Bancarotta lunare: la storia del crac di una startup spaziale che collaborava con la Nasa

Masten Space Systems lander
Il rendering del lander XL-1 (immagine Masten Space Systems)
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Essere una delle società prescelte all’interno del Commercial Lunar Payload Services (Clps) della Nasa per depositare strumentazione scientifica sulla superficie lunare non ha salvato Masten Space Systems dalla bancarotta. 

Si tratta di una piccola società fondata nel 2004, con sede in California. Una tipica startup tecnologica che dava lavoro a un’ottantina di persone e, prima del contratto con la Nasa, era nota per avere costruito una famiglia di razzi riutilizzabili per portare strumentazioni nell’alta atmosfera. Pur non avendo mai costruito una sonda spaziale, Masten Space Systems doveva avere una buona reputazione se la Nasa, nell’aprile 2020, aveva firmato un contratto da 75,9 milioni di dollari per il trasporto di nove strumenti da fare allunare nel 2022 nel cratere Hawthorn, nel polo Sud lunare, utilizzando il lander XL-1 sviluppato dalla compagnia. Tra gli strumenti ci doveva essere anche un rover, noto come MoonRanger.

Masten e la Nasa

Doveva essere una delle missioni per supportare il programma Artemis, secondo la nuova filosofia della Nasa di appaltare a compagnie private l’integrazione, il trasporto, la consegna e le operazioni di una serie di piccoli strumenti dal costo contenuto, progettati per funzionare per una durata di tempo limitata. Nel caso specifico si parlava di almeno 12 giorni.

Non era la prima volta che Masten Space Systems collaborava con la Nasa. Nel 2014 era stata scelta, insieme a Astrobotic Technology e Moon Express per partecipare al programma Catalyst (per lunar Cargo Transportation And Landing bY Soft Touchdown), che serviva a sviluppare la tecnologia per permettere a sonde robotiche commerciali di allunare, con l’idea di potenziare l’offerta per fare decollare un nuovo settore della space economy.

Si trattava di un Saa (Space act agreement) senza scambio di fondi, pensato per incoraggiare lo sviluppo di piattaforme capaci di allunare che avrebbero allargato l’offerta di trasporto di strumenti scientifici e commerciali verso la luna, per riportare a terra campioni, fare prospezione mineraria, costruire una rete di telecomunicazione, mettere alla prova nuove tecnologie. All’interno di questo programma, Masten aveva sviluppato lo Xelene Lunar Lander (XL-1). Astrobotic Technology aveva lavorato al lander Peregrine che, nel maggio 2019, era stato oggetto del primo contratto del programma Clps che aveva interessato anche Intuitive Machines con il suo lander Nova-C.

Il crac

Secondo i piani della Nasa, che per il programma Clps prevede due contratti all’anno, nell’aprile 2020 era stato il turno di Masten con il lander XL-1 che, con il suo carico di strumenti, avrebbe dovuto essere lanciato da SpaceX nel dicembre 2022. Nel giugno 2021 era stato annunciato un ritardo di circa un anno della missione Masten-1, che non avrebbe potuto prendere il volo prima del novembre 2023 a causa dei problemi dovuti al Covid, che ha reso difficile trovare componenti a causa dei ritardi nella catena di distribuzione. Poi sono circolate voci di riduzione del personale e cambi al vertice. Fino all’annuncio della bancarotta secondo la procedura nota come Capitolo 11, che viene spesso usata per fare ricapitalizzazioni e riorganizzazioni amministrative piuttosto che una liquidazione definitiva.

Secondo gli esperti, però, la situazione non è facilmente recuperabile. I conti della compagnia sono andati in rosso profondo quando è venuto a mancare un cliente privato che avrebbe dovuto viaggiare su XL-1 pagando un biglietto da 30 milioni. Senza questa iniezione di denaro, la compagnia, che forse si era sovraesposta accettando un prezzo troppo basso per Masten-1, si è trovata senza liquidità e senza investitori disposti a fornirla. Adesso cerca di vendere il vendibile per pagare i creditori. Altre compagnie lunari sono interessate ad acquisire il volume previsto nel lancio con SpaceX. La Nasa (che ha già pagato 66 milioni di dollari a Masten) ha dichiarato che, se non si troverà una soluzione, la strumentazione verrà presa in carico dalle compagnie concorrenti che partecipano al programma Clps.

In fondo, è per questo che la Nasa si è coperta le spalle dando contratti per il trasporto lunare a diverse compagnie assimilabili a startup nel business lunare. In questo modo il rischio di bancarotta, sempre presente per società piccole che faticano ad assorbire perdite, è mitigato dalla pluralità dell’offerta. Dopo tutto, considerando che il costo complessivo del programma Artemis è stimato intorno ai 93 miliardi di dollari, stiamo parlando di briciole.

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