Le più belle storie di aziende italiane raccontate da Forbes nel 2021

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Da sinistra: Matteo Pertosa, amministratore delegato di Sitael; Maurizio Marinella, amministratore delegato di E. Marinella; Riccardo Illy, presidente del gruppo Illy; Fulvio Montipò, presidente e amministratore delegato di Interpump Group
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Ci sono aziende con oltre un secolo di storia e startup nate meno di due anni fa. Imprese di settori tradizionali e dell’aerospazio. Società che conservano il modello di pmi a guida familiare e altre che si sono allargate con acquisizioni all’estero. Nel 2021, Forbes Italia ha raccontato centinaia di aziende e imprenditori. Per la fine dell’anno, la redazione ha scelto 15 tra le più belle saghe di successo italiane. Storie raccolte in tutta Italia – dalla Trieste di Riccardo Illy alla Palermo di Tommaso Dragotto, dalla Genova di Rina alla Napoli di Marinella -, che hanno come protagonisti sia imprenditori di lungo corso, sia giovani di meno di 30 anni. Con un elemento comune, però: la capacità di superare le difficoltà dell’era Covid e contribuire alla ripartenza dell’economia.

L’aerospazio pugliese

C’è un manager di 34 anni alla guida della più grande azienda italiana a capitale privato del settore aerospaziale. Si chiama Matteo Pertosa ed è l’amministratore delegato di Sitael, società con sede a Mola di Bari. Lo scorso anno la sua azienda ha vinto il bando internazionale Space in Response to Covid-19 Outbreak dell’Agenzia spaziale europea con il progetto IcuTrain: un treno con a bordo ambulatori e venti posti in terapia intensiva, collegato alla rete via satellite con un’antenna apposita, pensato per spostarsi per l’Italia e aiutare le zone più in difficoltà. Partner di colossi come Airbus e Virgin, Sitael sviluppa componenti, sistemi e sottosistemi che viaggiano a bordo di satelliti.

Proprio in Puglia – a Grottaglie, in provincia di Taranto – si trova il primo spazioporto italiano. Sitael vuole contribuire a fare della regione un polo d’eccellenza, sia per il turismo spaziale, sia per imprese decise a fare ricerca assieme alle università. La società fa parte di Angel, un gruppo da 1.800 dipendenti fondato dal padre di Matteo Pertosa, Vito.

Vedere lontano con l’intelligenza artificiale

Già ai tempi dell’asilo Michele Grazioli, inserito nel 2019 da Forbes Italia tra i suoi 100 Under 30, sapeva che avrebbe fatto l’imprenditore. “Quando la maestra ci chiedeva che cosa volessimo fare da grandi, qualcuno disegnava un astronauta, altri un calciatore. Io mi ritraevo davanti a un capannone all’ingresso del mio paese, Gallignano, frazione di Soncino, in provincia di Cremona”. A 13 anni Grazioli si districava tra algoritmi e intelligenza artificiale per creare un software in grado di aiutare la piccola attività edile del padre. A 25 ha fondato Vedrai, una startup che sviluppa piattaforme per migliorare i processi decisionali delle aziende.

In un’intervista di gennaio, Grazioli ha spiegato così la sua idea: “Sono un imprenditore e devo decidere se aumentare o non aumentare del 3% il prezzo di un prodotto. La nostra tecnologia utilizza sia dati storici dell’azienda che dati di contesto e riesce a calcolare, quasi al centesimo, l’impatto di ogni possibile scelta su tutti gli indicatori rilevanti, anche non economico-finanziari, da qui ai prossimi 18-24 mesi”.

Le tre carriere di Tommaso Dragotto

A 25 anni Tommaso Dragotto, palermitano, era già alla terza carriera. Tra il 1954 e il 1958 era stato un portiere di pallanuoto, poi un ufficiale della Marina mercantile. “Lavorai per la Gulf Oil e guadagnavo 70mila lire al mese senza spendere nulla”, ha ricordato. “Raccolsi un milione e 350mila lire. Al ritorno, sebbene fossi stato promosso ufficiale, dissi a mia madre che volevo intraprendere un’attività imprenditoriale”.

Nacque così, nel 1963, Sicily by Car, società a capitale 100% italiano del settore dell’autonoleggio. Un mondo dominato, per il resto, da poche multinazionali. L’azienda ha oggi 500 dipendenti, 18mila auto, più di 50 uffici in Italia e un fatturato di 140 milioni di euro. Dragotto, 83 anni, riassume così la sua filosofia: “Imparate dal passato, realizzate il presente e immaginate il futuro. Chi non sogna non costruisce”.

