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SpaceEconomy 8 Aprile, 2020 @ 11:58

Picosats, la startup italiana che punta a lasciare il segno nel cosmo

di Emilio Cozzi

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articolo tratto dal numero di marzo di Forbes Italia

“Ho lavorato alla missione in cui John Glenn, il primo americano a orbitare attorno alla Terra nel 1962, tornò a 77 anni nello spazio. Con lui, a bordo dello Space Shuttle, c’era anche un po’ di Trieste”. In poche parole, e forse senza accorgersene tant’è spontanea, Anna Gregorio racconta tutta se stessa: l’adorazione per lo spazio – “non ricordo quando me ne innamorai, ma era prima delle elementari” -, la sua attività da fisica sperimentale – “ho sempre avuto a che fare con strumenti e laboratori”- e il suo legame con l’Università di Trieste, dov’è docente al dipartimento di Fisica da quando decise che dopo il suo impiego al Cern, negli anni da ricercatrice, era ora di tornare alla sua città e alla sua prima passione: l’astrofisica – “merito di una vicina, Margherita Hack, che da bambina guardavo con ammirazione uscire di casa per andare all’Osservatorio”. Quello che non traspare dalle parole di Gregorio è la sua attività più recente: l’imprenditoria spaziale. Spin-off dell’Università di Trieste, la sua Picosats raduna l’esperienza della sua general director e dei suoi soci (che comprendono alcuni ex dipendenti, dal 2019 ammessi alla compagine sociale) per rispondere alle sfide della new space economy.

“Tutto è iniziato”, racconta Gregorio, “quando lavoravo al progetto Planck, una importante missione dell’Agenzia spaziale europea dedicata allo studio della radiazione primordiale generata subito dopo il Big Bang. In quel periodo tenevo anche il laboratorio di astrofisica spaziale, insegnando proprio cosa siano i satelliti: l’idea di cominciare a produrne uno di piccole dimensioni in collaborazione con l’università è nata lì”. Il risultato è Radiosat, un ricetrasmettitore miniaturizzato ad alte frequenze (banda Ka). Per i non esperti, un oggetto ad alte prestazioni e dai costi contenuti, quasi il manifesto dell’ultimo trend del settore, quello dei satelliti di piccola taglia. “Ai tempi, una decina di anni fa”, continua Gregorio, “mi occupavo di sviluppare uno strumento didattico, per insegnare ai miei studenti di Fisica e Ingegneria come realizzare un satellite. Durante il suo sviluppo, grazie a un accordo con l’ateneo, abbiamo cominciato a pensare a uno spin-off, con l’idea di andare sul mercato anche per finanziarci. Ci siamo concentrati su un sistema di telecomunicazioni di nuova generazione, in grado di operare ad alte frequenze e quindi garantire un’alta velocità di trasferimento dati. Qualcosa che, per i microsatelliti, equivale allo stesso salto esistente fra un modem a 56k e l’Adsl”. Detto altrimenti, un guanto di sfida alla concorrenza: “Il primo plus di Radiosat è la sua velocità di trasmissione, cinque volte più alta dei prodotti sul mercato. A questo si aggiunge la modularità: il ricetrasmettitore è progettato per essere adattabile alle esigenze dei clienti”. Un’idea che sta dimostrandosi vincente: in poco più di quattro anni dalla sua costituzione, Picosats ha collezionato premi e finanziamenti ottenendo, nel 2017, 500mila euro dall’Esa, un Italian master startup award nel 2018 e, pochi mesi fa, l’Unicredit launch pad nord-est. “Quest’anno cominceremo a vendere Radiosat. Dopo la consegna del prototipo all’Esa, puntiamo al lancio fra agosto e settembre, quindi cominceremo ad acquisire i primi contratti. Stiamo discutendo con l’Agenzia spaziale italiana e quella europea i prossimi sviluppi. Non ci fermeremo a Radiosat; nel 2021 prevediamo un fatturato di circa 700mila euro”. Le telecomunicazioni costituiscono uno degli ambiti applicativi più importanti per Radiosat, anche se Gregorio è convinta che le possibilità siano più ampie: “per motivi climatici e sociali, oggi è cruciale osservare la Terra e i suoi cambiamenti in maniera accurata e continua. In quest’ottica Radiosat è ideale: ci sono già satelliti scientifici e commerciali in grado di garantire le stesse funzioni, ma a prezzi molto più alti”.

BRICSAT

Il bello è che lungi da una strategia esclusivamente commerciale, l’approccio di Picosats traduce una filosofia nuova dello spazio: “Credo che la new space economy consista più nel guardare la Terra in maniera diversa, nel provare a gestirla in modo più solidale e attento. Abbiamo sfruttato il nostro pianeta al massimo e adesso cerchiamo di andare nello spazio: bisogna farlo, ma con la testa più sulle spalle. Proviamo ad aiutare la Terra con lo spazio”. Saggio, se non fosse inevitabile notare come un’azienda che cavalca il trend della miniaturizzazione satellitare alimenti l’inquinamento in orbita bassa, i cosiddetti space debris, uno dei problemi di prossima urgenza oltre l’atmosfera. “Sono più drastica”, risponde Gregorio, “abbiamo già un problema di inquinamento orbitale e dobbiamo risolverlo. Ma sono fiduciosa, credo riusciremo a farlo in modo sensato. Per quanto ci riguarda, abbiamo anche un altro prodotto sviluppato con l’Università di Trieste: è una struttura satellitare realizzata con un polimero biocompatibile, ha una temperatura di fusione tale da causarne lo scioglimento al rientro in atmosfera e senza produrre residui dannosi. Insomma, lavoriamo sul futuro”.

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