia. Le tredici major presenti al summit hanno promesso di limitare le emissioni di metano e di sostenere la ricerca di nuove tecnologie, come la cattura e lo stoccaggio di anidride carbonica e altri gas serra. Aggiungendo, però, che continueranno a finanziare nuovi progetti di estrazione.

La brutale verità è che la domanda globale di petrolio e gas, almeno secondo le previsioni del settore, è destinata a crescere del 13% entro il 2030, e tutte le grandi società petrolifere espanderanno la loro produzione. Continuano a spendere in rinnovabili, ma la loro quota sul totale degli investimenti è in calo. Nel 2025, secondo un’indagine dell’Economist, ExxonMobil prevede di pompare il 25% in più di gas e petrolio rispetto al 2017. Non è una questione di amministratori delegati diabolicamente avidi. Al momento, il ritorno finanziario del petrolio è più alto di quello delle rinnovabili. E da quegli utili, per esempio, dipendono anche gli investimenti di milioni di pensionati e altri piccoli risparmiatori. Come azionisti hanno il diritto di pretendere dai manager il massimo dei profitti. Delle 20 società che pagano i dividendi più alti in Europa e America, quattro sono major petrolifere.

È difficile che le cose cambino se profitti e domanda restano così forti. Ciò potrebbe accadere se le emissioni di anidride carbonica venissero sottoposte a regole più stringenti; per esempio, la “carbon tax”, presente in diversi paesi europei, manca completamente a livello federale negli Stati Uniti. Un’indagine citata dall’Economist e diffusa da Principles for Responsible Investment (PRI), una rete internazionale che investe in economia sostenibile, si aspetta un cambio di passo a partire dal 2025. Il report parla di modifiche dei regolamenti sul clima “improvvise e dirompenti”, quando i leader politici si accorgeranno dell’urgenza della crisi ambientale. Se davvero il mondo provasse a dimezzare le emissioni nette di CO2 entro il 2030, il think-tank Carbon Tracker calcola che andrebbe in fumo (letteralmente) più della metà dei soldi che oggi le grandi compagnie energetiche vogliono spendere in nuovi campi petroliferi. Le implicazioni per la geopolitica sarebbero enormi.

In Medio Oriente il petrolio fa metà del Pil dell’Arabia Saudita, che è anche il più grande esportatore al mondo. Dopo l’aggressione alle sue piattaforme estrattive (missili arrivati dall’Iran a detta di Stati Uniti, Germania, Inghilterra e Francia), la cosa più sorprendente è la rapidità con cui ha ripristinato la produzione. In poco più di una settimana, riporta il Financial Times, la macchina è tornata praticamente a regime. Otto milioni di barili, invece dei nove e mezzo di prima dell’attacco. È bastato questo per calmare i mercati: a 62 dollari al barile, il prezzo è rientrato alla normalità.

Insomma, il petrolio continua a scorrere (d’altronde l’80% dell’energia globale dipende da combustibili fossili) e la temperatura media della Terra a salire. Le conseguenze? Gli scienziati parlano di eventi climatici sempre più estremi. Siccità, incendi, uragani. Ma anche eccezionali ondate di freddo: negli Usa, come è successo quest’anno, inverni così gelidi che a Chicago la temperatura potrà scendere più in basso di alcune zone di Marte.

Gli americani ormai sembrano rendersene conto: il 59%, secondo un sondaggio del Pew Research Center, è convinto che il cambiamento climatico rappresenti una “grossa minaccia”. I democratici (84%) ci credono di più, e infatti i loro candidati alle presidenziali – da Biden a Elizabeth Warren e Bernie Sanders – hanno tutti un piano per abbattere le emissioni. Molto scettici i repubblicani, con appena il 17% che considera il clima un problema reale. C’è però un’enorme differenza generazionale. Per quasi il 60% dei millennial conservatori il deterioramento ambientale esiste e va arginato. Bisogna aspettare che i giovani diano la linea al partito. Ma forse sarà troppo tardi per riparare i danni.

Business 20 Settembre, 2019 @ 4:11

Amazon sarà carbon neutral entro il 2040

di Forbes.it

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Amazon lancia due brand di mobili per la casa in Italia: Movian e Alkove
Il fondatore di Amazon, Jeff Bezos.

Per Amazon l’impegno climatico è una faccenda seria. Il colosso di Jeff Bezos ha unito infatti le sue forze con Global Optimism per presentare The Climate Pledge, un impegno concreto a raggiungere i risultati dell’Accordo di Parigi con 10 anni di anticipo. Impegno che colloca Amazon come la prima azienda firmataria di questo paper.

