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Life 27 Giugno, 2019 @ 2:00

Un rifugio a cinque stelle circondato dal bosco con vista sulle Dolomiti

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

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bosco legno cielo
ADLER Lodge RITTEN

A pochi passi dalla città di Bolzano (30 min di auto dal centro), ha aperto proprio oggi l’ADLER Lodge RITTEN, ultima impresa della famiglia Sanoner, proprietaria degli ADLER Spa Resort & Lodges. Un piccolo angolo di paradiso, considerando che questo rifugio a cinque stelle circondato dal bosco nell’altipiano del Renon offre una vista mozzafiato sulle Dolomiti.

Con una suggestiva spa immersa nel bosco, la struttura è stata costruita in legno nero seguendo il concept della foresta. E difatti, si integra perfettamente con il contesto naturalistico: composta da un corpo centrale e 20 chalet dotati di sauna e caminetto, alcuni intorno a un laghetto naturale, l’ADLER è un vero e proprio luogo di meditazione dove vivere un’esperienza di benessere unica a contatto con la natura.

Il corpo centrale, che si sviluppa su 3 piani, comprende: area wellness (spa, infinity pool, bagno turco, sala relax) e area fitness, reception, area lounge, cucina a vista e ristorante “sotto le stelle”. Da provare le saune aromatiche e la saletta relax nel bosco, per un’esperienza unica a contatto con la natura. Basti pensare che il legno dipinto di nero con cui sono stati rivestiti sia il corpo centrale sia gli chalet è stato utilizzato per ridurre al massimo l’impatto nella natura del luogo.

Il Lodge è stato ideato e progettato da Andreas e Klaus Sanoner insieme all’architetto Hugo Demetz e costruito secondo il concept della bio-edilizia con materiali perlopiù autoctoni. Piacevoli escursioni a piedi o in bicicletta, attività di esplorazione della flora e della fauna locali, sessioni meditative nella natura boschiva o giornate sulle piste da sci, sono solo alcune delle esperienze offerte ai visitatori.

 

Life 21 Maggio, 2019 @ 10:08

Il manager italiano del Beverly Hills Hotel di Los Angeles

di Alessandra Mattanza

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A volte i sogni diventano realtà, soprattutto quando si investe molto spirito di sacrificio, dedizione, perseveranza e non ci si arrende mai. E’ successo a Marco Coppola, che nei suoi trent’anni ha realizzato quello che desiderava di più al mondo: lavorare al Beverly Hills Hotel di Los Angeles, da sempre un’icona del lusso, prediletto da celebrity di Hollywood e rock star, del passato e del presente, oltre che da uomini d’affari. E’ considerato uno dei più bei alberghi al mondo, tutto dipinto di rosa, con un palazzo principale e i suoi leggendari bungalow, immersi in un giardino lussureggiante con molte piante di banano che, con le loro larghe foglie verdi, hanno ispirato perfino i famosi murales in tema che si distinguono per svariati corridoi e muri dell’hotel.  Fondato nel 1912 da una ricca vedova, Margaret J. Anderson, e dal figlio Stanley S., l’hotel ora fa parte del gruppo Dorchester Collection. Storico e famoso è pure il ristorante, Polo Lounge, che prese il nome da una squadra di polo che vi veniva a celebrare i successi sportivi (e un’insalata è ancora dedicata a uno di loro, Neil McCarthy), e fu prediletto perfino da Humphrey Bogart e Marlene Dietrich, come da Frank Sinatra, Dean Martin, Lauren Bacall. Fred Astaire amava invece leggere il giornale presso la piscina, che ora vanta eleganti cabanas e un ristorante. Nel 1942 il produttore e milionario Howard Hughes, interpretato magistralmente da Leonardo Di Caprio nel film “The Aviator”, acquistò diversi bungalow e vi visse. Tra le sue eccentricità c’era quella di avere sandwich al roastbeef serviti nell’incavo di un albero… Che lui poi, nella sua eccentricità e tormentato da svariate paranoie, andava a prendere quando nessuno era presente. Altri ospiti importanti sono stati Grace Kelly e il Principe di Monaco, John Wayne, Henry Fonda, Marilyn Monroe, che soggiornò qui con Yves Montand durante le riprese del film “Let’s Make Love”, John Lennon e Yoko Ono, che passarono una settimana in un bungalow. Elizabeth Taylor trascorse nei bungalow sei delle sue otto lune di miele con i diversi mariti della sua vita, tra cui Richard Burton…

