Segnali extraterrestri captati dalla Cina: fra attendibilità, storia e prospettive della ricerca

Alieni extraterrestri
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Nessuno resiste al fascino degli extraterrestri. Il rumore mediatico cui abbiamo assistito in questi giorni a proposito della presunta rivelazione di segnali di origine extraterrestre da parte del mega radiotelescopio cinese Fast (Five hundred meter Aperture Spherical radio Telescope) è un’ulteriore prova che la curiosità sull’esistenza di altri mondi abitati non passa mai di moda.

Hanno cominciato a porsi domande i filosofi greci, e continuano a farsele tutti gli astronomi impegnati nella ricerca di una nuova Terra (tra gli oltre cinquemila pianeti extrasolari scoperti negli ultimi anni), insieme con quelli alla ricerca di un segnale che non possa essere spiegato con cause naturali, quindi presumibilmente dovuto a qualche tipo di civiltà intelligente.

Il primo articolo su un segnale extraterrestre nel 1959

La storia della ricerca di un segnale extraterrestre inizia nel settembre 1959 con la pubblicazione di un articolo intitolato “Searching for Interstellar Communication”. Gli autori, i due eminenti fisici Giuseppe Cocconi e Philip Morrison, sostenevano che, se davvero da qualche parte lassù ci sono esseri intelligenti, potrebbero aver creato un sistema di comunicazione indirizzato al resto dell’universo.

Visto che le onde radio sono il metodo più efficiente per trasmettere un segnale a distanza, Cocconi e Morrison suggerirono di usare le nuove antenne della radioastronomia, che proprio allora stava diventando una branca importante dell’astronomia, per mettersi in ascolto. I due autori, con grande onestà, ammettevano di non avere idea delle probabilità di successo di questa ricerca alla cieca, tuttavia concludevano che, se non si fosse provato, quelle probabilità sarebbero state certamente nulle.

L’origine dell’equazione di Drake

Qualcuno fu talmente entusiasta dell’idea da mettersi alla ricerca di segnali provenienti da civiltà extraterrestri. Iniziò Frank Drake nell’aprile 1960 utilizzando il nuovo Osservatorio nazionale radioastronomico NRAO degli Stati Uniti, appena creato a Green Bank, in Virginia. Drake era (e continua a essere) un sognatore, ma aveva idee molto chiare sull’impresa cui si accingeva. Per cercare di valutare la probabilità di successo scrisse una formula poi diventata famosa: “l’equazione di Drake” aveva (ed ha) l’obiettivo di stimare il numero N delle civilizzazioni nella nostra galassia capaci di inviare segnali radio che noi potremmo ricevere.
Come riassunto nell’elaborazione grafica, i termini dell’equazione sono di due tipi: si parte dall’astronomia per arrivare alla biologia. Inoltre bisogna tenere conto della variabile tempo, perché le civiltà hanno una durata finita.

Attenzione, occorre tenere conto anche del tempo di transito del segnale dalla sua sorgente a noi, che lo ascoltiamo. Se una civiltà si trovasse nell’altro capo della galassia, il suo segnale impiegherebbe 50mila anni per raggiungerci. Periodo durante il quale la civiltà potrebbe anche essersi estinta.
L’equazione di Drake serve per riassumere il problema, ma non è di grande aiuto per stimare davvero la probabilità di stabilire un contatto con una civiltà extraterrestre.

Il programma SETI

Sessant’anni non sono però passati invano: oggi sappiamo che ogni stella della nostra galassia ha almeno un pianeta e che circa il 20% di questi pianeti sono vagamente simili alla Terra. È un passo avanti, ma non basta: siamo ancora lontani dal saper calcolare il numero N di civilizzazioni nella Via Lattea attive oggi. Anzi, siamo ancora lontani dal capire se ne esista almeno un’altra. Tuttavia, visto il numero sterminato di pianeti potenzialmente abitabili, sono molti a pensare che altre forme di vita siano una necessità matematica anche se non si è ancora visto alcunché.