Nel dettaglio, The Climate Pledge impegna i firmatari a ridurre le emissioni nette di carbonio delle loro attività entro il 2040, un decennio in anticipo rispetto all’obiettivo del 2050 previsto dall’Accordo di Parigi. Le aziende che aderiranno si impegnano quindi a misurare e comunicare le proprie emissioni di gas serra su base regolare, implementare strategie di eliminazione delle emissioni di carbonio in linea con l’Accordo di Parigi attraverso innovazioni nel business che includono energie rinnovabili, riduzione dell’utilizzo di materie e altre strategie di eliminazione delle emissioni di carbonio e infine neutralizzare eventuali emissioni rimanenti con compensazioni aggiuntive, quantificabili, reali, permanenti e socialmente vantaggiose per ottenere emissioni annue nette pari a zero entro il 2040.

“Abbiamo smesso di stare nel gregge su questo tema: abbiamo deciso di utilizzare le nostre dimensioni e scala per fare la differenza,” ha dichiarato Bezos, ceo e fondatore della società di Seattle. “Se un’azienda con infrastruttura fisica come quella di Amazon, che consegna più di 10 miliardi di prodotti all’anno, può raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi 10 anni in anticipo, allora qualsiasi azienda può farlo. Le grandi aziende che firmeranno The Climate Pledge manderanno il segnale importante al mercato intero che è arrivato il momento per tutti di investire nei prodotti e servizi che i firmatari necessiteranno per tener fede ai loro impegni”.

Di recente, Amazon ha investito anche in Rivian, produttore di veicoli elettrici a zero-emissioni con sede a Plymouth (Michigan) e uno stabilimento di produzione a Normal (Illinois). L’investimento, pari a un valore di 440 milioni di dollari, accelererà la produzione di veicoli elettrici fondamentali per ridurre le emissioni nel segmento dei trasporti. Ma non è tutto perché Amazon prevede di avere 10mila nuovi veicoli elettrici sulla strada già nel 2022 e tutti i 100mila veicoli sulla strada entro il 2030, risparmiando 4 milioni di tonnellate di carbonio all’anno entro il 2030.

Innovazione 21 Maggio, 2019 @ 1:40

Da Stanford una soluzione profittevole nella lotta al cambiamento climatico

di Simona Politini

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Cambiamento climatico: come combattere il riscaldamento globale

Ripulire l’aria generando reddito, è questa la proposta di Stanford pubblicata su Nature Sustainability; una proposta che potrebbe lasciare di primo acchito perplessi visto che, secondo i ricercatori, per invertire il cambiamento climatico si potrebbe convertire il gas metano in anidride carbonica, un gas serra meno impattante sul riscaldamento globale.

Convertire il metano in CO2 per contrastare il riscaldamento globale

L’idea di rilasciare intenzionalmente anidride carbonica nell’atmosfera può sembrare sorprendente, ma gli autori sostengono che scambiare il metano con l’anidride carbonica rappresenterebbe un significativo beneficio per il clima. Sebbene la quantità di anidride carbonica nell’atmosfera sia molto maggiore, infatti, il metanoè 84 volte più potente in termini di riscaldamento  nei primi 20 anni dopo il suo rilascio.

Lotta al cambiamento climatico: Stanford dichiara guerra al metano

Nel 2018, il metano – circa il 60% del quale è generato da esseri umani e animali – ha raggiunto concentrazioni atmosferiche due volte e mezzo superiori ai livelli preindustriali. Secondo i ricercatori, le concentrazioni di metano potrebbero essere ripristinate a livelli preindustriali rimuovendo circa 3,2 miliardi di tonnellate di gas dall’atmosfera e convertendole in una quantità di anidride carbonica equivalente a pochi mesi di emissioni industriali globali. Se avesse successo, l’approccio eliminerebbe circa un sesto di tutte le cause del riscaldamento globale fino ad oggi.

Tuttavia il metano è difficile da catturare dall’aria perché la sua concentrazione è molto bassa. Gli autori dello studio suggeriscono l’utilizzo della zeolite, un materiale cristallino costituito principalmente da alluminio, silicio e ossigeno, che potrebbe agire essenzialmente come una spugna per assorbire il metano. Il processo di pulizia dell’aria dal metano potrebbe avvenire all’interno di un gigantesco congegno con elettroventilatori che convogliano l’aria attraverso reattori pieni di zeoliti in polvere o pellettizzati e altri catalizzatori. Il metano intrappolato potrebbe quindi essere riscaldato per e rilasciare biossido di carbonio.

Se perfezionata, questa tecnologia potrebbe riportare l’atmosfera alle concentrazioni preindustriali di metano e altri gas“, ha affermato l’autore principale dello studio Rob Jackson.

Cambiamenti climatici, soluzioni innovative e redditizie: la proposta di Stanford

L’idea di Stanford per combattere il cambiamento climatico avrebbe anche un risvolto redditizio. Secondo i ricercatori ogni tonnellata di metano rimosso dall’atmosfera potrebbe valere più di $ 12.000. Una matrice zeolitica delle dimensioni di un campo di calcio potrebbe generare quindi milioni di dollari l’anno rimuovendo il metano dall’aria.

In linea di principio, i ricercatori sostengono che l’approccio di convertire un gas serra più dannoso in uno meno potente potrebbe applicarsi anche ad altri gas serra.