Seduto su un divano dell’hotel, Marco Coppola, nella luce brillante, tipica del sole locale, di quella città che sognava fin da quando era bambino, ricorda quali sono stati i passi e il percorso che l’hanno portato ad approdare in America e a distinguersi in un posto tanto esclusivo.

Marco Coppola
Marco Coppola

E’ italo-americano o italiano?

Sono italiano DOC! (Ride, n.d.r.) Nato e cresciuto a Roma, da genitori e nonni romani, con il desiderio e il sogno americano nel cuore da quando avevo tre anni.

Cosa bisogna fare per avere successo nel suo settore?

Serve sacrificio, forza di volontà e anche di certo casualità. E fortuna, quindi.

In America sente che al lavoro è attribuita un’importanza maggiore rispetto all’Italia?

Qui di certo non importa da dove vieni e che background hai, valutano quanto produci, e quello che sai fare.

La piscina del Beverly Hills Hotel (Courtesy Dorchester Collection)

Come ha fatto ad approdare qui?

A Roma frequentavo le scuole italiane la mattina e quelle americane e tedesche il pomeriggio, la sera e il weekend. Ho bellissimi ricordi sia della mia formazione tedesca al Goethe Institut, che del liceo linguistico a Roma che della Loloyla University Chicago. In principio ho “odiato” i miei genitori, perché devo confessare che non fu una scelta mia, ma adesso naturalmente sono loro molto grato e sento di doverli ringraziare ogni giorno per questa scelta. Non ho comunque la tipica formazione alberghiera. Ho studiato Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, anche se ho lasciato a quattro esami dalla laurea per iniziare a lavorare all’Hotel Eden di Roma. E’ stata quello la mia prima scuola, per tre anni, lavorando alla reception e come segretario di ricevimento cassa, ho avuto degli ottimi “maestri”. Poi ho deciso di trasferirmi all’Hotel Principe di Savoia a Milano, per crescere ancora di più e per provare qualcosa di diverso. Allora era il periodo dell’Expo, che è stato davvero un momento fantastico per la città…

Come mai questa passione per il mondo dell’ospitality?

Mi piaceva il rapporto con la clientela, da persona a persona. Per questo sono divenuto un manager addetto ai rapporti con gli ospiti, anche se adesso qui a Los Angeles mi hanno promosso da “guest relation manager” a “operations manager”. Mi occupo quindi anche di tutto l’ambiente dedicato all’ospite, pur non dimenticando il rapporto personale con il cliente, a cui continuo a tenere molto. Ma adesso le mie competenze si rivolgono all’esperienza totale dell’ospite, dalla prenotazione, al soggiorno a quando se ne va. Ci tengo che sia al centro dell’attenzione di tutti i dipendenti e il mio fine è che siano in grado di leggere nei suoi occhi quello di cui ha bisogno senza nemmeno parlare…

E’ un’ambizione molto alta quindi…

So che al Beverly Hills Hotel o in qualsiasi albergo di lusso non arrivano solo persone molto ricche, ma anche coloro che magari hanno risparmiato una vita, hanno fatto sacrifici per concedersi un weekend o una luna di miele o una vacanza. Voglio che tutti siano trattati allo stesso modo, e che il servizio sia impeccabile per quello che pagano. E’ questa per me la vera professionalità.

L’esterno del Bungalow prediletto dal produttore Howard Hughes (Courtesy Dorchester Collection)

Ha trovato problemi a farsi rispettare nell’ambiente competitivo americano come manager italiano?