La Silicon Valley del tessile

Tra i loro clienti ci sono anche i reali inglesi, tra i brand con cui hanno collaborato Dior ed Hermès. La saga degli Albini di Albino, comune della Bergamasca, è iniziata nel 1876 ed è arrivata alla quinta generazione. “In tutti questi anni abbiamo sempre prodotto solo tessuti pregiati, all’insegna dell’innovazione e della qualità”, ha rivendicato Stefano Albini, presidente di Albini Group.

Negli ultimi decenni l’azienda è cresciuta con acquisizioni come quelle di Albiate 1830, fondata dalla famiglia Caprotti, e di storici marchi inglesi quali Thomas Mason, David & John Anderson e Ashton Shirtings. Ora punta a individuare le tendenze che cambieranno il settore nei prossimi anni. “Fino al secolo scorso i nostri abiti erano realizzati solo con cotone, lino, canapa, lana e seta”, ha spiegato Albini. “Oggi ci sono nuove fibre tessili, come il lyocell e quelle derivanti dalla frutta, naturali e sostenibili. Vogliamo individuare i tessuti e i processi produttivi del futuro”. Con il sogno di creare una Silicon Valley del tessile.

La Ferrari delle viti

La Ducati è nata a meno di 20 minuti di strada, Maranello dista 40 chilometri. A San Lazzaro di Savena, terra di Alberto Tomba e della fiera estiva cantata da Francesco Guccini, ha sede la Poggipolini, soprannominata ‘la Ferrari delle viti’. “Mio nonno aprì un’officina meccanica a Bologna”, ha raccontato Michele Poggipolini, 36 anni, che ha ereditato la guida della società. “Il salto di qualità fu negli anni ’70, quando cominciò a produrre viti di titanio per la moto di mio padre, pilota professionista. Funzionò: mio padre vinceva perché la sua moto era più leggera”.

Oggi l’azienda realizza viti che si trovano su quasi tutte le supercar e hypercar: da Ferrari a McLaren e Aston Martin. Produce per la Formula 1 e, soprattutto, per l’aeronautica, voce principale dei suoi 16 milioni di euro di fatturato. Impiega 90 dipendenti e guarda al futuro con Sens-In, una startup fondata da Poggipolini nel 2019. “Stiamo cominciando a scrivere il modello di business del 2030. Faremo ancora viti, ma saranno intelligenti. E potremmo vendere i dati che produrranno. Qui potrebbe nascere la Silicon Valley del meccadigital”.

È una giostra che va

Nel XIX secolo il pasticciere Angelo Zamperla si innamorò di un’amazzone e abbandonò i dolci per il circo. Ai primi del ‘900 suo figlio acquistò un cinematografo dei fratelli Lumière e lo portò nelle sagre di tutta Italia. Già negli anni ’50 la famiglia era così conosciuta nel mondo dell’intrattenimento che Federico Fellini battezzò Zampanò il personaggio di Anthony Quinn de La strada: una fusione tra Zamperla e un’altra famiglia circense, i Saltanò. Sulla scia di quella tradizione, Antonio Zamperla creò nel 1966 l’azienda di giostre che porta il suo nome.

La società fattura oggi 100 milioni di euro e fornisce le sue creazioni a giganti come Disney e Universal. Ha avuto tra i suoi clienti Michael Jackson, ha fornito otto delle 13 giostre per l’inaugurazione di Eurodisney e ha lavorato per riqualificare il Luna Park di Coney Island a New York, teatro di film come He Got Game e I guerrieri della notte. Combina il sapore tradizionale delle giostre a tecnologie prese in prestito dalla Formula 1. “La tecnologia”, ha spiegato l’amministratore delegato, Antonio Zamperla jr., “non elimina la mano dell’artigiano, a cui spetta il compito di rifinire il prodotto. Di dargli un’anima, insomma, come Geppetto la dava a Pinocchio”.

Il padre prodigo

Fulvio Montipò, nato nel 1944 a Baiso, sull’Appennino reggiano, è il figlio di un muratore che passava nove mesi all’anno in Svizzera. “Una vita lontano da noi dentro una baracca infame, con sacchetti di cemento alle pareti per fermare gli spifferi”, ha ricordato l’imprenditore a Repubblica. “Quando ci ripenso, mi dico che tutta la mia vita è una rivincita per quella baracca”. Ad aprile Montipò, che riuscì a studiare grazie all’aiuto di un maestro elementare, è diventato miliardario con la sua Interpump Group, gigante delle pompe ad alta pressione e del settore dell’oleodinamica.

L’idea da un miliardo arrivò nel 1977: sostituire i pistoni d’acciaio delle pompe con pistoni in ceramica. Più affidabili, più resistenti, meno costosi. Montipò cedette le sue quote di Interpump nel 1996, anno della quotazione in Borsa, salvo riacquistarle entro il 2003: un ritorno che gli è valso l’etichetta di “padre prodigo”, coniata dal giornalista Luciano Nigro. In un’intervista al Resto del Carlino, Montipò ha sintetizzato così il segreto del suo successo: “Sono sempre stato innamorato di quello che ho fatto. Di un mattone, di un cavallo, di un fiore o di una sciocchezza. Ma sempre innamorato”.

