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SpaceEconomy 29 maggio, 2019 @ 9:01

Cosa fa lo spazzino del cosmo

di Emilio Cozzi

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Giornalista e autore classe 1974, scrive di tecnologia, videogiochi, esport e cultura videoludica per Forbes, Il Sole 24 Ore e Wired. Editorialista di Red Bull Games, ama lo spazio o qualsiasi cosa lo solchi. Lui lo attraversa, ogni notte, in realtà virtuale. Per questo motivo per Forbes cura anche la sezione SpaceEconomy. chiudi
Luca Rossettini, ceo e co-fondatore di D-Orbit

Articolo tratto dal numero di maggio 2019 di Forbes Italia. Abbonati.

Nel 1978, quando lavorava al Johnson Space Center di Houston, l’astrofisico della Nasa, Donald J. Kessler, ipotizzò lo scenario che oggi porta il suo nome: secondo la ‘sindrome di Kessler’, la densità dei detriti attorno alla Terra, dovuta all’aumento progressivo delle attività spaziali, sarebbe diventata così alta da impedire a intere generazioni anche solo il lancio di sonde e satelliti.

Via dalle ipotesi, lo scorso gennaio lo Space Debris Office dell’Agenzia spaziale europea (Esa) ha stimato che i 5.450 razzi lanciati dal 1957, l’anno del primo Sputnik, hanno seminato attorno al nostro pianeta 128 milioni di oggetti più piccoli di un centimetro, 900mila detriti fino a 10 centimetri e 34mila space debris più grossi. È una massa complessiva di 8.400 tonnellate, qualcosa più della Tour Eiffel, che si muove fino a 40mila chilometri l’ora. Un pericolo – presente quel che succede a Sandra Bullock in Gravity? -, ma anche un’opportunità di business inedita.

“Logistica e waste management sono frutto della nuova economia spaziale”, spiega Luca Rossettini, vicentino classe ’75, ceo e fondatore di D-Orbit, azienda comasca con un fatturato di 4 milioni di euro nel 2018 (1,7 l’anno prima), che fra le sue competenze vanta la rimozione della spazzatura spaziale.
“Il fenomeno new space”, dice, “è un mercato emergente e in forte crescita, composto da aziende supportate da finanziamenti privati. Queste imprese puntano a erogare servizi innovativi a terra usando migliaia di satelliti di nuova generazione, molto più economici di quelli precedenti, ma più piccoli e meno durevoli. È uno sviluppo esponenziale, che genera i settori in cui operiamo noi”.

Fondata nel 2011 e con sede a Fino Mornasco, vicino al lago di Como, D-Orbit è un fornitore di prodotti e servizi per il settore spaziale capaci di coprire l’intero ciclo di una missione, dalla progettazione e dallo sviluppo della piattaforma satellitare fino, appunto, allo smaltimento della space junk. “Nello spazio al servizio dello spazio, diciamo della nostra attività”, continua Rossettini, “è il primo passo verso una più completa offerta di servizi di in-orbit servicing e rimozione attiva di detriti: gli operatori satellitari di grandi costellazioni, il trasporto e il rilascio intelligente dei satelliti, l’in-orbit servicing e la rimozione dei detriti spaziali guideranno le attività commerciali dei prossimi anni”. È lo scenario tipico della nuova economia cosmica: “Lo spazio”, sottolinea il fondatore di D-Orbit, “è un ambito tradizionalmente presidiato da agenzie nazionali, giganti industriali e decine di appaltatori secondari che hanno dominato i primi 60 anni di attività. Oggi alcuni attori da poco entrati nel settore provano ad applicare i principi della Silicon Valley. Invece di usare, ad esempio, un singolo satellite enorme e costoso per fornire un servizio, provano a coordinare le operazioni di decine di mini e micro satelliti, ottenendo risultati in linea con le richieste del mercato a una frazione del costo”.

È una sfida, quella dell’innovazione, cui D-Orbit risponde con InOrbit Now, un servizio di lancio e rilascio di satelliti miniaturizzati, che offre alle aziende la possibilità di trasportare i payload (il carico utile, cioè gli oggetti che intendono movimentare ndr) in una posizione orbitale precisa e in poche settimane, “anticipando di diversi mesi l’entrata sul mercato”. Oppure, per quanto riguarda lo smaltimento dei detriti spaziali, con il D-Orbit Decommissioning Device (o D3), un motore intelligente specializzato nell’esecuzione rapida e sicura in manovre di rimozione a fine vita.

“Il nostro obiettivo per il futuro è diventare la prima azienda di trasporto orbitale al mondo, dotata della capacità di muovere satelliti da un’orbita all’altra, di eseguire operazioni di riparazione e rifornimento di veicoli in orbita, e di rimuovere i satelliti a fine missione”.

È un progetto ambizioso e, come tale, con qualche azzardo, come dimostra il segno meno davanti ai bilanci dei primi anni di D-Orbit, che nel 2015 accumulava una perdita di 1,2 milioni. “Per creare una tecnologia che fosse una piattaforma”, spiega Rossettini, “è stato necessario ricorrere a investimenti in capitale di rischio. Grazie a coloro che hanno creduto nella nostra azienda dal primo giorno, oggi possiamo rispondere alle richieste del mercato; questo ci ha permesso di avere una crescita di più del 200% dal 2017 al 2018, che riteniamo di poter mantenere anche quest’anno: a fine febbraio 2019 avevamo già chiuso contratti per un valore superiore ai ricavi del 2018”.

Le parole e i conti di Rossettini testimoniano due novità sostanziali del settore, che potrebbero riconfigurarne equilibri e protagonisti nei prossimi anni: la progressiva estensione dell’accesso allo spazio e la necessità di un coordinamento delle attività extra atmosferiche. “Oggi lo spazio è un po’ come il Far West: le regole ci sono, ma la loro applicazione è blanda e non esiste controllo dopo il lancio di un satellite. È un po’ come nei film di Sergio Leone, in cui lo sceriffo raccomanda a un pistolero che ha appena ucciso qualcuno di non farlo più. Vedo però un trend positivo, stimolato dal mercato: aziende che dichiaravano di non essere interessate al rispetto di regolamenti più stringenti che le obbligassero, per esempio, a rimuovere con rapidità i propri satelliti a fine vita, oggi sanno che lasciare rifiuti nelle orbite operative ha un impatto commerciale diretto per il business. Quindi corrono ai ripari, adottano sistemi che rimuovono i satelliti anche quando smettano di funzionare, oppure installano maniglie per facilitarne la cattura. Le aziende, in collaborazione con le istituzioni, possono aiutare a creare nuove regole che permettano uno sviluppo sostenibile del settore spaziale”. Un futuro in cui la sindrome di Kessler dovrà essere evitata. Nello spazio al servizio dello spazio.

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