No, tutti i miei dipendenti mi stanno dando molta soddisfazione.  Gli americani sono molto più aperti di quanto si creda, in Europa abbiamo una visione molto più chiusa. Loro sono più chiusi dal punto di vista personale talvolta, ma non nel campo lavorativo. Sono stato accettato da subito, conoscevo qualche collega dall’Italia, ma non i membri del mio team. Sono sempre molto disponibili, aperti alle critiche, perché servono per migliorare il tipo di lavoro che fanno e mi piace questo loro aspetto.  Non mi hanno mai fatto sentire uno straniero, ma piuttosto parte di una “grande famiglia”. Certo io nel modo di lavorare mi sono “americanizzato” al cento per cento!

In che senso?

Sono molto organizzato, ho orari flessibili sette giorni su sette, a volte arrivo presto e vado via presto, altre arrivo presto e finisco a sera tardi, altre arrivo tardi e me ne vado presto… Dipende dalla mole di lavoro, l’importante è essere produttivi e conseguire il risultato. Se noto, per esempio, che esiste qualche mancanza in un settore, dal più piccolo al più grande, cerco di organizzare subito un training in modo da colmarlo. E tutto il team mi supporta.

Sta lavorando a qualcosa in particolare adesso?

Abbiamo appena rinnovato e inaugurato, con il brand internazionale Champalimaud, due bungalow leggendari, il numero 1 e 3, ispirati da Marilyn Monroe e da Howard Hughes, con molti elementi delle loro esistenze personali. Ci teniamo in modo particolare, perché sono anche qualcosa di storico e di un programma di restauro di tutti i 21 bungalow che è già in atto da due anni. Il 5 era quello di Elizabeth Taylor, il 22 di Frank Sinatra, il 9, dedicato a Charlie Chaplin debutterà a luglio 2019. Abbiamo perfino ideato delle esperienze a tema, tra cui un “Marilyn Monroe Champagne Bath Bubble Experience”, un bagno allo champagne che riprende il film “Some Like It Hot”… O un menù Marilyn, con spaghetti “Joe DiMaggio” (il primo marito di lei, n.d.r.) con polpette di carne e il gelato “sundae”, che lei privilegiava. Marilyn, oltre che nel bungalow 1, visse nel 7 per periodi… Howard Hughes visse nel suo bungalow 3, un po’ “in and out”, con il bungalow 4 anche, per 30 anni. I colori e toni sono molto mascolini, con un cocktail Aviation e un set per provare a farselo anche da soli, una collezione di modelli di aeroplani e nel menù sono serviti i mini roast beef sandwich, che lui sempre ordinava.

Il Bungalow amato da Marilyn Monroe con la panchina su cui amava sedersi (Courtesy Dorchester Collection)

Ha avuto un mentore in questa sua carriera? Qualcuno da cui le sembra di aver imparato moltissimo?

In realtà, un italiano: il Signor Ezio Indiani, che è il direttore dell’Hotel Principe di Savoia di Milano, un vero gentleman e una persona molto etica… So che dopo aver frequentato l’istituto alberghiero di Gardone, partì per la Germania e per Santo Domingo e scalò davvero tutti i livelli del settore: dal lavapiatti, al cuoco, al cameriere, al receptionist, al settore contabile, al commerciale. Lo ammiro davvero moltissimo e fu lui a vedere qualcosa in me… Anche se non ho capito ancora cosa, perché quando glielo chiedo sorride e non risponde. Da lui come manager ho anche appreso che ti rendi conto a un certo punto quando il tuo team cresce bene e non ha più bisogno di te. E, allora, è il momento giusto per cambiare, perché più sei variabile, più alberghi vedi, per più persone o posizioni diverse lavori, maggiori sono le opportunità di crescere. Quando confidai al Signor Indiani che avrei voluto andare in America mi disse:  “Marco penso che ogni buon dipendente debba prendere il volo. Ti auguro il meglio per la tua vita e carriera”. Ho aspettato, quindi, il mio visto di lavoro dall’azienda e sono venuto qui. E da allora non ho mai smesso di amare questo posto.