Il gigante della meccanica agricola

Pietro Storchi era un contadino che sognava di faticare un po’ meno. Nel 1970 i suoi tre figli trasformarono quell’aspirazione in un’impresa: a Reggiolo, il paese della provincia di Reggio Emilia in cui è nato Carlo Ancelotti, diedero vita a Co.Me.R. – Costruzioni Meccaniche Riduttori, azienda di trasmissioni per macchine agricole. Oggi Co.Me.R. è diventata Comer Industries, realizza componenti per vari tipi di macchine, impiega oltre 1.300 dipendenti, è quotata in Borsa e ha registrato un fatturato di 396 milioni di euro nel 2020. A guidarla, dal 2017, è la seconda generazione della famiglia, dopo una transizione che Matteo Storchi, presidente e amministratore delegato, ha definito “frizzante”: invece di ereditare l’azienda, i figli l’hanno comprata da genitori e zii.

“Di solito la generazione precedente passa il testimone alla successiva. In questo caso io e i miei cugini ce lo siamo preso”, ha riassunto l’ad. Convinto che “soprattutto in Italia, se si aspetta che chi è venuto prima si faccia da parte, si arriva alla guida di un’azienda quando sarebbe già ora di andare in pensione”. Nel 2021, in un momento in cui tante aziende italiane vengono cedute all’estero, Comer Industries ha invece fatto shopping in Germania per dare vita a uno dei maggiori gruppi mondiali della meccanica per macchine agricole.

La più antica concessionaria Mercedes d’Italia

Da più di 60 anni Trivellato è il punto di riferimento per Mercedes-Benz nel Nord-Est italiano. Il gruppo, che può vantare la più antica concessionaria della casa di Stoccarda nel nostro Paese, ha 400 dipendenti e 14 sedi per la vendita di macchine e veicoli commerciali e industriali Mercedes e Smart, nelle province di Vicenza, Padova, Verona e Rovigo.

Per due volte, negli ultimi anni, Trivellato è stato premiato come best digital dealer all’Automotive Dealer Day, evento dedicato agli operatori della distribuzione automobilistica. Luca Crisà, digital strategy & innovation director di Trivellato, ha indicato nell’attenzione al cliente una delle chiavi del successo dell’azienda: “È qualcosa che si esprime ottimizzando l’esperienza in ogni occasione di contatto e di interazione. La firma del contratto è solo l’inizio di un rapporto. E la personalizzazione è sempre l’approccio più apprezzato, soprattutto nel mercato dei beni di lusso”.

Le cravatte dei presidenti

Le sue sarte impiegano tre quarti d’ora per realizzare una cravatta classica a tre pieghe. Sempre sotto gli occhi di Maurizio Marinella, che ogni mattina apre il negozio alle 6.30 e indica i colori da utilizzare. Un’arte imparata dal nonno Eugenio, fondatore di E. Marinella, che lo portò in negozio a otto anni “per respirarne l’aria e imparare”.

Nata nel 1914, E. Marinella ha portato le cravatte napoletane in tutto il mondo e ha vestito negli anni Marcello Mastroianni, Eduardo De Filippo, Totò, capi di governo italiani e presidenti americani. Si è allargata in Italia e nel resto del mondo con l’apertura di negozi a Milano, Roma, Tokyo, New York, Parigi, Ginevra e Barcellona, ma senza mai rinunciare alle radici. “Mio padre”, ha raccontato l’amministratore delegato, “un giorno mi ha detto: ‘Maurizio, dobbiamo dimostrare che si possono fare belle cose anche partendo da Napoli, ma soprattutto restando a Napoli’”.

L’innovazione in bottiglia

Il nome Zoppas è sempre stato vicino alla cucina. In passato, per via degli elettrodomestici che furono uno dei simboli del boom economico. Oggi per il gruppo San Benedetto, prima realtà italiana delle bevande analcoliche, presente in 100 paesi di cinque continenti. “L’azienda è stata fondata il 10 aprile 1956 dai miei genitori e da un parente che era proprietario di un terreno a Scorzé, vicino a Venezia”, ha raccontato il presidente e amministratore delegato, Enrico Zoppas. “Si affermò come azienda regionale, ma i proprietari del terreno vollero essere liquidati: era arrivato il momento di investire anche in tecnologia”.

