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SpaceEconomy 9 Settembre, 2019 @ 5:21

Ritrovato il lander lunare indiano a basso costo. È integro, ma per ora silente

di Emilio Cozzi

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VIkram
Courtesy: ISRO

No, per ora non è stato ristabilito alcun contatto con Vikram, il lander lunare con cui l’India, sabato scorso, avrebbe potuto scrivere la storia atterrando in maniera morbida e controllata sulla Luna (quarta nazione a farlo e prima in assoluto a puntare verso il Polo Sud).

E no, nessuno ha confermato che nelle prossime due settimane la missione Chandrayaan-2 ripartirà come se nulla fosse successo, cioè come se del lander non si fossero perse le tracce nell’ultima fase della discesa, a due chilometri dalla superficie lunare.

Il tweet diffuso ieri con cui il direttore della Indian Space Research Organisation (Isro), Kailasavadivo Sivan, dava per certa la riattivazione del veicolo perduto è infatti da attribuire a un account falso e di cui al momento l’agenzia indiana non ha confermato il contenuto.

Di vero, però, c’è che il Vikram è stato inquadrato dalla telecamera dell’orbiter tuttora operativo attorno alla Luna. Il lander, ha confermato Sivan all’agenzia Press Trust of India, “è appoggiato sulla superficie lunare in una posizione inclinata” e sebbene non si sia spezzato sembra abbia affrontato “un atterraggio duro”.

La Isro ha intanto confermato di stare ancora analizzando i dati per capire cosa sia andato storto durante l’allunaggio e per stabilire se sia possibile proseguire la missione. I tentativi proseguiranno nei prossimi giorni. Mentre queste righe vengono scritte non risulta tuttavia possibile avere dettagli aggiuntivi dall’agenzia indiana – che nelle ultime ore, via Twitter, si è limitata a precisare quali siano i propri account social ufficiali.

Lanciata a bordo del più potente razzo indiano, il Gslv Mk.3 (che sta per Geosynchronous Satellite Launch Vehicle Mk.3), la missione Chandrayaan 2 era partita lo scorso 22 luglio dal Satish Dhawan Space Centre di Sriharikota, con a bordo il Vikram, di circa 1,4 tonnellate, e un rover di 27 chilogrammi, chiamato Pragyan (“saggezza” in sanscrito) capace di operare fino a 500 metri di distanza dal lander.

Secondo i piani, che avrebbero reso l’India il quarto paese “lunare” dopo l’ex Unione Sovietica, gli Stati Uniti e la Cina, Vikram avrebbe dovuto toccare la superficie selenica a circa 70,9° di latitudine sud nelle prime ore del 7 settembre. Un viaggio lungo, ma frutto di una precisa scelta economica: invece di seguire una traiettoria diretta alla Luna, la missione ha infatti compiuto una serie di orbite eccentriche attorno alla Terra, che hanno sfruttato l’accensione di un razzo di spinta per alcuni minuti a ogni avvicinamento al nostro pianeta: allargando progressivamente la propria orbita, il veicolo indiano ha intersecato quella lunare fino a venire catturato dalla gravità del satellite e risparmiando così carburante.

Uno sforzo tecnologico e scientifico, celebrato ieri dalla Nasa a prescindere dal risultato centrato parzialmente, costato all’India solo 165 milioni di dollari. E un’altra prova di quanto la crescente accessibilità allo spazio sia uno dei pilastri fondamentali della new space economy. Non è un caso che dal 2006 le nazioni con investimenti nel settore siano passate da 47 a 70, numero che entro tre anni dovrebbe crescere fino a 81 (fonte Euro Consult 2016). Si stima che il giro d’affari del settore, nel 2017 di circa 383 miliardi di dollari a livello globale, potrebbe crescere fino a 1000 miliardi entro 20 anni, così come la percentuale di spesa pubblica che lo sostiene, che secondo la banca di investimenti Merrill Lynch dal 16% del 2017 toccherà quota 30% nel 2026.

Anche per queste previsioni in molti, e non solo in India, stanno aspettando che Vikram dia segni di vita.

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