Cosa consiglia ai giovani che vogliono intraprendere una carriera nel mondo alberghiero?

Di seguire la loro vocazione. Iniziando casualmente in questo settore ho compreso che l’ospitalità ed essere aperto all’ospite mi rendeva soddisfatto. Ci tenevo a vedere gli altri felici. Naturalmente non è come paragonare questo alla professione di un medico che cura un paziente… Forse la mia è una felicità più superflua, ma riguarda pur sempre la necessità di provvedere a un altro essere umano. Come ho detto non lavoro solo con le celebrity, ma con tanta gente comune che approda anche per la prima volta in questo mondo del lusso. E so cosa significhi, perché mia madre è cameriera ai piani in un hotel di tre stelle, mio padre è taxista… Vengo da una famiglia umile, e so bene cosa voglia dire fare sacrifici per permettersi certe cose. Sognavo “The Pink Palace”, come viene definito spesso questo hotel, fin da quando da ragazzino vi vedevo girati film di Hollywood. Mio nonno mi chiamava “l’americano”!

E come può descrivere invece adesso il suo stile di vita a Los Angeles? Per far comprendere a chi vorrebbe venirci come si vive qui…

Los Angeles è molto simile a Roma, una città del cinema, dell’intrattenimento, e ha un tempo stupendo tutto l’anno. Amo vivere qui. Abito a Sherman Oaks, in un appartamento con i miei due chihuahua, Dodi e Camilla. Per un mese abbiamo vissuto al bungalow 9 in hotel e di certo non ci dispiaceva… Poi abbiamo trovato casa. Adesso ho installato una telecamera, con una app grazie a cui li posso controllare ogni momento. Mi manda messaggi per avvertirmi perfino quando abbaiano. Cerchiamo di vivere spesso all’aria aperta. Amo fare hiking a Griffith Park e salire sulla collina dove si vede la scritta di Hollywood… Cerco di andarci quasi ogni weekend. Non sono una persona che ama il mare, ma adoro il Santa Monica Pier, il molo sui cui mi sono prefissato di provare tutti i ristoranti. E anche lì vado abbastanza spesso il weekend, per il resto sono impegnato in hotel durante tutta la settimana e anche di più se ci sono particolari eventi od ospiti speciali.

Pensa di restare a Los Angeles per tutta la vita?

Non avevo previsto di venire qui, ho deciso in un mese. Adesso, dopo oltre sei mesi, continuo a essere aperto a diverse possibilità. Non sono una di quelle persone che crede nel far fuggire i cervelli dall’Italia, ma per lo più nel farli migliorare nello stile lavorativo e a un certo punto, con la giusta opportunità, anche tornare. Spero che in Italia come in America si sviluppi sempre di più il principio della meritocrazia. Di certo non è facile lavorare all’estero, anch’io era da anni che ci provavo, ma consiglio con tutto il cuore di farlo se si può. Perché serve per aprire la mente.

Life 16 Maggio, 2019 @ 3:07

Il Mandarin Oriental di Milano tra le eccellenze di Forbes Travel Guide

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

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stanza letto
Mandarin Room

Per la Forbes Travel Guide, il rating globale di Forbes su alberghi, spa e ristoranti di lusso, il Mandarin Oriental di Milano merita il titolo di World’s Best Rooms. La guida riunisce al momento 41 hotel suddivisi in 17 Paesi che hanno ottenuto ottimi punteggi nella valutazione dello standard di camere, servizi, pulizia e manutenzione, tenendo conto di parametri quali eleganza e comfort.

Situato nel cuore di Milano tra i quartieri della moda, della cultura e della finanza, il Mandarin Oriental di Milano, che si sviluppa all’interno di quattro eleganti palazzi del XVIII secolo, dispone di 104 camere tra cui 34 suite e junior suite.