Per il nome, la società si è rifatta a una fonte conosciuta sin dai tempi della Repubblica Veneta. Le sue strategie, però, sono già proiettate ai mercati di domani. “Il futuro va verso il salutismo, perché il consumatore è sempre più informato”, ha detto Zoppas. Che insiste sull’attenzione dell’azienda all’ambiente: “La grande scoperta è stata che tra l’economia sostenibile e quella tradizionale non c’è antitesi”.

Il velista d’impresa

Un tempo era il Registro italiano navale, a cui ancora deve il nome. Oggi, però, Rina è un’azienda privata e una società per azioni, presente in 70 paesi, che si occupa di certificazione navale, aziendale e ambientale, ma anche di consulenza ingegneristica, digitalizzazione, difesa, sicurezza informatica, energie rinnovabili, decarbonizzazione e idrogeno. È stata coinvolta, per esempio, nella costruzione del nuovo viadotto di Genova che ha sostituito il Ponte Morandi, crollato nel 2018.

A guidare Rina fuori da un periodo di difficoltà, circa 20 anni fa, è stato Ugo Salerno, presidente e amministratore delegato. “Ho sempre avuto la passione per il mare”, ha raccontato a Forbes. “Anzi, ormai ho il dubbio che nel mio sangue ci sia un po’ di acqua salata”. Il gruppo ha raggiunto quest’anno il mezzo miliardo di ricavi e prevede di assumere altre 1.500 persone – in particolare specialisti delle materie scientifiche e tecnologiche – entro il 2023.

Il panettone nato per scherzo

Sono stati premiati una ventina di volte ai Great Taste Awards, un concorso londinese in cui 400 professionisti e consumatori giudicano prodotti senza sapere chi li ha realizzati. Eppure Riccardo Gasparin e Fabio Pellizzari hanno fondato Baghi’s, la loro azienda, quasi per scherzo. “Io ho un passato da direttore amministrativo, una passione per il vino e un diploma da sommelier”, ha raccontato Gasparin. “Il mio socio, invece, si occupava dei lievitati nell’azienda alimentare di famiglia. Abbiamo cominciato a proporre qualche prodotto ad alcune manifestazioni e, vista l’accoglienza, abbiamo deciso di fondare una società”. 

Baghi’s ha sede a Castello di Godego, in provincia di Treviso. Produce dolci che vanno dal pandolce al babà, ma è conosciuta soprattutto per il suo panettone in vasocottura. Nonostante dimensioni ancora modeste, deve il 70% del suo fatturato alle esportazioni, specie verso gli Stati Uniti e il Giappone. Da Isetan, grandi magazzini giapponesi comparabili alla nostra Rinascente, il suo panettone viene venduto a circa 90 euro al chilo.

Vita di famiglia

“Nelle aziende familiari si ha il privilegio di potere guardare lontano, di non essere legati all’andamento finanziario dei sei o dei 12 mesi. Allo stesso tempo, lavoriamo in un settore che cambia a ritmi rapidissimi. Vogliamo continuare a crescere e trovare il punto di equilibrio tra i principi che ci hanno portato fin qui e il coraggio di innovare”. Massimo Di Martino, presidente della pisana Abiogen Pharma, riassume così la filosofia con cui guida la sua azienda, affiancato dalla moglie, Carlotta, vicepresidente.

Abiogen impiega oggi 440 dipendenti in uno stabilimento da cui escono 75 milioni di pezzi in un anno. È una delle prime trenta aziende farmaceutiche italiane e prevede di raggiungere i 200 milioni di euro di fatturato nel 2021. La famiglia Di Martino è arrivata alla quinta generazione di imprenditori e ambisce a coniugare due modelli: quello italiano della media impresa e quello di un’azienda flessibile a vocazione internazionale.

Riccardo Illy sulle orme del nonno

È stato sindaco di Trieste, presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia e vicepresidente di Confindustria. Ama leggere e scrivere libri, scia e definisce il volo con il deltaplano “lo sport più bello che abbia fatto nella mia vita”. Per l’ultima copertina dell’anno, Forbes Italia ha scelto un imprenditore sui generis come Riccardo Illy, industriale del caffè da tre generazioni e oggi alfiere dei prodotti alimentari di qualità con il suo Polo del Gusto. Un progetto ispirato a un sogno del nonno, che sotto l’impero austro-ungarico non soltanto avviò un’attività nel caffè, ma tentò anche con la cioccolata e le conserve di frutta.

Oggi il Polo del Gusto, subholding del gruppo Illy, fattura 90 milioni ed è presente nei settori della cioccolata (Domori), del vino (Mastrojanni), del tè (Dammann Frères), delle confetture (una partecipazione in Agrimontana). Per il futuro Illy guarda all’estero, convinto che essere italiani, oggi, aiuti nei rapporti internazionali. “L’Italia”, dice, “è uno dei più grandi brand al mondo”.

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