Di certo non si può dire non si sia provato a cercare: dopo i pionieristici tentativi di Drake, si sono susseguiti molti programmi di ricerca di segnali extraterrestri. Il più famoso è sicuramente SETI (Search for ExtraTerrestrial Intelligence) che, nel 1971, iniziò a essere finanziato dalla Nasa. Visse un momento di gloria quando, il 15 agosto del 1977, il radiotelescopio Big Ear dell’Università dell’Ohio registrò il “Segnale Wow!”. Guardare la stampata originale fa tenerezza. L’intensità del segnale in funzione dello scorrere del tempo (l’asse verticale) è indicata con un solo carattere: si inizia con i numeri da 1 a 9, poi si passa alle lettere.

SEGNALE WOW

Il segnale Wow! era durato 72 secondi e aveva tutte le caratteristiche per essere considerato promettente, ma non si è mai ripetuto e non si sono trovati argomenti convincenti per ascriverlo a una civiltà aliena.
La mancanza di risultati ha prosciugato i fondi e, nel 1993, la Nasa ha chiuso il programma, ma SETI ha continuato a esistere grazie a donazioni private e alla creatività degli scienziati lesti a inventarsi [email protected], il primo sistema di calcolo distribuito (a costo zero) per analizzare i dati usando i personal computer che uno stuolo di volontari mette a disposizione quando non vengono utilizzati.

Il SETI non è stato però abbandonato

Negli ultimi anni, l’interesse nei programmi SETI ha avuto un notevole revival grazie a Yuri Milner, un miliardario di origine russa (ma basato in California), che ha promesso donazioni per un totale di 100 milioni di dollari in dieci anni per finanziare le Breakthrough Initiatives.

Persino la Nasa ci ha ripensato e ha deciso di riaprire i cordoni della borsa per cercare technological signatures (letteralmente, firme tecnologiche, un eufemismo per evitare la parola SETI).
Questo lungo preambolo dovrebbe avere chiarito che la ricerca di un possibile segnale prodotto da una civiltà extraterrestre tecnologicamente avanzata è una linea di ricerca portata avanti da molto tempo senza risultati apprezzabili. Proprio per questo, basta un annuncio per accendere la fantasia.

L’episodio in Cina

La notizia della rivelazione di diversi possibili segnali alieni, attribuita al capo del progetto di ricerca di civilizzazioni extraterrestri, il professor Zhang Tongjie, è uscita sul sito web del Science and Technology Daily, che è l’organo ufficiale del Ministero della Scienza e Tecnologia della Repubblica Popolare Cinese. Il professore diceva che i segnali avevano tutte le caratteristiche richieste, ma che studi più approfonditi sarebbero stati necessari per escludere si trattasse di interferenze dovute a segnali radio di origine terrestre, un pericolo costante nella nostra civiltà che vive immersa nei segnali radio.

Per chi cerca di seguire gli sviluppi delle attività scientifiche in Cina, il Science and Technology Daily è una fonte autorevole, continuamente monitorata e tradotta, e una notizia di questo genere non poteva certo passare inosservata. Peccato sia stata rapidamente cancellata.

Sono solo interferenze?

Mentre gli scienziati cinesi non rilasciano dichiarazioni, il chief scientist del SETI Research Center di Berkeley, Dan Werthimer, non ha dubbi che si tratti di interferenze prodotte dai trasmettitori, dai telefoni cellulari, dai computer, dai satelliti che comunicano tramite onde radio. Secondo Werthimer, un segnale vero da un oggetto celeste dovrebbe sparire se si cambia direzione di puntamento per poi riapparire quando si torni a puntare l’oggetto in questione. Se invece i segnali vanno e vengono, indipendentemente dalla direzione nella quale si osserva, sono interferenze. E, fino ad ora, tutti i segnali potenzialmente interessanti si sono rivelati essere interferenze. Persino Avi Loeb, stimato astrofisico dell’Università di Harvard, diventato famoso per avere ipotizzato che l’asteroide Oumuamua fosse una vela solare, cioè un relitto tecnologico di una civiltà extraterrestre, ha espresso scetticismo.

Come fan della vita extraterrestre, mi auguro la ricerca continui. Lo spazio è immenso e, per ora, ne abbiamo esplorato una frazione piccolissima. Immaginiamo di raccogliere un bicchiere di acqua di mare. Dal momento che, con ogni probabilità, non troveremo pesciolini guizzanti dovremmo concludere che nel mare non ci sono pesci?

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