Tra gli elementi di forza della struttura, progettata dall’italiano Antonio Citterio, ci sono la Spa di 900 metri quadrati (comprendente sei cabine trattamenti e un salone di bellezza all’avanguardia, un centro fitness e una piscina interna) e un’offerta culinaria contemporanea curata dall’Executive chef Antonio Guida.

Tra gli highlights segnalati da Forbes compaiono: la presenza di pietre granitiche che riflettono lo stile orientale, i trattamenti olistici offerti dalla spa che si basano sui cinque elementi del feng shui, la piscina coperta riscaldata rivestita con piastrelle turchesi dall’aspetto retrò, una lista di vini di oltre 500 etichette raffinate e, ça va sans dire, la posizione strategica (20 minuti a piedi da alcune delle attrazioni più famose della città tra cui il Duomo, il Castello Sforzesco e Santa Maria delle Grazie, che ospita l’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci).

 

Life 9 Maggio, 2019 @ 11:13

Comprar casa, in hotel

di Forbes.it

Staff

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cielo resort verde
RESORT NOTTURNO

di Giuliana Gandini

La miglior Spa d’Europa si affaccia sulle acque azzurre del lago di Garda nella Riviera dei Limoni. Il Lefay Resort & Spa si è aggiudicato per la quarta volta il riconoscimento dagli European Health & Spa Award oltre al prestigioso Green Globe, accanto a una sessantina di premi internazionali. Un successo confermato dai numeri: nel 2018 le presenze sono state 50mila, l’occupazione dell’81%, il fatturato di 18,3 milioni di euro.

Tanto di cappello alla famiglia Leali che intende replicare inaugurando questa estate il Lefay Dolomiti a Pinzolo, nella spettacolare location delle Dolomiti, patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, all’insegna della massima ecosostenibilità, da sempre filosofia di Lefay Resorts & Spa: 88 suite, una Spa immensa e spettacolare di cinquemila metri quadrati, due ristoranti, uno piccolo e esclusivo con ambizioni stellate. L’inserimento dell’edificio nel paesaggio è perfetto: i livelli seguono l’andamento naturale del terreno per adattarsi il più possibile alla morfologia dolomitica. La struttura nascosta nel verde reinterpreta l’architettura tradizionale del Trentino con l’utilizzo di materiali naturali come pietra e legno.

Ma la vera novità è il Lefay Wellness Residences, venticinque residenze da 98 mq alla penthouse di 264 mq, in puro design e tecnologie energetiche al top.

Una svolta che segna l’ingresso dell’azienda bresciana nel segmento delle Serviced Branded Residences, con servizi alberghieri integrati (modello già affermatosi all’estero): il primo caso di Spa destination di lusso in Italia con una soluzione del genere, una perfetta sintesi tra i vantaggi di una proprietà immobiliare e l’ospitalità alberghiera. I proprietari, durante la permanenza, potranno usufruire di tutti i servizi della struttura come l’accesso alla Spa, alla ristorazione e al concierge, mentre nei periodi di assenza, avranno la tranquillità di avere la propria abitazione curata e gestita dallo staff del resort.Ma i vantaggi non finiscono qui. Partecipando al Rental programme, ovvero mettendo a disposizione del resort la propria residenza durante i periodi di non utilizzo, riceveranno parte del ricavo generato dalla vendita. Il ritorno dell’investimento è assicurato.

Life 5 Aprile, 2019 @ 2:30

C’è un indirizzo sulla Costiera Amalfitana dove l’America fa il tutto esaurito

di Susanna Tanzi

Mi piacciono le auto e l’hotellerie di lusso.Leggi di più dell'autore
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alberi cielo fiori
Hotel NH Collection Grand Hotel Convento di Amalfi

C’è un indirizzo sulla Costiera Amalfitana dove L’America fa il tutto esaurito. Dove gli ospiti d’oltreoceano hanno stabilito il loro personale luogo elettivo. Dove da aprile a ottobre pare di essere a Martha’s Vineyard e Cape Cod, località esclusive degli States. Il segreto del successo? Servizi e ospitalità di eccellenza, panorama mozzafiato, eleganza degli interni e della struttura. Che hanno ha fatto conquistare da poco all’NH Collection Grand Hotel Convento di Amalfi, incastonato a 80 metri di altezza sulla scogliera, l’ingresso nella categoria 5 stelle Lusso. NH ha ottenuto il prestigioso riconoscimento dal Comune di Amalfi anche grazie a una straordinaria opera di restauro e di conservazione di tante parti dell’ex convento in cui ha sede, e che attrae una clientela colta e attenta ai particolari, proveniente per il 90% dagli Usa.

Tra i tanti luoghi di fascino ed elevato prestigio artistico, un affascinante chiostro arabo-normanno del XIII secolo con la sua magnifica Loggia, la sacrestia riaperta da poco al pubblico, la splendida Cappella di S. Francesco di età tardo-barocca, in cui ancora oggi si celebrano matrimoni, e la suggestiva Passeggiata dei Monaci, punto di riferimento di artisti e pittori durante il Grand Tour. L’hotel dispone poi di 53 camere tutte vista mare, tra queste la più ricercata è la Suite dell’Eremita, antico luogo di meditazione dei frati. Nella zona più intima dell’hotel e immersa tra i giardini di limoni, vanta una terrazza di 25mq e una Jacuzzi privata a picco sul mare.

In generale, tutto invita alla pace dei sensi: dall’Infinity Pool a sfioro con vista sull’orizzonte alla Healthy & Beauty Area in cui farsi coccolare con massaggi e trattamenti esclusivi, dalla Panoramic Gym con vista mare al Percorso della meditazione, una passeggiata tra limoni, orto e terrazze. A impreziosire l’offerta, la nuova proposta enogastronomica firmata dallo chef Natale Giunta, un viaggio tra i sapori tipici della costiera amalfitana e il meglio della cucina siciliana. Lo chef, firma prestigiosa che collabora anche con un altro 5* del gruppo, NH Collection Taormina, insieme con il resident chef Claudio Lanuto, propone un menu studiato per esaltare la qualità e il sapore gli ingredienti e dei prodotti coltivati direttamente nell’orto del Convento.

In occasione della 5* Lusso, l’hotel ha presentato in anteprima un progetto storytelling di alto valore culturale: una app per valorizzare e fare conoscere il patrimonio artistico e i servizi della struttura. Insieme con un ricco calendario 2019 con eventi dedicati al mondo dell’enogastronomia, della moda, del wedding e della mondanità. Per altre richieste su misura, dalle gite alle guide, dai transfert alla cena romantica nel tavolo riservato e con la migliore vista, fino a cogliere da soli i limoni per farne una deliziosa bevanda, basta solo chiedere: sotto la guida attenta e cordiale del general manager Giacomo Sarnataro, lo staff è pronto a esaudire qualsiasi desiderio.

Cultura 18 Marzo, 2019 @ 11:30

La storia da mille e una notte che puoi vivere solo a Marrakech

di Valentina Lonati

Giornalista freelance. Scrivo di arte, design e teatro.Leggi di più dell'autore
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piscina sedie balcone
Balcony, Suite Prestige

Di Marrakech, La Mamounia è forse il luogo più leggendario. Fondato nel 1923 e progettato dagli architetti Léon Henri Prost e Antoine Marchisio, era l’hotel preferito da Winston Churchill quando si tratteneva in città, “il posto più incantevole del mondo”, come amava definirlo. Un luogo fin da subito speciale, la cui storia sembra uscire dai racconti de “Le Mille e una Notte” , affondando le radici nel Marocco di fine Settecento. Fu allora che Re Sidi Mohammed Ben Abdellah regalò ai quattro figli appena sposati una grande magione fuori dalla Kasbah, dedicando a ognuno un giardino. A diventare famoso fu quello dedicato a Mamoun, il principe più mondano, che era solito organizzare grandi feste all’aperto. Da qui il nome La Mamounia, e da qui la leggenda.

Sviluppato su una superficie di otto ettari, il giardino è ora una delle attrazioni più maestose dell’hotel, con ulivi secolari, palmeti, cactus, alberi di agrumi, bouganville, roseti, fichi e banani. Un paradiso esotico che Winston Churchill amava ritrarre nei suoi dipinti, esposti proprio a La Mamounia durante la biennale di Marrakech del 2014. Ma Winston Churchill non fu certo l’unico a subire il fascino di questo luogo. Da La Mamounia sono passati statisti, registi e attori come Charles de Gaulle, Charlie Chaplin, Marcello Mastroianni, Catherine Deneuve, Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, Alain Deloin, Nicole Kidman, Sharon Stone e Jennifer Aniston. La lista è lunghissima. E le curiosità si sprecano: per De Gaulle, ad esempio, venne realizzato un letto su misura capace di contenere la sua altezza. Inoltre, fu qui che Hitchcock decise di ambientare nel 1955 “L’uomo che sapeva troppo”, mentre Werner Herzog girò “Queen of the desert” nel 2014.

Passeggiando per i cortili e i saloni dell’hotel, è facile comprendere come mai sia diventato il punto di riferimento del jet set internazionale, aggiudicandosi numerosi premi tra cui il Best Urban Hotel in the World 2018 da Condé Nast Traveller. Con le sue 135 stanze finemente arredate in stile maghrebino, 71 suites e tre riad, La Mamounia è un tempio dell’eleganza e un tripudio di maestria artigianale marocchina. Ogni dettaglio è stato realizzato da mastri artigiani del luogo, detti Maâlem: l’architettura in stile arabo-andaluso incontra l’arte berbera in ambienti decorati secondo tradizioni secolari, come i soffitti Tataoui, che seguono un rituale antichissimo, l’hammam con i suoi rivestimenti tradizionali in Tadelakt, i pavimenti realizzati con le mattonelle Bejmat tipiche di Fez, le decorazioni in Zellige e le piastrelle verdi Quermoud, usate tradizionalmente per le moschee e utilizzate qui per rivestire i tetti dell’hotel.

Marmi, stucchi, legni intarsiati, mosaici e terracotte si rincorrono in tutti gli spazi dell’hotel, dove sculture, oggetti, pellami e mobili nascono dalle mani sapienti di artigiani locali. Appese alle pareti, poi, le opere di grandi artisti marocchini e internazionali come la statua “The Moroccan” creata dal celebre scultore franco-algerino Rachid Khimoune, oppure i dipinti degli artisti Bouzaid e Meki Megara, o ancora, i ritratti di fotografi internazionali come Gérard Rondeau, reporter di Le Monde. Poco lontano dal caos della Medina e di piazza Jamaa el Fna, La Mamounia offre un’oasi di tranquillità in cui il relax è favorito in ogni angolo. All’interno della struttura sono presenti due piscine – una interna e una esterna – quattro ristoranti e cinque bar, due sale conferenze, un orto dove vengono coltivate le verdure e le piante di spezie per i ristoranti, una biblioteca che offre svariati libri sulla città e una spa di 2500 metri quadrati che include uno studio fitness, un centro estetico e un parrucchiere.

Inoltre, La Mamounia ospita una boutique, un flagship store del celebre pasticcere Pierre Hermé e varie mostre temporanee internazionali. Evento di grande rilevanza è la fiera 1-54 Contemporary African Art Fair, la rassegna più importante al mondo dedicata all’arte contemporanea africana, tenutasi dal 21 al 24 febbraio 2019. Dulcis in fundo, un particolare di grande classe: tutti i tessuti presenti nell’hotel sono impregnati di una fragranza sviluppata appositamente da Olivia Giacometti, uno dei sette “nasi” più famosi al mondo, che per l’hotel ha pensato a un profumo che unisce le note agrumate del cedro e del limone a sentori di menta e di legno berbero. Del resto, la leggenda passa anche dall’olfatto.